il mistero della traduzione

Qualcuno ha detto che tradurre è tradire.
I traditores erano presbiteri ed episcopi cristiani costretti, nei primi secoli d. C., a consegnare i testi sacri alle autorità romane, pur di aver salva la vita. Di qui il senso della parola “traditore” nella sua accezione svalutativa. Che però in senso stretto vuol dire: colui che consegna. Tradire è consegnare, come Cristo consegnato da Giuda, ma anche come chi svela non volendolo un’emozione. Tradurre in realtà è da trans-ducere, che è condurre da un luogo ad un altro e quindi anche da una lingua ad un altro idioma.
Ma per tradurre è necessario affrontare il rischio di tradire: per consegnare alla mia lingua nativa un’opera scritta in un linguaggio da me appreso (o imparato da piccolo e poi approfondito) devo portare il peso, raccolto in ogni singola parola, di una tradizione, di un ethos e nello stesso tempo farlo incontrare con un altra tradizione, un altro ethos. Dalla frizione tra questi due massi, nasce la scintilla della comunicazione tra culture, che è sempre in primo luogo comunicazione tra due individui: il poeta/scrittore e il suo traduttore.
I traduttori sono poeti tanto quanto i poeti, scrittori tanto quanto gli scrittori.

QUI l’omaggio a Svetlana Geier, che viene da alcuni considerata la più grande traduttrice di Dostoevskij in tedesco.
Da parte mia un omaggio alla grazia dell’intelletto femminile, oggi 8 marzo, Giornata Internazionale della Donna.

 

 

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