Marco Biagi

Faccio rimbalzare su COMEGUFI l’articolo preciso de Il Post in occasione dei dieci anni dall’omicidio del giuslavorista Marco Biagi da parte di un commando delle Nuove Brigate Rosse.

Mi viene in mente la scena di “Buongiorno, notte”, di Bellocchio, nella quale di fronte ai dubbi della brigatista interpretata da Maya Sansa, Lo Cascio-Moretti espone la teoria definitiva sull’omicidio di Aldo Moro, non più persona, ma simbolo di un potere da distruggere e in quanto tale oggetto da distruggere. Il collegamento non intende avvicinare Biagi a Moro, come del resto le BR non sono state le Nuove BR, né intende sminuire un dramma a beneficio dell’altro, o viceversa. Ritrovo solamente il medesimo spirito: una ideologia che in nome della (propria) Verità decide la vita e la morte. Qui gli esseri umani di carne e di sangue non esistono più: lo scontro tra idee macella tutto, la presunta rivoluzione nega se stessa affermandosi, cioè rivela la propria essenza di ideologia, di visione mistificata della realtà. Non viene negato solo l’uomo, che è già tutto, ma anche Marx.

Giusto sul bordo

Anni fa l’associazione Macondo, quella che mi ha dato patria spirituale e intellettuale, aveva stampato una maglietta. Non ne ricordo esattamente lo slogan; parlava di speranza e di rassegnazione, della facilità di passare dalla prima alla seconda, mentre quella è infinita, questa è finita. Limitata.

Ho avuto modo di conoscere una persona che studia alle serali. Qualcuno che senza alcuna faciloneria possa dire: non ho tempo di studiare. Arrivando a casa dal lavoro un’oretta prima dell’inizio della scuola, di fatto ha a disposizione parte del week-end per concentrarsi sui libri.

Si fa un gran parlare di meritocrazia e di “ritorno al merito”. Tante belle parole. Qualsiasi personda dotata di senno non passerebbe gli sprazzi di tempo libero sui libri. Magari su di un libro. Ma su quelli scolastici, no. E a ragione. Questa persona lo sa e non si nasconde dietro un dito. Eppure – senza alcuna retorica -  è un individuo di merito, un individuo che merita. Che cosa?

Che ciò che lo circonda concorra ad un senso.
Certo, il senso è opera individuale, affidata a noi come singoli: la lenta costruzione di una direzione personale con cui dobbiamo ripempire i nostri occhi, originale bussola, per rimmeterci “in sesto”. Ma la fatica – perché di questo si tratta, checché ne dicano gli “adultoni” già sistemati – si quadruplica quando intorno appare tutto dissestato.

Posso aver intuito una stella che orienti il percorso. Ma si fa gelida e ancor più lontana se i parametri che ieri consideravo fermi, stamattina li trovo in cocci. Un coboldo si aggira per le nostre case e nottetempo spinge a terra le cose a noi care, poi si nasconde nello specchio e osserva la nostra faccia al risveglio.

Sono dissestato se constato che l’asse portante della filosofia, mia disciplina di insegnamento, e cioè la domanda, l’azione del domandare, non viene in classe evitata per superficialità, dabbenaggine o pigrizia (che son le prime cose che quando ci mastrocoliamo amiamo rinvenire nei ragazzi), ma perché si teme che l’insegnante “ritorca” contro qualcuno, interrogandolo, la domanda stessa.
Sono dissestato se constato che, nonostante il continuo quotidiano “aritmetico” sforzo, alcuni studenti non riescano a tener fede a pratiche minime di lealtà. Non a grandiosi proclami di fiducia reciproca. Non a solenni impegni in nome del dovere. A piccoli patti; al “siamo d’accordo che”. Che poi non è un accordo privato, ma un banale calendario concordato con l’intera classe.

Ecco. Il dissesto mi pare stia nella condanna che qualcuno ha deciso per questi ragazzi: dovete cavarvela da soli. Che non è la celebrazione delle capacità di autonomia. E’ il trionfo del “ci si salva da soli”. Non è il dover commerciare con la complessità del mondo; non è nemmeno il fallimento di orientamenti pedagogici varii, dal direttivo-autoritario al permissivo-libertario; non è il saggiare l’acqua della società fluida.
E’ la caduta delle ipocrisie dei nostri nonni, loro malgrado s’intende, che vivevano la dimensione della comunità per sentito dire, un copiaincolla di direttive ideologiche di una chiesa, di un partito, di un insieme di valori considerato talmente ovvio da essere spazzato via in meno di mezzo secolo. Avevano ascoltato un teorema pensadolo come giusto, non l’avevano mai davvero sentito.
I figli di quei nonni – che sono i padri e le madri di chi ho in classe – stanno in tre categorie: chi pensa che nulla sia cambiato, e arranca e si lamenta e insegna la rassegnazione; chi ha capito che nessuno ha mai creduto davvero alla favola del “vivere insieme” (poco importa se qualcheduno vi ha perso la vita o la salute) e quindi addestra i propri cuccioli ad essere animali solitari; chi non ha mai abitato un assoluto e adesso come allora resiste.

L’individuo è rassegnazione, la soddisfazione è rassegnazione, la grettezza è rassegnazione. La relazione è resistenza, la curiosità è resistenza, la passione-con è resistenza. Tra me e te, tra noto e ignoto, tra l’essere posseduto da una musa e il voler cercare insieme il linguaggio migliore: sempre e comunque la vita sta sul bordo.

Memoria, 27 gennaio 2012: Oltre la cerimonia

Ricevo dalla Newsletter di Sullasoglia queste righe. L’amico di penna fra Benito sottolinea che ci servono ad andare oltre la cerimonia, per far della memoria cultura.
Aggiungo di mio , su questa linea, alcune parole di Simha Guterman, da Il libro ritrovato (Einaudi).

Anniek Cojean dice che un preside di liceo americano aveva l’abitudine di scrivere, ad ogni inizio di anno scolastico, una lettera ai suoi insegnanti:
Caro professore,
 sono un sopravvissuto di un campo di concentramento. I miei occhi hanno visto ciò che nessun essere umano dovrebbe mai vedere:
camere a gas costruite da ingegneri istruiti; 
bambini uccisi con veleno da medici ben formati;
 lattanti uccisi da infermiere provette;
donne e bambini uccisi e bruciati da diplomati di scuole superiore e università.
Diffido –quindi – dall’educazione.
 La mia richiesta è: aiutate i vostri allievi a diventare esseri umani I vostri sforzi non devono mai produrre dei mostri educati, degli psicopatici qualificati, degli Eichmann istruiti.
 La lettura, la scrittura, l’aritmetica non sono importanti se non servono a rendere i nostri figli più umani
.
Tratto da “Les mémoires de la Shoah” di Anniek Cojean (“Le Monde”, 29 aprile 1995).

…Risorgete, maestri tedeschi, Kant ed Hegel, Goethe e Bach! Mettetevi in fila a fianco dei vostri nipotini bruni, ai quali avete affidato la vostra spiritualità, le vostre dottrine filosofiche, i vostri capolavori letterari, le vostre creazioni musicali! Venite a sfilare davanti alle barre d’appoggio delle latrine, tra le baracche A e B. Dopo questa visita, non potrete sciacquarvi le mani né lavarvi il viso umiliato, perché nel campo d’internamento di Soldau, l’acqua è introvabile ed è vietato lavarsi…”.

 

 

 

delle nevi. Se resisto

L’immagine della testata è tratta da questo bel sito.

Approfitto della neve, sperando di vederla solo in questa foto, per suggerire una poesia di Clemente Rebora, adatta per la fine dell’Avvento.

Ma deve venire,

verrà, se resisto

a sbocciare non visto,

verrà d’improvviso,

quando meno l’avverto:

verrà quasi perdono

di quanto fa morire,

verrà a farmi certo

del suo e mio tesoro,

verrà come ristoro

delle mie e sue pene,

verrà forse già viene

il suo bisbiglio”.

 Qui sotto, nell’immagine di Elena, che ne coglie lo spirito.

effetto telecomando

Al momento, dovrei soffermarmi sull’Aquinate. Tommaso, insomma. Essere e essenza, prove dell’esistenza di Dio, Deus Absconditus et cetera.
Il fatto è che ho la mania, compulsiva a tratti, di sbirciare Fb o Tw per curiosare e vedere che cosa fa il mio “micro mondo”.
Ecco: non dovrei farlo.

Non parlo di questioni di etica professionale, secondo cui, come qualcuno sostiene, è necessario che i professori non annoverino tra i propri contatti gli studenti, né di etica personale, secondo cui non dovrei proprio perdere tempo in quisquilie.

Si tratta di estetica, di teoria del gusto. Il fatto è che mentre al mattino, spremendo l’enorme agrume della storia e della filosofia, cerco di offrire ai miei studenti, con tanto di vassoio e livrea, un concentrato di provocazioni, illuminazioni (altrui), intuizioni… Durante il pomeriggio vedo molti di loro bearsi e beotarsi di riferimenti – veloci link su Fb, battute magrissime e autoreferenziali – che volutamente e consapevolmente raschiano sul fondo ambiguo del barile del linguaggio del Pop, intrattenendosi tuttavia non con le mutande di quella cantante o con l’attore di quella fiction, insomma con materiali ugualmente pop, ma con argomenti cui la storia dell’uomo ha dedicato le energie migliori.

Dio, Cristo, Allah, Buddha. Le sofferenze e i dolori, la malvagità della creatura umana. Le sue soddisfazioni profonde nell’interesse collettivo e non egoistico. L’elenco potrebbe essere lungo. Pensate a qualcosa cui avete dedicato qualche spazio di pensiero e di emozione; qualcosa per cercare il cui nome avete percorso metri e metri di letteratura e di filosofia; qualcosa che ha inchiodato parte (o tutta) delle vostre giornate. Qualcosa di valore, insomma.

E una volta pensatolo, guardate il primo venuto che ci gioca nel fango. Che lo sbatacchia, lo stropiccia, lo sprimaccia e poi passa ad altro, insoddisfatto, l’occhio vacuo che nemmeno un bue. Un po’ un bambino prima, come si dice, di “affrontare il suo Edipo”, prima di prendere atto che i desideri/impulsi possono essere rinviati, o – assurdo! – disattesi. Non voglio evocare il monaco cieco del Nome della Rosa, secondo cui ridere del poco porterà inevitabilmente a ridere del Tutto. Ma rimane la domanda: si può davvere ridere di tutto?

Ecco io penso che la risposta sia no. No, perché è brutto ridere di fronte alla morte, alla sofferenza, alla ricerca, alla soddifazione altrui, banalizzandola . Non moralmente errato. Proprio brutto, come un abbinamento sbagliato in una sera di gala o un palazzone abusivo, una stecca alla Scala o un lago inquinato. Banale è da bannum che sta per legge divenuta consuetudine. E’ la normalità di cui non ci si accorge, paesaggio ordinario, un canale dopo l’altro nell’atto autoconsolatorio del dito sulla tastiera del telecomando. Come se non ci fossero più vette, in questo che sembra talvolta un deserto della mente e del cuore.

No taxation without representation

Lo slogan del titolo è arcifamoso, e il princìpio che esso enuncia non è l’unico in nome del quale dovremmo appoggiare il cosiddetto “voto degli stranieri”. Anzi, proprio perché “straniero” è una parola che dobbiamo sottoporre a disoccupazione, il voto di domenica prossima ha un senso ideale.

Così lo spiegano Paolini, Segre e Bonsembiante.

NOI SIAMO TUTTI QUI
Non è una domenica qualsiasi quella che Padova si appresta a vivere e celebrare
questo 27 novembre.
Il Comune ha indetto le elezioni della Commissione per la rappresentanza dei cittadini
stranieri, il cui Presidente farà poi parte ufficialmente (sia pur senza diritto di voto) del
Consiglio Comunale della città.
Domenica tutti gli oltre 30mila cittadini stranieri residenti a Padova potranno andare ad
esprimere il loro voto nei locali della Fiera; potranno esprimere e veder riconosciuta la
loro partecipazione a quella che per la gran parte di loro è ormai una nuova e stabile
cittadinanza.
E’ un atto che non può essere vissuto né come accidentale né come puramente
formale. E’ un momento di reciproco riconoscimento: io sono qui e posso prendere la
parola.Tu sei qui e puoi ascoltarmi. Io esisto in questa società, in questo tempo e mi
viene chiesto di mettere in gioco il mio ruolo democratico di cittadino, mi viene chiesto di
aiutare la costruzione di una convivenza civile che non devo supplicare ma che posso
agire. Io straniero divento parte del tessuto sociale della mia città. Tu italiano puoi
finalmente conoscere la mia opinione.
D’altronde, lo ha detto chiaramente anche Napolitano, è ormai inaccettabile pensare di
continuare a costruire e gestire la vita democratica del nostro Paese senza creare
occasioni di dialogo e inclusione multiculturale non solo informali, ma anche ufficiali. La
decisione del Comune di Padova non può che essere letta come uno stimolo
coraggioso all’attuazione di due riforme necessarie : l’introduzione del diritto di voto
amministrativo dei cittadini stranieri residenti in Italia e l’introduzione dello ius soli nella
legislazione sul diritto di cittadinanza.
Il voto di questa domenica  può per questo diventare una cerimonia laica per celebrare
la nascita di una città e di una società più aperta e meno vittima di facili demagogie
xenofobe.
Certamente non può e non deve rimanere iniziativa isolata e di facciata, ma ha in sé un
grande valore politico e culturale.
Non c’è più spazio per i professionisti della paura, per chi continua ad alimentare facili
paure al solo scopo di mietere consensi elettoriali. Sono vecchi e noiosi tromboni che
tengono il Paese incollato ad una chiusura anacronistica e controproducente.
Padova, nel cuore di una delle regioni più multiculturali d’Europa, può lanciare un
segnale forte di cambiamento: non abbiamo più paura, ma siamo pronti a vivere il
cambiamento. E per farlo abbiamo bisogno di conoscere e ascoltare le opinioni dei
nuovi cittadini, dei nuovi elettori.
Perché ora non siamo più soli, ma siamo tutti qui. Insieme.
Ci auguriamo che siano molti i cittadini stranieri residenti a Padova che andranno a
votare.
E ci auguriamo ugualmente che siano molti i cittadini padovani che celebrino questo
importante momento invitando  i loro vicini di casa, compagni di studio, colleghi di
lavoro, collaboratrici domestiche, gestori di bar e negozi, operai, ristoratori,
commercianti, infermieri, benzinai, parrucchieri e amici ad andare a votare.
Buona domenica a tutti.
Andrea Segre, Marco Paolini e Francesco Bonsembiante