Attesa di Giacomo

  
Non posso dire che i camici bianchi non facciano parte del mio paesaggio famigliare. Ospedale è sempre stato, a casa, un luogo di lavoro, prima che occasione di cura. Eppure l’impatto con quella che presenta se stessa innanzitutto come l’Azienda Ospedaliera è sempre straniante, un poco alienante.

Ora sono in un tempo di nessuno, l’attesa che la colazione prima dell’alba venga digerita, affinché possa accadere il taglio cesareo che ci porterà Giacomo. Così scrivo.

Temno, tagliare, da cui tempio. Nonostante lo sforzo medicalizzante, la Clinica Ostetrica è luogo sacro, perché apre lo spazio delle esistenze. Nel salutare V. sentivo i vagiti arrivare dalle vicine sale-parto, gridi feroci, richieste fondamentali di cibo, protezione, comprensione. Immaginavo le boccucce spalancate, i lineamenti raggrumati attorno agli occhi serrati. Un sito – al momento della prima fuoriuscita di liquidi, stanotte, il primo nostro counsellor è stata la Rete – invitava a parlare al bimbo ormai in posizione perfetta, sottolineando il “mondo meraviglioso” che lo stava aspettando. Non me la son sentita di raccontare questa parziale verità. Sono mentalmente inciampato, in quel ‘meraviglioso’; non perché non lo sia, ma perché, che lo sia, ognuno deve poi sperimentarlo. E poiché venire alla luce non è per nulla una passeggiata, preferisco rimandare l’aggettivazione a quando Giacomo sarà colpito da cotanta meraviglia.

Come stamattina, scendendo le scale. E. si ferma, la gambina a mezz’aria, e mi dice: – Ma quando sono nata io, tu sei rimasto solo a casa! Non si trattava di una domanda, ma proprio di un rimando empatico. Stava facendo i conti con l’assenza materna nei giorni a venire, ma ha guardato fuori, verso di me.

Qui in Clinica non c’è il tempo per l’empatia, a meno di non incontrare persone illuminate, poche e sommerse. Eppure, poiché si tratta comunque di pazienti, la dimestichezza con il pathos esiste e si traduce in simpatie, o più facilmente in antipatie: gesti bruschi, parole contate, prevalenza del punitivo ‘avrebbe dovuto’. Mai iniziare a fine turno altrui.

Cappucci. O dell’intolleranza

IRAQ PRISONER ABUSE KKK1922

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’immagine sopra ha dieci anni e si riferisce alle torture e agli abusi subiti dai prigionieri iracheni nel carcere di Abu Ghraib, vicino a Baghdad. Venne resa pubblica insieme ad altre, il 28 aprile del 2004, come spiega IL POST.

L’immagine sotto è del 1922. La didascalia su SHORPY dice: “Members of the Ku-Klux-Klan about to take off with the literature which was scattered over the suburbs of the city.”

Il volto del prigioniero coperto; i volti degli adepti coperti. L’identità viene mascherata, per motivi diversi, forse opposti. La persona (parola la cui etimologia rimanda anche a maschera) con i suoi personalissimi e non confondibili tratti deve scomparire, non deve essere riconosciuta. Il volto mascherato rappresenta un’idea, o meglio, un’ideologia, l’universale che risucchia l’individuo. Non è più corpo e sangue, è simbolo: ed è comunque simbolo-contro.

E che non ha forma

È una Signora vestita di nulla e che non ha forma.
Protende su tutto le dita, e tutto che tocca trasforma.
Tu senti un benessere come un incubo senza dolori;
ti svegli mutato di fuori, nel volto nel pelo nel nome.
(Guido Gozzano, Alle soglie)

fuochi fatuiTra il 5 e il 7 settembre, la cittadina bellunese di Feltre ospita la seconda edizione (o prima, se si vuol considerare quella dell’anno scorso un esperimento, ben riuscito) del festival FUOCHI FATUI, a cura dell’associazione “Visioni”. Tra gli artisti in mostra, Sara (sotto a dx) e Caterina (sx), vecchie conoscenze dei Gufi e tra le animatrici dello Studio Fludd, proietteranno sulla torre qualcuna delle proprie eteree lunatiche sideree eppur carnali opere.

gabellimaragotto

 

Civetta in SOL

L’immagine rinnovata della testata ospita la consueta rapace notturna in compagnia di un gomito. Esso appartiene a Gino Paoli, cantautore che non ascolto. Ma, in questa foto, mi sta simpatico. Quella cosa degli amici al bar, poi, forse è anche vera.
L’ho scovata in questo sito, una sorta di raccolta di memorabilia.
Sempre da essa, anche l’immagine del vagamente perplesso (ma mai come la civetta) Pablo Picasso, qui sotto.

CivettaPicasso