Astio condiviso e apatia


Stando a quanto si legge nell’intervista a Franzen riportata da La Repubblica, il procedimento giudiziario intentato in Germania contro il fondatore di Facebook dovrebbe suonare come una sorta di rivincita, alle orecchie dell’autore di Purity.

Secondo Franzen: 

Il fenomeno Trump è inimmaginabile senza Internet e i social media. Internet ha creato un mondo in cui si può vivere immersi nella la propria realtà virtuale senza doversi mai confrontare con la realtà nel vecchio senso del termine. E Twitter non fa che peggiorare le cose, perché non consente sfumature né complessità. Verrebbe da pensare che postare dei tweet detestabili su una ex Miss Universo alle tre di notte squalifichi un candidato alla presidenza, ma nel mondo di Twitter non esiste distinzione tra pubblico e privato. Se si vive in quel mondo il tweet di Trump, carico d’odio nel cuore della notte, sembra perfettamente normale. Si apprezza Trump perché è “vero”

Franzen non è nuovo a ragionamenti simili, secondo cui la Rete avrebbe il demerito di a. Confondere reale e virtuale e b. Abolire la complessità. E così anche Trump ne sarebbe un sottoprodotto, o almeno sarebbe tale il fenomeno politico a lui collegato, ovvero in altri termini le motivazioni che spingono una parte di aventi diritto a seguirlo. Che su Trump la questione sia un poco più complessa – e allora forse alcune tesi sulla fine della complessità non dovrebbero essere veicolate da una intervista – lo ha dimostrato tempo fa, in Italia su Internazionale, un reportage di Dave Eggers, L’America vista da un comizio di Trump (che non trovo on line se non in inglese, qui).

Ho la sensazione tuttavia che il Web sia solo l’ultimo tratto di un cambiamento ben più imponente. In primo luogo la Rete non fa che ampliare e rendere totalizzante la “logica del telecomando”, secondo cui se alla prima occhiata l’immagine non fa per me, il dito immediatamente mi porta altrove. Lo zapping è l’antesignano della voracità con cui si scorrono i Social. Ora, di per sé, il telecomando non ti dice se ciò che vuoi evitar di guardare o quello su cui ti fermi sono prodotti culturali di qualità o meno. Obbedisce alla tua intuizione del momento, governata da qualche bisogno carsico. Allo stesso modo, la Rete non opera una scelta per te, o meglio, la opera in modo a te incomprensibile, attraverso algoritmi non accessibili ai più. Il cosiddetto virtuale quindi non è l’irreale, ma il massimo della tua realtà fisica di quel momento: un bisogno, una emozione. Che spesso non conosco e a cui non do un nome.

Come intravisto da Baricco nei suoi Barbari, siamo di fronte all’abolizione di qualsiasi gerarchia di valore e ciò ovviamente fa rabbrividire chiunque parta da una prospettiva valoriale di qualsivoglia tipo. Ma non somiglia tutto questo al grido del folle in Nietzsche? L’abolizione di tutti i valori fu da parte sua una presa d’atto, più che una scandalizzata denuncia. E l’avvertimento riguardava il pericolo di costruirsi nuovi idoli, al posto di quelli frantumati. Il Novecento ha fatto del suo meglio, costruendo davvero mondo virtuali ai quali tendere e verso cui trascinare le masse, in nome dell’Uguaglianza, della Nazione, della Razza. Astrazioni, ma portatrici di morte Finì dunque che il mondo vero continuò a divenire favola, ma contro Nietzsche. Ora l’idolo parrebbe il Soggetto, l’io.

A me pare che ci sia ancora, in Franzen, la nostalgia di una guida. Non in termini totalitari certo, piuttosto più vicini alla Missione del dotto di Fichte: qualcuno o qualcosa che salvi le masse dal l’indifferenza della Rete, che le porti alla liberazione attraverso l’intelligenza. In Purity il tentativo dello pseudo-Assange è destinato alla sconfitta, parrebbe. Ma se all’origine sta il dito, che usa il telecomando o sfoglia il tablet, allora si potrebbe trovare una via più efficace negli stoici e contrapporre all’indifferenza forzata della Rete, la loro indifferente apatia, il saper dare un peso adeguato a ciò che incontriamo. Forse dovremmo tornare a studiare Seneca, Marco Aurelio, magari sotto la guida di Pierre Hadot.

Usare lo stesso linguaggio dei terroristi


La risposta al gesto violento e violentissimo – Parigi o Nigeria o- si situa sempre su di un piano simbolico. L’inno francese rimanda all’unità nazionale (tanto quanto un fascio repubblicano scolpito, tra le mani di una Marianne, essa stessa simbolo) e ai valori fondativi veicolati dalla Rivoluzione del 1789, più o meno depurati degli eccessi; il minuto di silenzio – o come si dice “di raccoglimento” – rimanda alla sospensione della vita nella sua fluidità feconda, imperterrita – almeno secondo le intenzioni del suo ideatore; la foto del profilo del social sostituita da una bandiera, o da un disegno: sono segnali di partecipazione, emotiva e intellettuale.
Istantanei, questi simboli rimangono nell’aria qualche istante, per poi venir sommersi dal calcio di inizio, dal riprendere del fare quotidiano, dallo scorrere della pagina Web. Ci appare sufficiente, questo o quel gesto. Come a dire: anch’io ci sto, anch’io sono acceso su questo dolore. E invero, spessissimo è una partecipazione sincera, per quanto possibile.

Che cosa però raccogliamo in questi raccoglimenti? Che cosa rimane, poi?

La “strategia del terrore” – in senso stretto e non come veniva intesa nei nostri Anni di Piombo – è più sottile, anche se si muove sullo stesso piano delle sue risposte, che almeno in questo sono plausibili. Sin dalla sua origine, il terrorismo rivoluzionario della Parigi oggi straziata, essa adotta un meccanismo disarmante, nella sua semplicità. Disarma cioè con le armi. Individua una persona di cui è noto il nome, oppure un gruppo di sconosciuti, e usa su di loro la Parola Definitiva, la morte. Il piano del simbolo, astratto per i distratti, si fa carne e sangue. Elimino te in quanto tu rimandi alla tua ideologia, alla tua appartenenza, alla tua religione, al sistema che ti ha generato e che sto combattendo.

Tu non sei padre, fratello, sorella o madre; non sei donna o uomo con emozioni, pulsazioni, bisogni, passato e desideri. Tu sei una vita da troncare. Perché qui sta il simbolo per eccellenza, l’interruzione del respiro, la mortalità del cuore intermittente.

Valse per Roberspierre stesso, suo ideologo. Valse per Umberto I, in quel caldo luglio che inaugurava il secolo breve; valse per Moro Aldo (come magistralmente rende Lo Cascio diretto da Bellocchio). Vale per i morti nella discoteca, per i bambini delle scuole nigeriane. Per gli intrappolati delle Torri Gemelle.
Non c’è alcuna astrazione, in queste morti. La morte – la Signora vestita di nulla di Gozzano – non è proprio qualcosa di etereo, impalpabile, pensato o pensabile, per quanto (o per questo) il ragionare occidentale (non solo) ci vada dietro da millenni.
La morte è il sangue sparso. Il corpo smembrato.

Il pontefice Francesco sta avviando un processo drastico, ben più radicale della riforma delle luride finanze vaticane. Sta rimettendo al centro quello che è stato marginale, almeno in alcuni dei suoi predecessori (ma qui ci sarebbe da approfondire): si sta focalizzando sull’ortoprassi, invece che sulla ortodossia. Mi pare che il suo incedere sia cauto, ma non per questo non riconoscibile: si tratta di ricordare che quel che si fa ha più forza di quel che si pensa. Che la Verità, se è tale, accade – anche senza essere pensata o persino riconosciuta intellettualmente come tale (“Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare?” Mt. 25).

E questa mi pare una buona risposta ai gruppi che hanno fatto dell’ortoprassi la cifra del proprio integralismo. Perché il pensiero estremista di matrice islamica – interpretazioni radicali della lettera coranica possibili nell’assenza più totale non solo di una unica gerarchia religiosa, ma persino di un coordinamento tra le interpretazioni teologiche delle sure – traduce in azioni sanguinosissime le proprie teorie manichee, o meglio ancora ritiene che la propria verità coincida con la morte del diverso. Agiscono solo su di un piano simbolico totalizzante. La Morte è Simbolo perché annulla le parole.

Se è vero che come occidentali abbiamo scelto la mediazione del pensiero e della ricerca di significato (ma Nietzsche aveva scoccato l’avvertimento), e questo costituisce un prezioso filtro tra quel che si ritiene vero e quel si ha da fare, è altrettanto vero che, immersi nella informazione globale, noi occidentali rischiamo oggi di rimanere solo sul piano dei significati pensabili. Astratti. Aria fritta, diceva Lombardi Vallauri, a noi imbranatissimi fucini, decenni fa.

E allora il linguaggio più efficace per rispondere in maniera decisiva all’alfabeto terrorista mi pare quello di affidarci anche noi all’ortoprassi. Non che non ci abbiano pensato anche quelli che stanno armando i cacciabombardieri… Aprendo così l’infinita questione del quando porre un limite alla tolleranza – di questo si discuterà, rischiando ancora e ancora di rifriggere l’aria, nei prossimi mesi. Il punto è, mi pare, che non si potrà trattare di una guerra onesta, di una guerra ultima. Troppe le speculazioni (speculare è anche pensare, rifarsi all’ortodossia quindi) che temo entreranno in gioco, se non sono già alla base dell’esistenza del cosiddetto Stato Islamico.

Il richiamo dell’ortoprassi è radicato nel nostro essere uomini, e quindi la guerra ci appare lecita, invocabile, necessaria. Azione scaccia azione. Morte scaccia morte?

Possiamo essere certi che l’occidente, che ha prodotto donne e uomini capaci di riconoscere la folle ortodossia jihadista e farsene carico (parlo dei giovani che son partiti dalla Francia o dall’Inghilterra), sia in grado di dare una risposta definitiva con un’azione militare? Su quale base? O vero, supponendo anche si tratti di una guerra trasparente, come difendere la presunzione che sia anche l’ultima?

Se fosse giusta, non ne potremmo parlare nei cosiddetti contenitori televisivi pomeridiani, non ne avremmo parole; se fosse trasparente e necessaria, le nostre italianissime e validissime imprese costruttrici di armi metterebbero a gratis a disposizione il proprio made in Italy, perché, data una guerra giusta e necessaria, gli operai lavorerebbero senza pretendere stipendio, per più di qualche mese, perché poi la gente accorrerebbe a contribuire ai loro e degli imprenditori bisogni primari, di propria sponte. Se la guerra è giusta, avrà un meraviglioso fronte interno.

Non so se ci sia stata una guerra di questo tipo. A leggere Meneghello, Fenoglio: sì. Qualcosa di liberatorio, di urgentissimo.
Ma adesso? Mi pare che la migliore delle ipotesi sarà quella di spostare i cattivi, dopo Al Qaeda, Al Nusra; dopo Al Nusra, l’Isis; dopo l’Isis, chi sa. E intanto noi a impegnarci sulla nostra sicurezza, sui nostri diritti, sul nostro stile di vita. Un fortino sicuro, meglio se anche elegante.
L’Isis appare la critica più efficace alla nostra cultura liberale. Appare a molti l’unica risposta vera, qualcosa di realmente rivoluzionario: l’uso strategico della tecnologia in ogni sua forma contro il sistema che l’ha inventata. Porre fine al Male col male stesso.
La guerra rilancerebbe la medesima logica, sposterebbe il problema di qualche anno, di una generazione.

A me pare che non resti altro che praticare un’altra ortoprassi radicale, si chiami essa virtù socratica, o Non violenza, o Evangelo, o socialdemocrazia, o Perfetta Letizia di Francesco d’Assisi. Praticare radicalmente una proposta radicale, che esiste già nella nostra storia. Nulla a che fare con i simboli – bandiere della pace o presepi a scuola – solo microazioni quotidiane, di comprensione, inclusione, ascolto. Pratiche di misericordia, di eguaglianza sostanziale.

I cinici diranno: sì, bravi bambini, così morirete felici.
Non sarebbe cosa da poco.

Fenomenologia dello studente liceale #2. La Salmona

Salmona

E’ tempo ormai di introdurre alcuni caratteri dell’animale simbiotico dell’Orsetto.
Si tratta del pesce osseo d’acqua dolce e marina Salmon salar, che negli ambienti scolastici si presenta per lo più unicamente nel genere femminile, la Salmona appunto.
Ed è proprio nelle acque dolci del gruppo classe che questo curioso essere ama trattenersi: essendo specie anadroma, essa vive anche in acque salate, ma di tale esperienza non è dato saper nulla. Il primo tratto che la caratterizza, infatti, è un’assoluta riservatezza, manifestata con un costante e certosino silenzio. La Salmona non prende posizione esplicita, si limita a muovere ritmicamente il capo in senso longitudinale, dal basso verso l’alto, per alcune volte, dimostrando straordinario interesse e rara capacità di comprendonio di fronte alle parole del Gufo. E’ in primo luogo l’assenza pressoché totale di parola, in contesto gruppale, ad avvicinare la Salmona all’Orsetto, che come abbiamo visto, è anch’egli caratterizzato dal silenzio pubblico. Egli stesso, tuttavia, ha il privilegio di accogliere, in separata sede, le confessioni fiume della Salmona, che lo adotta come spirito guida, mentore, confessore.

La Salmona si presenta simile alla Trota di mare, con la differenza evidente per cui la bocca raggiunge il bordo dell’occhio senza superarlo. Del resto sarebbe impossibile: la Salmona infatti è tale per i due enormi occhioni cigliati, usualmente segnati da un trucco non invadente – si può dire elegante – che sbatte con regolarità e in sincrono con il movimento del capo. In un esperimento effettuato in una scuola finlandese, nel 2004, dal Gufo Aarno Hintikka, è stato dimostrato come, in condizioni di assoluto silenzio, il battito di ciglia sia percepibile all’orecchio animale, e non solo dai piccioni.

Ecco che la comunicazione visiva Salmona-Orsetto risulta essere la fenomenologia ricorrente della loro interazione in pubblico: si riconoscono a prima vista, si può dire senza tema di sbagliare. E così lo sguardo dell’Orsetto, attento e non giudicante, risulta accogliente per quello spaurito e perplesso della Salmona, che, scavato un avvallamento di circa 15 cm depone le uova e trova infine requiem.
In senso stretto, poiché, come già accennato, l’affidarsi della seconda al primo è per ella mortale: gli orsi amano attendere i salmoni in risalita e così, dopo aver concesso all’Orsetto le pagine più dolorose della propria esistenza, la Salmona verrà inghiottita senza remore. Nella fattispecie, dopo mesi di simbiosi, accade la rottura, drammatica, che ha effetti stranianti sul resto del gruppo animale, di norma ansioso, e deleteri sui tentativi pedagogici del Gufo.

Da notare, a margine, che la Monumenta Venetiae Historica Scholastica, redatta dal Gufo Erasmus Von Rosenstrasse nel 1823, ricava l’etimologia del nome Salmona dai suoi tratti estetici, separando il suffisso *sal dall’oriundo Mona (veneto per esemplare femminile particolarmente attraente). Si sa, del resto, che gli Orsetti sono dotati di un certo gusto.

Un genitore non sa

aperteNessun genitore deve volere il meglio per suo figlio. E sai perché? Perché non lo sa. Un genitore non sa cos’è il meglio per suo figlio. Non lo può sapere, come potrebbe? È Dio? Legge nella sfera di cristallo? No, è solo un genitore. E allora dovrebbe starsene a guardare e basta, in silenzio e con grande calma. Un po’ come si sta davanti al mare a guardare il mare. Cosa si fa davanti al mare? Si guarda il mare. Basta. Si accompagnano le onde con lo sguardo. Questo. Una per una. Come faceva il mio amico Malmecca con le foglie: le accompagnava, le prendeva in braccio un attimo prima che cade978880621546GRAssero. Le… accompagnava. Hai presente? Le onde che si frangono, le foglie che cadono, la canna da pesca che si piega quando il pesce abbocca… Così. Accompagnare. Anche i figli bisogna accompagnarli. Stare a guardarli, come le onde. […] Un figlio che non continua il padre spezza una linea. La rompe. È un elemento di rottura, un figlio così, si può dire? L’ho pensato spesso. Ma adesso non lo penso più. […] Dovreste essere curiosi, voi genitori. Molto curiosi dei figli. Dovreste morire dalla curiosità di vedere dove diavolo andrà a finire, quella linea spezzata che è partita da voi, e che si spezzerà ancora decine di volte nei secoli, con i figli dei vostri figli e i figli dei loro figli. Decine di volte! Invece, siete sempre così scontenti… Così incontentabili. Siete così privi di curiosità, voi genitori… Sembra che conosciate già tutto, che sappiate al millesimo che fine farà ogni cosa, ogni figlio… Non vi lasciate sorprendere. Non prevedete neanche la possibilità di una sorpresa. Peccato. Vi private di una grande felicità… “.

Alla parola “genitori” potremmo – dovremmo – sostituire/affiancare “insegnanti”. Un appunto da ricordare, per me, in entrambi i casi.

un(a) Filo lungo un anno

Sulla lavagna, orfana di gessi, la mano sudata traccia le parole di quella che possiamo chiamare una integrazione metacognitiva: l’operazione secondo cui si cerca di fissare non il contenuto appreso, ma i modo con cui lo si è appreso. La testa si guarda dall’alto, la cognizione si specchia, si fa speculativa.
Nella foto ci sono le parole della Terza A, che ringrazio: è stato un anno costruttivo.

unAnnoDiFilo2

Mi pare interessante notare come il fuoco-sabba attorno a cui danzano le parole-streghe è l’idea-sensazione di pensiero divergente, di qualcosa che ha scompaginato l’ovvio, il normale. Beh, è l’effetto della filosofia greca, dove un altro mondo è stato possibile.

Se è vero che, seguendo la scia dei Barbari di Baricco, sempre più oggi prevale la velocità-in-superficie, e la categoria di “smart” è la più utile a comprendere come si muova la conoscenza, mi pare anche vero che la vecchia polverosa categoria dell’approfondimento, che non viene scalzata, oggi, ma solo messa nel mucchio, non se la passi poi male. Se è vero che tutte le alternative sono possibili, quella della profondità mantiene ancora un fascino particolare. E, sfruttando la contemporanea sensibilità estetica, non potrebbe succedere davvero che sia la bellezza a salvare il mondo?

Il negozio cammina altramente. Per Galileo

aperteSe per rimuover dal mondo questa opinione e dottrina (copernicana) bastasse il serrar la bocca ad un solo, come forse si persuadono quelli che, misurando i giudizi degli altri co‘l lor proprio, gli par impossibile che tal opinione abbia a poter sussistere e trovar seguaci, questo sarebbe facilissimo a farsi: ma il negozio cammina altramente; perché, per eseguire una tal determinazione, sarebbe necessario proibir non solo il libro di Copernico e gli scritti degli altri autori che seguono l’istessa dottrina, ma bisognerebbe interdire tutta la scienza d’astronomia intiera, e più, vietar a gli uomini guardar verso il cielo, acciò non vedessero Marte e Venere or vicinissimi alla Terra or remotissimi con tanta differenza che questa si scorge 40 volte, e quello 60, maggior una volta che l’altra, ed acciò che la medesima Venere non si scorgesse or rotonda or falcata con sottilissime corna, e molte altre sensate osservazioni, che in modo alcuno non si possono adattare al sistema Tolemaico, ma san saldissimi argumenti del Copernicano. Ma il proibire il Copernico, ora che per molte nuove osservazioni e per l’applicazione di molti literati alla sua lettura si va di giorno in giorno scoprendo più vera la sua posizione e ferma la sua dottrina, avendol’ammesso per tanti anni mentre egli era men seguito e confermato, parrebbe, a mio giudizio, un contravvenire alla verità, e cercar tanto più di occultarla e sopprimerla, quanto più ella si dimostra palese e chiara.

G. Galilei, Lettera a Madama Cristina di Lorena Granduchessa di Toscana (1615)
Galileo Galilei nasceva oggi, a Pisa, 450 anni fa.

Se non so

Szymborska(closeup)

SOTTO UNA PICCOLA STELLA
Wislawa Szymborska

Chiedo scusa al caso se lo chiamo necessità.
Chiedo scusa alla necessità se tuttavia mi sbaglio.
Non si arrabbi la felicità se la prendo per mia.
Mi perdonino i morti se ardono appena nella mia memoria.
Chiedo scusa al tempo per tutto il mondo che mi sfugge a ogni istante.
Chiedo scusa al vecchio amore se do la precedenza al nuovo.
Perdonatemi, guerre lontane, se porto fiori a casa.
Perdonatemi, ferite aperte, se mi pungo un dito.
Chiedo scusa a chi grida dagli abissi per il disco col minuetto.
Chiedo scusa alla gente nelle stazioni se dormo alle cinque del  mattino.
Perdonami, speranza braccata, se a volte rido.
Perdonatemi, deserti, se non corro con un cucchiaio d’acqua.
E tu, falcone, da anni lo stesso, nella stessa gabbia,
immobile, con lo sguardo fisso sempre nello stesso punto,
assolvimi, anche se tu fossi un uccello impagliato.
Chiedo scusa all’albero abbattuto per le quattro gambe del tavolo.
Chiedo scusa alle grandi domande per le piccole risposte.
Verità, non prestarmi troppa attenzione.
Serietà, sii magnanima con me.
Sopporta, mistero dell’esistenza, se tiro via fili dal tuo strascico.
Non accusarmi, anima, se ti possiedo di rado.
Chiedo scusa al tutto se non posso essere ovunque.
Chiedo scusa a tutti se non so essere ognuno e ognuna.
So che finché vivo niente mi giustifica,
perché io stessa mi sono d’ostacolo.
Non avermene, lingua, se prendo in prestito parole patetiche,
E poi fatico per farle sembrare leggere.
(da Vista con granello di sabbia, Adelphi 1998)

Dedicata al caro Ivo e al suo interpellare (custodente) le mie fragilità.

Quattro libri, dopo l’estate

Accanto al cambio dell’immagine della testata (per la quale ringrazio Antoine), suggerisco quattro libri che mi hanno fatto compagnia nelle ultime settimane.

perIsherwood

Chi sia rimasto affascinato da Un uomo solo, pubblicato sempre per i tipi di Adelphi nel 2009, potrebbe rimanere deluso da questo testo autobiografico di Isherwood. Allora, l’attenta costruzione dei personaggi e la precisa intenzione di non scivolare nel morboso dello scandalo, avevano contribuito a realizzare un capolavoro sul labirinto degli affetti. Qui, la narrazione si fa quasi cronaca quotidiana, relazione di dialoghi sulle questioni minime della vita in una città sull’orlo del baratro. Ma a ben vedere, non è delusione di qualche aspettativa, anzi. Al contrario: delusione perché troppo poche sono queste pagine per potersi dire sazi della compagnia di Isherwood. Perché, come succede per i libri davvero classici, alla fine si vorrebbe avere qualche capitolo in più, per poter godere delle parole e dei silenzi di questa persona. Ma come, già te ne vai? Questo il quesito finale, nonostante le duecentocinquanta pagine. Berlino, anni Trenta, si staglia sullo sfondo, fredda e disorientata: non si leggono, ma si annusano le violente certezze del movimento politico che di lì a poco, con i suoi complici, avrebbe inchiodato l’Europa. Ma le persone, come sempre, credono di esser altro dalla politica, apparente fondale di teatro, eppur invece vi sono costrette dalle necessità abitative e lavorative. La vita va avanti, e solo l’occhio delicato di Isherwood riesce a cogliere i drammi individuali, in attesa dello sfacelo.
(Christopher Isherwood, Addio a Berlino, Adelphi 2013)

perPennac87 anni e 19 giorni. 31774 giorni, circa. Messi uno vicino all’altro segnano la misura di un’esistenza qualsiasi, una delle tante in un’era in cui la quarta età trionfa. Un diario, dunque, ma né quotidiano, né intimo, se con questi termini si intende la cronaca degli avvenimenti e delle risonanze emotivi via via che la distensio animi si dipana. Infatti lo stratagemma di Pennac è geniale: scrivere un diario sì quotidiano, perché fatto di giorni, talvolta di ore, ma non intimo nel senso di intimista, ma proprio nel significato che diamo all’aggettivo quando lo usiamo accanto alle parole detergente o igiene. Intimo perché letteralmente “strettissimo”; di più: inseparabile. Più di un amico, che pur è altro da noi, più di qualsiasi legame affettivo. E’ la relazione del protagonista con il proprio corpo, le proprie membra, i propri organi interni ed esterni. Il corpo è nostro (e quindi parrebbe da noi separabile, come l’oggetto dal suo soggetto) ma nello stesso tempo il corpo è noi, il mio corpo sono io. A partire dai 12 anni, il protagonista inizia a segnarsi che cosa il suo corpo comunica. Si inizia con la paura, per l’esigenza di confidare almeno alle pagine scritte le inquietudini di un adolescente. E poi con gli anni diventa cronaca (impietosa, direbbe qualche triste spiritualista) di odori, liquidi, turgori, deiezioni, sommovimenti interni, malattie e trionfi della carne. Pennac ci ricorda che aver cura di noi non è questione di salutismi o altre retoriche, ma proprio di ascolto, di autocoscienza, di dialogo con l’anima, che non è altro che corpo vivente.
(Daniel Pennac, Storia di un corpo, Feltrinelli 2012)

perCognetti2Ha sempre ragione Goffredo Fofi, anche se non vorrà mai ammetterlo esplicitamente. E ha ragione quando dice, su Internazionale, che «Cognetti è uno scrittore vero». Da cosa lo capisco? Il mio criterio è questo: lo scrittore è vero quando, nel momento in cui lo leggo, mi viene voglia di scrivere. Non di ri-scrivere quanto egli propone; l’intenzione non è correttiva. Ma proprio un desiderio spontaneo di provarmi a raccontare la mia parte in questa storia d’Italia. Perché Cognetti, attraverso le vicende di Sofia, riesce a comunicare che cosa sia stato il nostro paese negli ultimi quarant’anni. Non si tratta di storia civile – anche se le pagine sull’Alfa Romeo spiegano meglio di un manuale scolastico la vicenda di quel marchio – ma di storie personali di individui “atomici”, perché quel che emerge, al di là di tutto, è il rincorrersi tra isolamento e solitudine, tra l’esser lasciati soli e il volersi appartare, perché si ha imparato a farlo, perché si è stati costretti ad impararlo. Il boom edilizio, la contestazione e le sue degenerazioni violente, il lavoro come religione, l’universo border-line delle nevrosi e delle dipendenze, il naufragio lento dei matrimoni, la speranza che della propria creatività si possa fare una professione. E, mentre le persone attraversano tutto questo, si rincorrono, si parlano e poi tacciono e poi ricominciano a parlare, sfiorando la salvezza che sta nelle mani del convitato di pietra, l’ascolto.
(Paolo Cognetti, Sofia si veste sempre di nero, Minimum Fax 2012)

perGombroSenza i contributi accessori – l’introduzione di Cataluccio; un breve saggio e la prefazione all’edizione argentina scritti dall’autore stesso – questo onirico romanzo di Gombrowicz risulterebbe molto più arduo da decifrare. Per assumerlo da solo, puro, è necessario abbandonare l’esigenza di comprendere tutto e subito. La Polonia degli anni subito precedenti il Secondo Conflitto mondiale è già di per sé un continente misterioso, che pare descrivibile solo dal bianco-e-nero delle immagini storiche, quasi schiacciata sulla violenza del prossimo invasore. Gombrowicz le restituisce il colore, la tre dimensioni (e forse la quarta e la quinta), i sapori e gli odori delle aule scolastiche, delle villette borghesi, delle case di campagna abitate più da una servitù viva che da padroni che mimano se stessi. La domanda sembra questa: chi è veramente se stesso? Che forma abbiamo quando siamo noi stessi? Ma… Abbiamo davvero una forma, nell’esser noi stessi? L’espediente fantasmagorico è semplice: un trentenne si ritrova costretto a tornare tra i banchi di scuola, con gli adolescenti. Nessun si accorge della sua età più matura ed egli stesso è imprigionato nell’esigenza altrui di “dare forma”. Formazione, educazione, istruzione… Ma anche le ideologie in diffusione, il rinnovarsi dei quadri morali, le mode moderne; oppure le tradizioni, il “si è sempre fatto così fin da quando eri bambino”, le consuetudini, le differenze di classe e di casta. Tutto pretende di dire chi siamo, di disegnare il contorno della nostra identità: Gingio, il protagonista, se ne accorge e la reazione immediata è la paralisi, l’immobilità, l’afonia. Come in quei sogni in cui ci sembra che i nostri movimenti siano costretti, impediti e lentissimi, lo sforzo per liberarsi, per svegliarsi, deve essere enorme.
(Witold Grombrowicz, Ferdydurke, Feltrinelli 2009)

Civetta in SOL

L’immagine rinnovata della testata ospita la consueta rapace notturna in compagnia di un gomito. Esso appartiene a Gino Paoli, cantautore che non ascolto. Ma, in questa foto, mi sta simpatico. Quella cosa degli amici al bar, poi, forse è anche vera.
L’ho scovata in questo sito, una sorta di raccolta di memorabilia.
Sempre da essa, anche l’immagine del vagamente perplesso (ma mai come la civetta) Pablo Picasso, qui sotto.

CivettaPicasso