Fra krapfen e boiate

Ripesco dal baule un articolo scritto in Erasmus dopo aver ascoltato il Maestrone a Colonia.
E’ il mio minuscolo omaggio (con qualche passaggio aggiornato, ma poco o nulla)
. Ciao, giovinezza.

Francesco Guccini live a Colonia

Ottobre 1998. Gli occhi dei commessi viaggiatori rimbalzavano pigri dal Frankfurter Allgemaine al sedere delle liceali in gita. Il ping-pong ebbe termine quando la solita voce metallica dell’altoparlante ci svegliò: prossima fermata Koln, stazione centrale . Koln, cioè Colonia, quella dell’Acqua e del Duomo. Con movimento tristemente sincronizzato i tre bancari tirarono fuori una sigaretta e un bic e attesero pazienti l’arresto della carrozza.

Il tempo germanico ci aveva naturalmente seguiti fin da Bochum, operosa città del bacino della Ruhr: grigiore carbonico e pioggerellina antipatica. Ma il vento di Colonia è meno petulante di quello che soffia a Bochum e con il suo profumo porta con sè il fascino del Reno, che placido come un lago fa la guardia alla cattedrale gotica. Il Dom di Koln è un dito puntato dritto nell’occhio di Dio: siede pesante e maestoso ad un passo dalla stazione, nero del fumo della storia lancia le sue torri in cielo, osservando rassegnato la città americana che gli spunta ai piedi. Un po’ come dire, dal piano-Marschall al panino-McDonald.

La notizia dell’apparizione di Francesco Guccini a Colonia mi era arrivata attraverso i volantini della biblioteca di italianistica, rifugio dei connazionali per qualche poesia di Montale o per la lettura gratuita del Corriere. La voce del modenese aveva accompagnato le mie prime sere da Erasmus, a Bochum, quando, scrutando l’alta pressione del cielo, aspettavo l’arrivo del dio dell’inverno tedesco. Era una ghiotta occasione: una lezione sulla “poesia cantata e letteratura”, al mattino, e un concerto serale in aula magna.

Trattandosi di una lezione in Università, Andrea e io arrivammo ovviamente in ritardo. L’aula era di medie dimensioni e non eccessivamente affollata; il lettore che con l’Istituto italiano di cultura di Koln, organizzava il tutto, aveva già cominciato a tessere le lodi del poeta di via Paolo Fabbri, di fronte ad un Guccini visibilmente imbarazzato al vedersi già tra Leopardi e Pascoli in qualche antologia per la scuola media. Lo sguardo del relatore si fermava compiaciuto sul Francescone seduto in prima fila: jeans e maglione blu fasciavano il suo metro e novanta, nessun vezzo estetico, orecchino o orpello vario, un qualsiasi ex-sessantottino dallo sguardo nobilmente alcolico e un po’ nostalgico. Spettacolare la gaffe iniziale del docente: “Sono quasi sicuro – affermava, cercando l’assenso degli arguti intellettuali della platea – che la fonte letteraria principale di Guccini è Luigi Malerba…”. Il nostro ribatteva secco “non mi sembra di conoscerlo”, roteando come non mai la erre moscia. L’incipit non prometteva bene e di fatto la lezione si è ridotta ad un Guccini molto paziente pronto a sfrondare la retorica dei letterati presenti che insistevano nel paragonarlo all’Alighieri o al Manzoni. Ma questo sarebbe stato tutto sommato sopportabile: si è cominciato a grattare il fondo quando un Pinco presente, dopo essere intervenuto con una brillantissima sega mentale sul paragone Autogrill – Paolo e Francesca, ha candidamente consegnato le proprie poesiole al cantautore, chiedendone una critica… 

Se è possibile rintracciare per me un riferimento letterario, ha precisato poi Guccini, questo potrebbe invece essere Luigi Meneghello per la sua capacità di malleare e far convivere dialetto e italiano e per la fortuna di nascere in un paese chiamato Malo (da cui “Libera nos a Malo”, titolo del romanzo dello scrittore vicentino, allora italianista a Reading). Più ancora di Meneghello però, furono gli intellettuali cantautori, da un lato e Bob Dylan, dall’altro a entusiasmare il giovane Guccini, anche se la spinta decisiva gli fu data dalla visione di un film americano, una “boiata” (cit): una band scalcagnata doveva tenere un concerto in un campeggio Scout femminile. Il risvegliarsi il giorno dopo circondati da centinaia di ragazze, diceva, sarebbe stato un ottimo motivo per intraprendere la strada della musica. 

Francesco Guccini è spontaneo e antiretorico come nelle sue canzoni. Quella sera a Colonia cantò alcuni dei suoi pezzi più belli, da Signora Bovary  a Venezia, a Canzone quasi d’amore. Era una scaletta non decisa dall’autore (sua precisazione) che infatti eseguì come bis la Canzone per un’amica con la quale solitamente apre i concerti.

Ascoltarlo dal vivo è in fondo come ascoltarlo in Cd: la differenza non sta tanto nella musica, quanto nell’interpretazione. Guccini rientra ogni volta nella Stimmung, nella situazione emotiva che la canzone descrive o evoca e ne sottolinea i momenti essenziali con il viso o con il movimento ritmico della mano sulla chitarra. Sentitissima l’esecuzione di Venezia e di Auschwitz, al termine della quale Guccini non ha per altro fatto alcun commento. 

Fra una canzone e l’altra, accompagnato dal vino bianco, Guccini coinvolge la platea raccontando l’origine, la vita che sta dietro ai suoi pezzi. La genesi di Auschwitz risale, per esempio, alla lettura di due libri, di cui uno fotografico, sulla Shoah; quella de La locomotiva va invece rintracciata nei racconti pomeridiani del Pensionato dirimpettaio di Guccini stesso: una canzone letta forse in modo troppo ideologico dai gucciniani (a sentire, in Guccini live collection, le urla lanciate dal pubblico in concomitanza di “giustizia proletaria” e “fiaccola dell’anarchia”), quasi un esercizio di stile, invece, un pezzo volutamente scritto alla maniera degli anarchici. 

Canzoni di vita quotidiana, immediate, esistenziali, scritte spesso in momenti malinconici, perché se sei allegro – concludeva Guccini- vai in giro con la ragazza o con gli amici, a far casino. All’uscita, sorrisi compiaciuti e qualche lacrima italiana. La minoranza tedesca, per lo più mogli di immigrati con occhi azzurrissimi e un poco stupiti, non si capacitava che venisse considerato artista un compositore con un nome solo. Colonia sembrava già meno fredda: la città addormentata non era mai stata così tanto bella.    

Anch’io m’interest

Venezia che muore, Venezia poggiata sul mare…
Chi dice che Venezia è morta? Guccini ama istillare nostalgie.
Questa iniziativa (vedi poster qui sotto, clicca per ingrandire) del circolo Arci METRICUBI di Venezia dimostra che di morta c’è solo la voglia di fare, e precisamente di tutti coloro che usano Venezia come macchina spremi-studenti o gabba-turisti. Ma come sempre, a guardar bene, c’è traccia di resistenza sotto la linea dell’acqua alta; ci sono forze vive che s’intrecciano e creano mescolanze prodigiose.
Venezia non è feticcio. Venezia è sempre meticcio.

MINTEREST_programma_A3PS. ci sono anch’io, il 30 aprile.

Socrate, i giovani e la morte

XXX. [39c] Ma desidero fare una predizione a voi, che avete votato contro di me: perché sono già là dove le persone sono più propense a fare predizioni, quando stanno per morire. Io vi dico, uomini che mi avete ucciso, che ci sarà per voi una retribuzione, subito dopo la mia morte, molto più dura di quella pena cui mi avete condannato. Perché voi ora avete fatto questo credendo di liberarvi dal compito di esporre la vita a esame e confutazione , ma ne deriverà tutto il contrario, ve lo dico io. A mettervi sotto esame per confutarvi saranno di più: [39d] quelli che finora trattenevo, di cui voi non vi accorgevate; e saranno tanto più duri quanto più sono giovani, e tanto più ne sarete irritati. Perché se pensate che basti uccidere le persone per impedire di criticarvi perché non vivete rettamente, non pensate bene. Non è questa la liberazione – né possibile, né bella – ma quella, bellissima e facilissima, non di reprimere gli altri, bensì preparare se stessi per essere quanto possibile eccellenti. Con questo vaticinio per voi che avete votato contro di me prendo congedo.

Platone, Apologia di Socrate, la traduzione è tratta da qui

Socrate indica i giovani come portatori futuri del suo compito. Quale? Quello di condurre la gente a render conto a se stessa e agli altri di come sta vivendo. In altri termini, a dare ragione della paura o del coraggio che anima ciascuna delle nostre scelte.
Perché i giovani? Perché come lui essi più degli adulti possono affrontare la morte guardandola negli occhi; perché essi come lui non hanno ancora costruito o accettato un insieme di piccole certezze o grandi menzogne che aiutino loro a sopportare la vita.
Ma una vita sopportata non è degna di essere vissuta.

Fa eco il Maestrone, che osserva dal tavolino le beghe quotidiane nelle quali ci infiliamo:

O forse non è qui il problema
e ognuno vive dentro ai suoi egoismi vestiti di sofismi
e ognuno costruisce il suo sistema
di piccoli rancori irrazionali, di cosmi personali,
scordando che poi infine tutti avremo
due metri di terreno…

Francesco Guccini, Canzone di notte n. 2

La vita può solo essere danzata, perché sia vita.