The final cut

Attraverso le lenti a occhio di pesce di occhi bagnati di lacrime
Posso a malapena definire la forma di questo momento nel tempo
E lontano dall’alto volando in cieli chiari e blu
Cado a spirale verso il buco nel terreno dove mi nascondo
Se attraversi il campo minato nel percorso
E confondi i cani e eludi i freddi occhi elettronici
E se riesci a evitare il fucile nell’entrata
Usa la combinazione, apri la cassaforte
E se là ci sarò io ti dirò cosa c’è dietro il muro
C’è un ragazzo che ha avuto una grossa allucinazione
Facendo all’amore con ragazze sulle riviste
Si chiede se dormite con la vostra nuova fede ritrovata
Può amarlo qualcuno
O è solo un sogno pazzo
E se ti mostro il mio lato oscuro
Mi stringerai ancora stanotte
E se ti apro il mio cuore
E ti mostro il mio lato debole
Che cosa farai
Venderai la tua storia al Rolling Stone?
Porterai via i bambini e mi lascerai solo?
E sorridi per rassicurarmi
Mentre bisbigli al telefono
Mi farai fare le valige
O mi porterai a casa?
Pensavo di voler metteresvelare i miei nudi sentimenti
Pensavo di voler tirar via giù il sipario
Tenevo il coltello nelle mani tremanti
Disposto a farlo ma poi dopo suona il telefono
Non ho avuto il coraggio di dare il colpo finale.

Traduzione tratta da qui.

Insomma, sempre fuori dai!

Mi pare che non vi sia nulla di meno vicino a Kierkegaard di un aspetto dei tempi in cui vivo.

Kierkegaardiana era la consapevolezza dolorosa che qualcosa in noi è sempre e comunque manchevole. Niente di autoflagellatorio, ma la certezza che non siamo – direbbe Arthur Schopenhauer – “angeli senza corpo”: la semplice presenza di un corpo ci rende limitati. Bellissimi, angosciati e limitati. Anche se rassodato, depurato, tirato a lucido, anabolizzato… Il nostro essere corpo ha limiti evidenti, diversi tra uomo e uomo, simili in generale.

Al contrario, oggi ci è chiesta sempre la massima prestazione. Non sono queste righe una critica al senso del dovere, al lato costruttivo di porre accento sul merito o all’assunzione delle proprie responsabilità, quanto un breve borbottio notturno circa la pressione sociale del dover essere sempre “a posto”. Siamo misurati – da chi? – nel nostro fare lavorativo, economico, solidale, estetico; digerente, circolatorio, sessuale, riproduttivo; intellettivo, relazionale, affettivo, erotico.

La massima prestazione comunque e ovunque è un ideale, una ideologia. Il fatto stesso che aumenti il numero dei Neet, o che la transizione verso il lavoro sia rimandata di continuo, in / da un sistema formativo autoreferenziale, sembrano strategie di resistenza contro la “società della prestazione” come direbbe Byung-Han. Ma il tutto si riduce così ad uno scontro tra ragazzi testardi.

È ideologico, dunque, l’Ottimo-sempre. E lo sappiamo, nelle nostre vene. Ma non lo conosciamo, e quando da lontano, ai margini della coscienza, si avvicina una qualche minuscola sconfitta, ma la distanza è ancora ampia e nulla possiamo figurarci di preciso, quando solo avvertiamo la possibilità remota di qualcosa che ci metterà alla prova – come un leggero profumo dolciastro di alberi in autunno, percepito ma non realizzato in questa strada di città – ecco che attiviamo difese minime immediate, che confermino il nostro essere a posto, cioè essere al mondo. Una musica nelle cuffie, un caffè al bar, un acquisto on-line, il progetto di una vacanza. Ecco dove agisce il Mercato, ecco dove ci vogliono a posto, ecco il luogo che stanno costruendo per noi, l’Utòpia reale, la Città Iperconnessa, nella quale tutto è a portata di mano, al nostro prezzo, calcolato proprio per noi sulla base di algoritmi a seconda del quartiere, degli acquisti recenti, dei like prima espressi.

Non v’è scampo. Abbiamo nei fatti accettato (i nostri avi lo fecero) il sistema industriale e tecno-scientifico, accetteremo anche questo, perché pagare con il pollice è in effetti molto comodo (l’opponibilità non nacque per ciò?) , così come farci arrivare un libro o usare la banca-on-line per i biglietti del teatro.
Ma.
Rimane il ma, lo stesso da Parmenide in poi: guarda al tuo bisogno reale, e poi alle tue possibilità, non avanzare come un “uomo a due teste”: curvati sulla tua pancia e ascolta la richiesta vera.

PS. a perfetto commento di quanto scritto (o meglio, viceversa), questo video by Steve Cutts [grazie Ric]

Una riflessione sui Millennials

Che cosa sono, o meglio, chi sono i Millennials? Alcuni parlano di Generazione Y, o vero i nati tra il 1980 e il 2000, coloro che vengono dopo la Generazion X (1960-1980) e che precedono la Z (1995-2010) – prendendo questi range con un poco di grano salis.
Potrebbe essere già di interesse capire il perché di queste classificazioni, che incrociano sociologia, economia e antropologia. Ci si pose il problema dei nati tra il 1860 e il 1880? Coloro cioè che vissero i primi passi dell’Italia Unita? Certo, poco prima sulla scena c’era la generazione dei risorgimentali e poco più tardi appare la prima generazione in qualche modo tradita dai padri che la inviano nelle trincee della Grande Guerra. Ma, al di là di questo, un secolo fa la questione, se mai, era: alfabetizzato o no? Emigrante o no? Inurbato/operaio o no? Militesente o no? Si tratta di domande storiche.

Il “motivatore ed esperto di marketing” Simon Sinek, proprio in quanto tale risulta particolarmente convincente nella descrizione e nella difesa di questo gruppo umano. Una lettura utile per i docenti universitari (al limite) e soprattutto per i datori di lavoro (ai quali non a caso anche J. M. Twenge dedica un capitoletto nel suo Generation Me). Sinek è del ’73, la docente californiana del ’71 – dunque miei coetanei: è possibile che alla soglia dei quarantanni venga naturale porsi una domanda sui giovani che si hanno attorno? Forse perché si fatica a decifrarli? L’analisi della Twenge, tra l’altro, affronta un tema che si ritrova in un passaggio di Sinek, inevitabile per altro: il ruolo della famiglie. Secondo Sinek il bug consiste nell’ipercura come soddisfazione totale e immediata dei bisogni; secondo la Twenge sta nel fatto che la generazione dei genitori (quella del baby-boom, almeno negli USA) aveva acquisito la consapevolezza di dove costruire con cura la propria individualità, ma l’aveva fatto attraverso il poderoso strumento del gruppo. I suoi figli invece hanno perso la dimensione collettiva trattenendo l’obiettivo, il self interest. Lo strumento nuovo, quindi, è divenuto il mercato, sostituto di un efficace legame simbiotico che risponde sempre ai bisogni (se hai di che pagare: soldi, tempo, clic).

La lettura di Sinek si concentra sulla necessità di comprendere nuovamente i propri tempi e i propri bisogni, rinunciando alla soddisfazione immediata e alla trappola chimica del meccanismo della ricompensa, formulando una analogia tra l’uso dei social e le droghe o il giuoco d’azzardo, per esempio. E questo non vale solo per i Millennials, ma anche per i loro fratellini e sorelline – e pure per i genitori e i nonni. Il problema, ammette Sinek, non sono i Social, ma l’eccesso – verrebbe da dire: come sempre. Eppure mi pare che non si arrivi al punto – il che non significa che conosca ove sia questo punto, se non che la parola chiave mi paia “mercato” e dunque la logica neoliberista, ospitante una sorta di inganno sulle possibilità dell’individuo, o perfino sull’esistenza dell’individuo come portatore di bisogni naturali e indotti. In questo senso, il “collettivo” non offre soluzioni, né come mera somma di individui (la città esiste ancora?), né come (soluzione Sinek) possibilità di relazioni più autentiche.

Diario dei colloqui della grande quercia

Il corvo presiede, in bilico sul ramo possente del grande albero. La forza non è sua, ma appartiene al centenario vegetale, impassibile, onusto, rassegnato, contro venti e tempeste. Così è. La quercia ignora la vita che brulica ai suoi piedi, ma non la impedisce. Il corvo non sa che la forza non è sua, si identifica con il ramo sul quale è alloggiato.

Il corvo si è preso il compito di osservare e di giudicare. Egli sa di sapere, anche quando ha dubbi. Decide chi va bene e chi vada respinto; fornisce massime di vita: ne ha pronte per chiunque. Ma non sempre parla; quando non lo fa, è perché è annoiato, disgustato forse. Vorrebbe gli venisse riconosciuta l’esperienza, la saggezza, la perspicacia.

Allora lancia la sua breveviva verità e non ammette contraddittorio. Ha servitori, che rimangono in silenzio. Annuiscono senza muovere il capo; confermano nella loro ignavia che la legge della quercia rimane valida sempre. In effetti essa permette loro di permanere ed è da essi sfruttata per poter mangiare. Ad altro, la quercia non parrebbe utile.

Eppur tra le ampie foglie vi è vita. Si muovono forme biologiche per nulla ovvie, ognuna portatrice di un linguaggio unico. Alcune sanno che quel tratto di esistenza non è altro che un gioco di richiami, di versi, e prestano occhi e voce. Altre oppongono resistenza, mal si adattano, balbettano o ruggiscono. Su di loro si affretta il monco giudizio del corvo.

Talora, uno dei pavidi aiutanti par cogliere la luce nello sguardo delle specie adunate. Talora, alla voce nuova prova a rispondere, a far da specchio a quel qualcosa sentito come vivido senso vitale. Ma è troppo breve, e troppo spesso il fogliame. Talora, egli ricorda che la quercia è solo un passaggio.

 

 

Salva

Identità vo’ cercando

“Il cittadino americano medio si sveglia in un letto costruito secondo un modello che ebbe origine nel vicino Oriente. Egli scosta le lenzuola e le coperte che possono essere di cotone, pianta originaria dell’India; o di lino, pianta originaria del vicino Oriente; o di lana di pecora, animale originariamente addomesticato nel vicino Oriente; o di seta, il cui uso fu scoperto in Cina. Tutti questi materiali sono stati filati e tessuti secondo procedimenti inventati nel vicino Oriente. Si infila i mocassini inventati dagli indiani delle contrade boscose dell’Est, e va nel bagno, i cui accessori sono un misto di invenzioni europee e americane, entrambe di data recente. Si leva il pigiama, indumento inventato in India, e si lava con il sapone, inventato dalle antiche popolazioni galliche. Poi si fa la barba, rito masochistico che sembra sia derivato dai sumeri o dagli antichi egiziani. Tornato in camera da letto, prende i suoi vestiti da una sedia il cui modello è stato elaborato nell’Europa meridionale e si veste. Indossa indumenti la cui forma derivò in origine dai vestiti di pelle dei nomadi delle steppe dell’Asia, si infila le scarpe fatte di pelle tinta secondo un procedimento inventato nell’antico Egitto, tagliate secondo un modello derivato dalle civiltà classiche del Mediterraneo; si mette intorno al collo una striscia dai colori brillanti che è un vestigio sopravvissuto degli scialli che tenevano sulle spalle i croati del XVII secolo. Andando a fare colazione si ferma a comprare un giornale, pagando con delle monete che sono un’antica invenzione della Lidia. Al ristorante viene a contatto con tutta una nuova serie di elementi presi da altre culture: il suo piatto è fatto di un tipo di terraglia inventato in Cina; il suo coltello è di acciaio, lega fatta per la prima volta nell’India del Sud, la forchetta ha origini medievali italiane, il cucchiaio è un derivato dell’originale romano. Prende il caffè, pianta abissina, con panna e zucchero. Sia l’idea di allevare mucche che quella di mungerle ha avuto origine nel vicino Oriente, mentre lo zucchero fu estratto in India per la prima volta. Dopo la frutta e il caffè, mangerà le cialde, dolci fatti, secondo una tecnica scandinava, con il frumento, originario dell’Asia minore.
Quando il nostro amico ha finito di mangiare, si appoggia alla spalliera delle sedie e fuma, secondo un’abitudine degli indiani d’America, consumando la pianta addomesticata in Brasile o fumando la pipa, derivata dagli indiani della Virginia o la sigaretta, derivata dal Messico. Può anche fumare un sigaro, trasmessoci dalle Antille, attraverso la Spagna. Mentre fuma legge le notizie del giorno, stampate in un carattere inventato dagli antichi semiti, su di un materiale inventato in Cina e secondo un procedimento inventato in Germania. Mentre legge i resoconti dei problemi che si agitano all’estero, se è un buon cittadino conservatore, con un linguaggio indo-europeo, ringrazierà una divinità ebraica di averlo fatto al cento per cento americano… ”
Ralph Linton
tratto da M. Aime, Eccessi di culture; Einaudi 2001

La vita delle cose


 

Mai assuefatti dalla elegia gucciniana, dobbiamo prendere Venezia a simbolo della possibile morte e resurrezione delle nostre città, della forma-città. Le cose servono, e come servi vengon trattate, finché utili, finché segno di qualcosa, ricchezza o amore. Poi vanno sotto. Sotto all’oggetto, che cosa c’è? Ridurre ad oggetto. Ma ancor più in basso? Dove si pone nella gerarchia dell’essere l’oggetto inutile? E la inutilità è una caratteristica permanente? Se sí, lo è insieme all’utilità.

Questo video è dolce. Fino ad un certo punto. Poi vedi senti la nausea del pieno che ci riguarda.

La morte di un ragazzo, la morte di Socrate


Stamattina, come ogni mattina a scuola, il pensiero era: andare avanti col dannato programma. Poi ho ascoltato, nella Rassegna di RadioTre, la lettura di Saviano, su Repubblica, a proposito della morte del ragazzo di Lavagna e della questione della droga. Avrei avuto di fronte una classe di coetanei di quel giovane, e, lo ammetto, avrei voluto qualche spiegazione o rassicurazione, proprio da loro.

E già qui, qualcuno potrebbe obiettare che un docente, uomo di quasi quarantacinque anni, non dovrebbe aver bisogno di rassicurazioni dai suoi alunni. Che, se siamo arrivati a tutto questo, è proprio per questa voragine assenza di adulti, figure forti capaci di spiegare indirizzare correggere. Ammaestrare.

Ma io non lo so. Ho apprezzato Saviano, quando ha sospeso il giudizio sulla famiglia, sulle relazioni, sulla vita intima di questa povera persona e si è limitato, per così dire, a parlare di argomenti che conosce bene, quali le dinamiche criminali sottese al consumo di droghe. Allo stesso modo, io non so da dove partire, per capire. Perché farlo, poi? Per evitare altre morti? Perché i miei figli saranno sedicenni in Italia tra non troppo tempo?

Ho letto alla classe la lunga riflessione di Saviano. A metà si è fatto grande silenzio, non so bene in quale punto, ma ho la sensazione che si sia trattato di un riferimento al dolore. O alla morte. Se c’è un argomento tanto lontano e tanto vicino alla mente e al cuore dei ragazzi che incontro, è proprio la morte. La neuroscienza ce lo ha spiegato (vedi “Il cervello adolescente” o anche “Adolescenti. Una storia naturale”), ma Socrate – Platone – ce lo ha rivelato più di duemila anni fa.

Potere uccidere me, dice nell’Apologia, ma dopo di me verranno altri a chiedervi conto di come conducete la vostra vita. E saranno tanto più rognosi quanto più sono giovani. Mi chiedevo perché Socrate facesse riferimento alla età dei suoi imitatori, forse per un pensiero a Platone, forse perché erano sempre i giovani a stargli intorno. Poi ho pensato che solo i giovani possono tenere a bada la morte allo stesso modo di Socrate. Mi son chiesto, e lo chiedo ai miei alunni, perché moltissimi di loro, e anche io alla loro età, abbiano rinunciato a mettere in discussione gli adulti. Non contestazione, si badi, non occupazioni vere o finte, ma domande incalzanti e continue che ci facciano vergognare.

Al termine della lettura, la classe è rimasta in silenzio. Poi come sempre qualcuno ha iniziato a dire la propria, parlando non di teorie, ma di amici che fumano, si fanno, vendono, finiscono al Sert o in comunità, dove imparano a fumare, farsi, vendere ancor meglio. Pensavo al lavoro durissimo di Granello di Senape in carcere a Padova, alla lucidità di Ornella Favero nel testimoniare il fallimento di un sistema che non riesce ad essere educativo. Né dentro, né fuori. Non educa perché pretende di ammestrare, di raddrizzare con la minaccia delle punizioni. Lo fa col carcere, lo fa per la droga, lo fa per lo studio a scuola, dove la motivazione a stare sul libro è evitare il due.

Qualcuno in classe ha detto che se i genitori non danno (o non sanno di non sapere) un limite, poi da adolescenti non si saprà gestire desideri e dipendenze. Qualcuno ha detto che non si può non sapere cosa implica spacciare. Qualcuno, che il gesto è stato egoista, ma vi era tenerezza in queste parole. Tutti convenivano nella possibilità di pensarsi, di essere riconosciuti, responsabili, in modi diversi, con parole anche opposte. Non abbiamo potuto proseguire, perché alla fine, per me come per loro, diventa indispensabile la dinamica burocratica della scuola, obbidirvi e scantarla. Poi, se mai, la vita verrà.

Astio condiviso e apatia


Stando a quanto si legge nell’intervista a Franzen riportata da La Repubblica, il procedimento giudiziario intentato in Germania contro il fondatore di Facebook dovrebbe suonare come una sorta di rivincita, alle orecchie dell’autore di Purity.

Secondo Franzen: 

Il fenomeno Trump è inimmaginabile senza Internet e i social media. Internet ha creato un mondo in cui si può vivere immersi nella la propria realtà virtuale senza doversi mai confrontare con la realtà nel vecchio senso del termine. E Twitter non fa che peggiorare le cose, perché non consente sfumature né complessità. Verrebbe da pensare che postare dei tweet detestabili su una ex Miss Universo alle tre di notte squalifichi un candidato alla presidenza, ma nel mondo di Twitter non esiste distinzione tra pubblico e privato. Se si vive in quel mondo il tweet di Trump, carico d’odio nel cuore della notte, sembra perfettamente normale. Si apprezza Trump perché è “vero”

Franzen non è nuovo a ragionamenti simili, secondo cui la Rete avrebbe il demerito di a. Confondere reale e virtuale e b. Abolire la complessità. E così anche Trump ne sarebbe un sottoprodotto, o almeno sarebbe tale il fenomeno politico a lui collegato, ovvero in altri termini le motivazioni che spingono una parte di aventi diritto a seguirlo. Che su Trump la questione sia un poco più complessa – e allora forse alcune tesi sulla fine della complessità non dovrebbero essere veicolate da una intervista – lo ha dimostrato tempo fa, in Italia su Internazionale, un reportage di Dave Eggers, L’America vista da un comizio di Trump (che non trovo on line se non in inglese, qui).

Ho la sensazione tuttavia che il Web sia solo l’ultimo tratto di un cambiamento ben più imponente. In primo luogo la Rete non fa che ampliare e rendere totalizzante la “logica del telecomando”, secondo cui se alla prima occhiata l’immagine non fa per me, il dito immediatamente mi porta altrove. Lo zapping è l’antesignano della voracità con cui si scorrono i Social. Ora, di per sé, il telecomando non ti dice se ciò che vuoi evitar di guardare o quello su cui ti fermi sono prodotti culturali di qualità o meno. Obbedisce alla tua intuizione del momento, governata da qualche bisogno carsico. Allo stesso modo, la Rete non opera una scelta per te, o meglio, la opera in modo a te incomprensibile, attraverso algoritmi non accessibili ai più. Il cosiddetto virtuale quindi non è l’irreale, ma il massimo della tua realtà fisica di quel momento: un bisogno, una emozione. Che spesso non conosco e a cui non do un nome.

Come intravisto da Baricco nei suoi Barbari, siamo di fronte all’abolizione di qualsiasi gerarchia di valore e ciò ovviamente fa rabbrividire chiunque parta da una prospettiva valoriale di qualsivoglia tipo. Ma non somiglia tutto questo al grido del folle in Nietzsche? L’abolizione di tutti i valori fu da parte sua una presa d’atto, più che una scandalizzata denuncia. E l’avvertimento riguardava il pericolo di costruirsi nuovi idoli, al posto di quelli frantumati. Il Novecento ha fatto del suo meglio, costruendo davvero mondo virtuali ai quali tendere e verso cui trascinare le masse, in nome dell’Uguaglianza, della Nazione, della Razza. Astrazioni, ma portatrici di morte Finì dunque che il mondo vero continuò a divenire favola, ma contro Nietzsche. Ora l’idolo parrebbe il Soggetto, l’io.

A me pare che ci sia ancora, in Franzen, la nostalgia di una guida. Non in termini totalitari certo, piuttosto più vicini alla Missione del dotto di Fichte: qualcuno o qualcosa che salvi le masse dal l’indifferenza della Rete, che le porti alla liberazione attraverso l’intelligenza. In Purity il tentativo dello pseudo-Assange è destinato alla sconfitta, parrebbe. Ma se all’origine sta il dito, che usa il telecomando o sfoglia il tablet, allora si potrebbe trovare una via più efficace negli stoici e contrapporre all’indifferenza forzata della Rete, la loro indifferente apatia, il saper dare un peso adeguato a ciò che incontriamo. Forse dovremmo tornare a studiare Seneca, Marco Aurelio, magari sotto la guida di Pierre Hadot.