Il nuovo inserto de Il fatto esce domani in edicola.
de-schola#1
Rilancio l’intervista di Paola Mastrocola a Fazio. E’ un tema che mi sta a cuore, al di là del fatto che la scuola è la mia professione principale. Sarà interessante seguirne il dibattito e se possibile integrarlo.
http://www.youtube.com/watch?v=QYzQ4pgTMxY
makkox#1
bentornati nell’aula “Z”
Ogni generazione, probabilmente, considera se stessa la meglio gioventù e osserva con perplessità modi e scelte di quelle che arrivano. Nessun tentativo di biasimevole nostalgia quindi, se mai un ricordo, evocato da quell’universo di memorie che è il senso del gusto. E precisamente – dato il periodo – la memoria di una salsa di radicchio. Sì, un impasto denso di radicchio e maionese e chi sa quale altro condimento. La scena era sempre la medesima: al termine dell’orario mattutino delle lezioni accademiche, grosso modo verso la mezza, ci si avviava in gruppo dal palazzo del Liviano in via dei Fabbri. La mente situa la passeggiata in quelle giornate terse di inizio marzo, quando l’inverno cedeva il passo e le piazze brulicavano di vita operosa felice di muoversi al sole rinnovato. Arrivati da Zanellato – ribattezzato, in assonanza con i severi locali di filosofia, l’aula “Z”- la prima cosa che ci s’aspettava era una coda svizzera che dalla porta di sinistra arrivava sino al banco dei panini. Ora, non conosco la disposizione dell’attuale Lounge bar, ma questo tabernacolo della sazietà era situato in fondo al bancone, dopo una piccola apertura vicino alla cassa e adiacente ad una porticina. Per quanto ci sforzassimo di tirare il collo, nessuno di noi teoreti ha mai compreso l’esatta dimensione del cucinino. Si sapeva, per fede, che lì dentro avvenivano alchimie meravigliose.
L’attesa era paziene e umida d’acquolina. Si parlava di quanto ascoltato durante le lezioni, o di quello che ci avrebbe atteso nel pomeriggio. Naturalmente, di ragazze. Anzi, di studentesse, che è cosa diversa. E poi il fatidico momento della verità , l’ardua operazione di quadratura del cerchio, di misurazione dell’infinito: la domanda, una e una sola, capace di tenere insieme l’esigenza pragmatica di andare al sodo (uovo compreso) e insieme un intero bagaglio di ammiccamenti goliardici. «Amico, quanto grande lo vuoi?». Il tono era sempre il medesimo, flesso verso il rigido se di fronte il nostro aveva un novello o una ragazza priva di ironia (perché si riconoscono da fuori) ovvero languido e civettuolo se il turno toccava ad un vecchio studente del terzo o quarto anno. Il gesto, poi: millimetrica la lama seghettata indicava un tratto del filone di pane. Tanto lungo, tante mille lire. Infine la farcitura misteriosa. Per nulla facile, perché se ci si abbandonava ad una cinica mortadella solitaria, il nostro iniziava ad elencare decine di salse le più varie, dal regionale all’esotico. Tre gli ingredienti delle possibili innumeri composizioni. Spesso questa fase era affidata al silenzioso fratello, probabile inventore delle cuccagnerie. Quindi, dopo la seconda e definitiva domanda («lo mangi qua o lo porti via, ragazzo?»), alla cassa. Qui la matrona, colei che invero aveva le redini della biga alata, chiedeva il beveraggio e faceva di conto, non senza commentare l’acquisizione dei chili in sovrappiù o il taglio dei capelli del veterano di turno.
La triade di gestori aveva compiti ben precisi, dall’inspessimento dei panini all’atletico movimento della spemuta d’arancio. Ma chi sa come mai, vigeva un’alternanza gioconda, una tattica di gioco centrata sugli spazi vuoti da riempire, un accordo non detto che raramente emergeva in brevi e acidi scambi di ordini o appunti. Non c’erano remore biologiche, né vegetariane, o per lo meno, noi non ne avevamo. Lo spritz c’era ma il leone vigilava sul mostro policefalo, almeno in vista delle ore di Teoretica. L’unico cruccio, passettando verso piazza Duomo ciascuno con il suo saccoccio bianco, era che non ci fossero troppi maledetti piccioni, a condividere la sola vera dimostrazione dell’esistenza di Dio che mai ci sia rimasta sullo stomaco. A. M. D. G.
lasciar essere #1
Recupero da questo sito – un’ottima e intellettualmente solida raccolta di notizie dall’Italia e dal mondo – questo filmato.
L’idea che mi ha suggerito è questa: se prendiamo alla lettera quell’intuizione michelangiolesca secondo cui l’artista toglie il superfluo, potremmo anche pensare che quanto ciascun artista stesso compie non è altro che un gesto che “lascia essere” la materia. Certo, questa sorta di passività non è sempre esplicita, né ovvia, ma il percorso di ricerca potrebbe essere proprio questo: comprendere che cosa della materia il pittore, lo scultore, il fotografo o il regista, ma anche il musicista, lasciano essere, consentono di far emergere. A memoria, non ho ancora conosciuto una teoria dell’arte che intenda il lavoro di creazione come “togliere il sovrappiù” che possa essere applicata al di là della scultura.
areare il locale prima di soggiornarvi
La mano sulla culla
Arianna è una cara amica. Amica nel senso che ci parli e avverti una sintonia di princìpi e di ideali. Ci si indigna per le stesse piccolezze, ci si entusiasma per progetti vicini. Amica nel senso che se ti vede debole, impacciato, insicuro non se ne accorge. Non è che fa finta: proprio non ci bada. Pensa già a quel che di intelligente potresti dire o fare subito dopo.
Quando ha saputo/sentito di portare sua figlia Viola in grembo, ha pensato di non poter tenere la lampada sotto il moggio, e – intuendo che sono i figli a scegliere i genitori già da sempre – ha pensato bene di preparare l’universomondo all’arrivo della sua creatura.
Lo ha fatto con un blog nel quale all’attenzione educativa abbina la passione che è divenuta per lei professione, quella del cinema. La mano sulla culla è la mano che governa il mondo.
l’occhio sul pianoterra della vita
La vicenda della fotografa Vivian Meier, o meglio della sua produzione, è interessante.
«Vivian’s work was discovered at an auction here in Chicago where she resided most of her life. Her discovered work includes over 100,000 mostly medium format negatives, thousands of prints, and countless undeveloped rolls of film»
Perché una persona per così dire normale, una casalinga forse, fotografa la gente per strada?Perché le sue foto non dicono qualcosa solo a chi conosce
la persona ritratta ma anche a me, anni o decenni dopo?
Dove sta la potenza dell’occhio fotografico, il suo ingrediente segreto?
Perché un’immagine, che è cosa morta, rende così bene la vita?
Esiste un patrimonio di sguardi sul mondo, affastellato nelle soffitte della terra.
Dio Madre
parole#1: aporia
Questo abbinamento è divertente e – trovo – profondo. L’aporia è incertezza di un batter d’ali, ma è volo verso il limite inacessibile alla ragione, come nei dialoghi socratici.
apòria s. f. [lat. scient. Aporia, der. del gr. ἄποÏος «inaccessibile», perché queste farfalle frequentano spesso le cime degli alberi]. – Genere di farfalle della famiglia pieridi; la specie più conosciuta, comune in tutta Europa fino ai 2000 m d’altezza, è la farfalla del biancospino (Aporia crataegi), dal corpo nero con ali bianche e nervature nere.
aporìa s. f. [dal gr. ἀποÏία «difficoltà , incertezza», der. di ἀποÏέω «essere incerto»]. – In filosofia, difficoltà di fronte alla quale viene a trovarsi il pensiero nella sua ricerca, sia che di tale difficoltà si ritenga raggiungibile la soluzione sia che essa appaia intrinseca alla natura stessa della cosa e quindi ineliminabile: le a. eleatiche; la discussione aristotelica delle a. del concetto di moto; un’a. insolubile.
Le definizioni sono tratte da qui, vera miniera sapienziale.



