Se non so

Szymborska(closeup)

SOTTO UNA PICCOLA STELLA
Wislawa Szymborska

Chiedo scusa al caso se lo chiamo necessità.
Chiedo scusa alla necessità se tuttavia mi sbaglio.
Non si arrabbi la felicità se la prendo per mia.
Mi perdonino i morti se ardono appena nella mia memoria.
Chiedo scusa al tempo per tutto il mondo che mi sfugge a ogni istante.
Chiedo scusa al vecchio amore se do la precedenza al nuovo.
Perdonatemi, guerre lontane, se porto fiori a casa.
Perdonatemi, ferite aperte, se mi pungo un dito.
Chiedo scusa a chi grida dagli abissi per il disco col minuetto.
Chiedo scusa alla gente nelle stazioni se dormo alle cinque del  mattino.
Perdonami, speranza braccata, se a volte rido.
Perdonatemi, deserti, se non corro con un cucchiaio d’acqua.
E tu, falcone, da anni lo stesso, nella stessa gabbia,
immobile, con lo sguardo fisso sempre nello stesso punto,
assolvimi, anche se tu fossi un uccello impagliato.
Chiedo scusa all’albero abbattuto per le quattro gambe del tavolo.
Chiedo scusa alle grandi domande per le piccole risposte.
Verità, non prestarmi troppa attenzione.
Serietà, sii magnanima con me.
Sopporta, mistero dell’esistenza, se tiro via fili dal tuo strascico.
Non accusarmi, anima, se ti possiedo di rado.
Chiedo scusa al tutto se non posso essere ovunque.
Chiedo scusa a tutti se non so essere ognuno e ognuna.
So che finché vivo niente mi giustifica,
perché io stessa mi sono d’ostacolo.
Non avermene, lingua, se prendo in prestito parole patetiche,
E poi fatico per farle sembrare leggere.
(da Vista con granello di sabbia, Adelphi 1998)

Dedicata al caro Ivo e al suo interpellare (custodente) le mie fragilità.

Calvin and Hobbes and Bacon

Questi due autori di fumetto hanno riportato in vita, per un po’ e non si sa fino a quando, una delle più geniali strisce della storia (in realtà il link non è di grandi utilità, perché nel loro sito non si trovano molte notizie, anyway c’è google).
QUI qualche notizia su questa pubblicazione. QUI tutte e quattro le strisce finora realizzate, tutte insieme. QUI notizie sull’autore di C&H, Bill Watterson.

Che dire? Che Calvin sposi Suzie non è forse una sorpresa, ma somiglia un po’ al finale di Harry Potter. Che abbiano una bimba e la chiamino Bacon, come il grande empirista inglese, è assai divertente. E poi, vedere Calvin papà è molto curioso, perché la sfida è quella di non renderlo troppo adulto, nel senso di noioso, ansioso e bacchettone, ma nello stesso tempo tener conto che non può più essere cinque-seienne.

Stiamo a vedere cosa succede e se BW esce dal suo silenzio elegante.

 

Omaggio a Tabucchi

Antonio Tabucchi si è spento a Lisbona. Pessoa può ricordarlo così.
Che i suoi occhi possano veder il sorger del sole.

Va’: non hai niente da perdonare.
Sognare è meglio che vivere.

Ma vedrà il sorgere del sole
colui che lascia ogni cosa incompiuta;
il cui pensiero si allontana dal dover pensare
come il sostituirsi di una maschera.

Solo errerà attraverso valli ancora più verdi
di quelle che splendono dalle finestre
delle favole per bambini
colui che pensa che il mondo si rinnova.

Solo per colui che siede e canta
presso gli steccati dimenticando la propria strada
il passero fatato spiega le sue ali
e i fiori magici crescono più rigogliosi.

Non troverà una mano che nutra
le fonti silenziose del suo desiderio.

Nessuno gli indicherà il ruscello dove
possa appagare la sete dell’infanzia.

Ma vallate ancora più vedi dell’Oggi
e pensieri ancora più cari del Lontano
busseranno alla sua finestra e sveglieranno
la sua freschezza altre seti da appagare.

Così come una silenziosa sartina seduta
alla finestra all’ora del tramonto
in un villaggio sconosciuto
egli non apparterrà a nulla di insano,
ma, incorporea come un augurio,
la sua anima attraverserà come un arcobaleno
i pascoli verde-pioggia del suo perdersi
e la terra diventerà parola.

Fernando Pessoa
Va’: non hai niente da perdonare

L’ora grande

Tutto continuava come prima, le sentinelle rimanevano al loro posto. camminando su e giù nello spazio prescritto. Gli scrivani copiavano i rapporti facendo scricchiolare le penne e intingendole nel calamaio con il ritmo consueto, ma dal nord stavano arrivando uomini sconosciuti ch’era lecito presumere nemici. Nelle scuderie gli uomini strigliavano le bestie, il camino delle cucine fumava flemmaticamente, tre soldati spazzavano il cortile, ma già incombeva un sentimento acuto e solenne, un’immensa sospensione di animi, come se l’ora grande fosse giunta e nulla più si potesse fermare.

Dino Buzzati, fumatore di pipa, si spense a Milano oggi, quarantanni fa.
Il brano è tratto dal suo celeberrimo Il deserto dei tartari.

 

 

Dieci (piccoli) inverni

Dieci inverni è il film d’esordio di Valerio Mieli, girato nel 2009.
Ambientato tra Venezia, le colline di Valdobbiadene e Mosca, racconta il lungo incontro di Camilla e Silvestro, un lento avvicinamento che dura appunto dieci anni, il tempo che va dai primi passi universitari all’ingresso nella vita adulta.
Il ritmo narrativo è rallentato e appare simile ad un racconto orale: qualche ora, o giorno, nella vita dei due protagonisti, istantanee raccolte e rubate dallo scorrere del tempo, dal quale sembra che la vita nella sua densa complessità rimanga fuori.
Non che la vicenda non sia complicata, perché complicato è il linguaggio della relazione che i due intrattengono, sempre spinti al passo decisivo, e poi trattenuti da una sorta di analfabetismo emotivo. Parla dell’amore nel tempo contemporaneo? No, se pensiamo che l’immaginario collettivo cinematografico, calcato sulla produzione statunitense, impone prima l’incontro e la fusione fisici, e poi il processo di conoscenza dell’intimità. Il corpo va avanti e decide il ritmo con il suo impulso: ci si prova, ci si sperimenta e se piace, allora si può provare a conoscersi. La storia da questo punto di vista va al contrario e, sebbene prenda avvio in una camera fredda di un’isoletta veneta, dove la precarietà crepuscolare delle pareti non può che spingere le persone a rintanarsi l’uno nell’altra, non concede nulla all’erotismo implicito della convivenza universitaria. Eppure l’immane fatica di dire se stessi – fosse solo una sillaba storta e secca, anche mal detta, su come io sto adesso qui con te – è la cifra dell’amore giovanile (ma non solo) di oggi: Silvestro non sa dire “io ti voglio per me” e Camilla rimane chiusa dietro alla porta dell’attesa. L’esistenza procede a tappe forzate, laurea-lavoro-e-persino-figli, per lei, ma con un altro, amico di Silvestro, dopo un’esperienza di “madre in prestito” con un uomo sposato, in Russia. Che cosa spinge a fare le scelte? Qual è il profondo amor che lega ogni decisione? Metafora del loro rincorrersi, le lumache allevate da Silvestro botanico: lente e inesorabili, dicono come il tempo dell’attesa sembri inumano e infatti, quando Silvestro rinuncia ad aspettare, finiscono in padella, sacrificate ad un’avventura “erasmica” di una notte con un’inglesina.
Venezia rimane malinconia e meravigliosa, espulso il viavai turistico e inquadrata nei suoi mesi più freddi. Persino l’ospedale è bello nella sua decadenza, come i bacari, le calli e le piazzette vuote. Mosca è caotica e lontana e concede una pausa solo nel silenzio dell’immensa biblioteca. Ma i libri non insegnano a vivere.

In particolare
cfr. questa licenza.
(e grazie a saramara per la segnalazione)

 

Mio cucchiaio (da dessert, anyway)

Ti amo, ti amo, è la canzone
e qui comincia la pazzia.

Ti amo, ti amo mio polmone,
ti amo, ti amo mia vite silvestre,
e se l’amore è come il vino:
sei tu la mia predilezione
dalle mani fino ai piedi:
sei la coppa del poi
e la bottiglia del destino.

Ti amo a diritto e a rovescio
e non ho suono né senno
per cantarti la mia canzone,
la mia canzone che non ha fine.

Nel mio violino che stona
te lo dichiara il mio violino
che t’amo, che t’amo mia viola,
mia donnina oscura e chiara,
mio cuore, mia dentatura,
mia chiarità e mio cucchiaio,
mio sale della settimana oscura,
mia luna di finestra chiara.

Pablo Neruda, fumatore di pipa

delle nevi. Se resisto

L’immagine della testata è tratta da questo bel sito.

Approfitto della neve, sperando di vederla solo in questa foto, per suggerire una poesia di Clemente Rebora, adatta per la fine dell’Avvento.

Ma deve venire,

verrà, se resisto

a sbocciare non visto,

verrà d’improvviso,

quando meno l’avverto:

verrà quasi perdono

di quanto fa morire,

verrà a farmi certo

del suo e mio tesoro,

verrà come ristoro

delle mie e sue pene,

verrà forse già viene

il suo bisbiglio”.

 Qui sotto, nell’immagine di Elena, che ne coglie lo spirito.