Dieci (piccoli) inverni

Dieci inverni è il film d’esordio di Valerio Mieli, girato nel 2009.
Ambientato tra Venezia, le colline di Valdobbiadene e Mosca, racconta il lungo incontro di Camilla e Silvestro, un lento avvicinamento che dura appunto dieci anni, il tempo che va dai primi passi universitari all’ingresso nella vita adulta.
Il ritmo narrativo è rallentato e appare simile ad un racconto orale: qualche ora, o giorno, nella vita dei due protagonisti, istantanee raccolte e rubate dallo scorrere del tempo, dal quale sembra che la vita nella sua densa complessità rimanga fuori.
Non che la vicenda non sia complicata, perché complicato è il linguaggio della relazione che i due intrattengono, sempre spinti al passo decisivo, e poi trattenuti da una sorta di analfabetismo emotivo. Parla dell’amore nel tempo contemporaneo? No, se pensiamo che l’immaginario collettivo cinematografico, calcato sulla produzione statunitense, impone prima l’incontro e la fusione fisici, e poi il processo di conoscenza dell’intimità. Il corpo va avanti e decide il ritmo con il suo impulso: ci si prova, ci si sperimenta e se piace, allora si può provare a conoscersi. La storia da questo punto di vista va al contrario e, sebbene prenda avvio in una camera fredda di un’isoletta veneta, dove la precarietà crepuscolare delle pareti non può che spingere le persone a rintanarsi l’uno nell’altra, non concede nulla all’erotismo implicito della convivenza universitaria. Eppure l’immane fatica di dire se stessi – fosse solo una sillaba storta e secca, anche mal detta, su come io sto adesso qui con te – è la cifra dell’amore giovanile (ma non solo) di oggi: Silvestro non sa dire “io ti voglio per me” e Camilla rimane chiusa dietro alla porta dell’attesa. L’esistenza procede a tappe forzate, laurea-lavoro-e-persino-figli, per lei, ma con un altro, amico di Silvestro, dopo un’esperienza di “madre in prestito” con un uomo sposato, in Russia. Che cosa spinge a fare le scelte? Qual è il profondo amor che lega ogni decisione? Metafora del loro rincorrersi, le lumache allevate da Silvestro botanico: lente e inesorabili, dicono come il tempo dell’attesa sembri inumano e infatti, quando Silvestro rinuncia ad aspettare, finiscono in padella, sacrificate ad un’avventura “erasmica” di una notte con un’inglesina.
Venezia rimane malinconia e meravigliosa, espulso il viavai turistico e inquadrata nei suoi mesi più freddi. Persino l’ospedale è bello nella sua decadenza, come i bacari, le calli e le piazzette vuote. Mosca è caotica e lontana e concede una pausa solo nel silenzio dell’immensa biblioteca. Ma i libri non insegnano a vivere.

In particolare
cfr. questa licenza.
(e grazie a saramara per la segnalazione)

 

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