Omaggio a Tabucchi

Antonio Tabucchi si è spento a Lisbona. Pessoa può ricordarlo così.
Che i suoi occhi possano veder il sorger del sole.

Va’: non hai niente da perdonare.
Sognare è meglio che vivere.

Ma vedrà il sorgere del sole
colui che lascia ogni cosa incompiuta;
il cui pensiero si allontana dal dover pensare
come il sostituirsi di una maschera.

Solo errerà attraverso valli ancora più verdi
di quelle che splendono dalle finestre
delle favole per bambini
colui che pensa che il mondo si rinnova.

Solo per colui che siede e canta
presso gli steccati dimenticando la propria strada
il passero fatato spiega le sue ali
e i fiori magici crescono più rigogliosi.

Non troverà una mano che nutra
le fonti silenziose del suo desiderio.

Nessuno gli indicherà il ruscello dove
possa appagare la sete dell’infanzia.

Ma vallate ancora più vedi dell’Oggi
e pensieri ancora più cari del Lontano
busseranno alla sua finestra e sveglieranno
la sua freschezza altre seti da appagare.

Così come una silenziosa sartina seduta
alla finestra all’ora del tramonto
in un villaggio sconosciuto
egli non apparterrà a nulla di insano,
ma, incorporea come un augurio,
la sua anima attraverserà come un arcobaleno
i pascoli verde-pioggia del suo perdersi
e la terra diventerà parola.

Fernando Pessoa
Va’: non hai niente da perdonare

delle nevi. Se resisto

L’immagine della testata è tratta da questo bel sito.

Approfitto della neve, sperando di vederla solo in questa foto, per suggerire una poesia di Clemente Rebora, adatta per la fine dell’Avvento.

Ma deve venire,

verrà, se resisto

a sbocciare non visto,

verrà d’improvviso,

quando meno l’avverto:

verrà quasi perdono

di quanto fa morire,

verrà a farmi certo

del suo e mio tesoro,

verrà come ristoro

delle mie e sue pene,

verrà forse già viene

il suo bisbiglio”.

 Qui sotto, nell’immagine di Elena, che ne coglie lo spirito.

dopo il discorso devastatore

Omaggio ad Andrea Zanzotto arrivatomi dalla ML [R-esisitiamo], scritto da Giuliano Scabia.

Non è vero che Andrea (Zanzotto) è morto.
 Lo so di sicuro.
 Mi ha strizzato l’occhio alcuni mesi fa, a casa sua – e ci siamo messi d’accordo
(nell’occhio – che di là passa tutto) 
e anche Uttino (il gatto) ha strizzato l’occhio – prima ad Andrea, poi a me.
 Per questo so che Andrea (col gatto – come Petrarca) è scappato dalla porta di dietro 
e si è nascosto fra le erbe – a Ligonàs – nell’umido –
e là passeggia e coltiva visioni e paesaggi –
e se la ride. 
Perché in 90 anni non ha imparato niente.
È sicuro che è là:
 e so che ci sono anche Goffredo (Parise), Mario (Rigoni-Stern), Gigi (Meneghello) 
e probabilmente Comisso.
 Sono là a Ligonàs ma hanno progetti di giro vagare:
 a volte su in Altopiano – a casa Rigoni: 
a volte a Malo – e anche a Urmalo –  lungo il Leogra:
 a volte a Salgareda – nella casetta di Parise:
 a volte a Zero Branco – da Comisso mato.
 A fare cosa? 
A dirsi le novità, e qualche requiem, qualche libera nos – e anche stupidade. 
E il gatto dietro.
 Insomma vagano le terre di casa – e le pesteggiano.
Giorno e notte.
 Non muoiono mica, gente così.
 Lo so.
 Prima di partire strizzano l’occhio.
Vero, Andrea Zanzotto?”

Succede questo: è come restaurare il vuoto che c’é nel mondo,
attraverso la trama dei versi, dei ritmi…
però all’inizio c’era il vuoto, c’era il no,
la negazione”

Andrea Zanzotto risponde alla domanda: perché hai iniziato a scrivere poesie? Tratto da Ritratti, a cura di Carlo Mazzacurati e Marco Paolini, ed. Biblioteca dell’Immagine, 2001

(il titolo del post è un verso di Davide Maria Turoldo:
Poesia
è rifare il mondo, dopo
il discorso devastatore
del mercadante
Poesia, in O sensi miei…, intr. di A. Zanzotto e L. Erba, Rizzoli, Milano 1993)

Poesia

Se potessi addentare la terra intera
e scoprirle un sapore,
sarei più felice un momento …
Ma io non sempre voglio essere felice.
Ogni tanto bisogna essere infelici
per poter essere naturali…

Non tutto è giorni di sole,
e la pioggia, quando manca da molto, la si invoca.
Per questo prendo la felicità e l’infelicità
naturalmente, come chi non trova strano
che esistano montagne e pianure,
che esistano rocce ed erba…

Quello che conta è essere naturale e calmo
nella felicità e nella infelicità,
sentire come chi guarda,
pensare come chi cammina,
e quando si sta per morire ricordarsi
che il giorno muore,
che il tramonto è bello e bella è la notte che resta…
Così è e così sia…

Fernando Pessoa (1888-1935), XXI
in Una sola moltitudine, pp. 104-105
Adelphi, Milano 1998

vivi da millenni

Un silenzio da udire
il rompersi di un ramo
come un fragore di mondo!

Tanto è cresciuto il mistero
in cinque notti di neve,
impaurita è anche la torre.

Dal bosco ti guardano gufi
occhi di monaci,
vivida millenni.

Anche il tempo è assente,
il chiostro assorto! Nessuno
dica: «E’ natura morta!»