Pensieri dal post

Mi guardo attorno, attraverso i vari schermi, e leggo che in tanti si misurano con l’immaginare il mondo, o l’Italia, al termine della crisi. La narrazione del post-virus dunque imperversa, in questa fine marzo a partire dalla cui reclusione sto scrivendo. Quando queste righe saranno su carta, abiteremo già in un qualche segmento di quel post, e allora qualcosa di questi esercizi sarà stato confermato, altro dimenticato, ritrattato.

Mi piacerebbe avere il coraggio di disegnare l’utopia che verrà, percorrere con la mente i sentieri del Giusto e dell’Impossibile, della Bellezza che ancora non esiste. Ma non lo farò, e non solo per incapacità. Più che mai oggi, vorrei trattenermi nel disordine fertile dello scantinato dell’esperienza, quella reale di questi giorni.

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Simposio in tempi di Dad

Uscire dal meccanismo della conferenza, della lezione. Provare ad elaborare un sapere collettivo. Ciò che a scuola è momento di grazia, può accadere anche nell’emergenza.

Non consideri – disse – che unicamente così, contemplando il bello attraverso ciò che lo rende visibile, gli avverrà di generare non immagini (eidola) di virtù, perché non afferra un’apparenza, ma virtù vera, in quanto afferra il vero? E che, avendo procreato e allevato virtù vera, gli sarà possibile diventare caro agli dei, e anch’egli immortale, se mai altro uomo? (Simposio; 212a) Traduzione di MC Pievatolo, QUI

Non aspettatevi risposte. Domande, tante. Nei link seguenti ho cercato di riassumere la sinuosa caoticità del dialogo.

QUI il PRIMO SIMPOSIO
QUI il SECONDO
QUI il TERZO

una cosa antica

Queste righe sono state scritte su invito della Diocesi di Padova, per questa pagina.

Cinque centimetri dalla realtà
Il fatto è che lo star fermi conduce obbligatoriamente ad aumentare il tempo di pensiero. E se nessuno ci ha insegnato come e cosa pensare, noi semplicemente ospiteremo in testa quanto ci troviamo di disponibile, e quindi – di questi tempi, ben prima dell’epidemia – quanto di letteralmente disponibile troviamo tra le mani, scorrendo le schermate del telefono.
Nulla di male. E’ che, direbbe Foster Wallace, non stiamo facendo nessuno sforzo, non stiamo affatto scegliendo a cosa dedicare il tempo, su cosa accendere la luce della ragione. Immersi nello streaming, nel flusso di notizie, meme, video, audio, immagini possiamo persino convincerci di esserci fatti un’idea del mondo.

Possiamo certo alleviare lo spirito, qualora esso sia appesantito dal dolore. Se tuttavia perseveriamo in un costante status di leggerezza, è perché abbiamo scordato il momento esatto in cui tutto è diventato pesante. In cui noi ci siamo fatti pesanti.

Da pesanti a pensanti: si rende necessario uno sforzo, salire un gradino un poco alto, alzarsi dalla sedia. Uno stacco, un’interruzione forzata. La corrente salta, tutto resta buio. Ecco che reagiamo, cerchiamo una candela – metaforica si intende, nulla da mostrare alla finestra.

Se per cause da noi indipendenti ci sia restituito un poco di tempo, usiamolo per prenderci la distanza di cinque centimetri dalla realtà. Per guardarla da fuori.
Ma se ora ci pensiamo, non facciamolo solo per pensarci su – ricadremmo nella corrente e invece abbiamo voluto togliere la spina.

Ecco: la preghiera – questo millenario istituto – è un modo per galleggiare sulla realtà, senza essere palloni gonfiati. E’ un modo per non affogare nella realtà, facendoci un poco più leggeri, non piume, ma pomici.
Prendere le distanze vuol dire prendere atto che anche oggi possiamo mangiare; vuol dire celebrare che siamo qui e possiamo vederci e parlarci; vuol dire confessarci che la notte fa paura, e che possiamo raccontarci i mostri che stanno sotto i letti; vuol dire riportare alla memoria chi non ha nulla di questo, perché è nato in Siria, o in Libia, o…
Vuol dire sentire sul viso, come nella primavera che inizia, il sole, che dice: voi siete figli amati. Da pesanti, a pensanti, a pensati.

E saranno tanto più duri quanto più sono giovani

XXX. [39c] Ma desidero fare una predizione a voi, che avete votato contro di me: perché sono già là dove le persone sono più propense a fare predizioni, quando stanno per morire. Io vi dico, uomini che mi avete ucciso, che ci sarà per voi una retribuzione, subito dopo la mia morte, molto più dura di quella pena cui mi avete condannato. Perché voi ora avete fatto questo credendo di liberarvi dal compito di esporre la vita a esame e confutazione, ma ne deriverà tutto il contrario, ve lo dico io. A mettervi sotto esame per confutarvi saranno di più: [39d] quelli che finora trattenevo, di cui voi non vi accorgevate; e saranno tanto più duri quanto più sono giovani, e tanto più ne sarete irritati. Perché se pensate che basti uccidere le persone per impedire di criticarvi perché non vivete rettamente, non pensate bene. Non è questa la liberazione – né possibile, né bella – ma quella, bellissima e facilissima, non di reprimere gli altri, bensì preparare se stessi per essere quanto possibile eccellenti. Con questo vaticinio per voi che avete votato contro di me prendo congedo.
Platone, Apologia di Socrate, trad. it. di Maria Chiara Pievatolo

Leggere il discorso finale di Socrate, per intero, in classe, è una pratica che porto avanti sin quasi dal mio primo anno di insegnamento. Certo, una pratica anomala dal punto di vista didattico: non è in senso stretto un dialogo, genere letterario scelto da Platone e essenziale alla comprensione del suo pensiero; racconta solo alcuni particolari della vita di Socrate, importantissimi per certi versi, ma relativi per lo più al periodo finale della sua esperienza; necessiterebbe della ripresa del contesto politico dell’Atene di allora, cosa che non faccio mai; non riguarda direttamente alcune tematiche che sono molto appetibili per una classe di sedicenni, come l’amore (Il Simposio) o la speranza (il Fedone); occupa molte ore di lezione, ritardando lo svolgimento dell’unico vero idolo ancora in vita nella scuola, il programma.


Eppure ascoltare Socrate che parla, e poi dialogare con lui attraverso l’insegnante, diviene decisivo. Non sempre nello stesso modo: talvolta magicamente d’incanto, altre a scoppio ritardato. Accade quello che, secondo lo storico della filosofia Pierre Hadot, è il cuore di tutto il pensiero antico: «la vera questione che è in gioco non è ciò di cui si parla, ma colui che parla». Ascoltare dunque l’esistenza di questo antico maestro, in una narrazione imbevuta di ironia e di passione, interpellarla chiedendo chiarimenti, commentarla senza remore, porta i ragazzi, ognuno con il proprio tempo, a fare i conti con se stesso. Perché la fase evolutiva in cui il cervello svolta decisamente, l’adolescenza, «è anche il momento in cui fa la sua comparsa la propensione umana all’autoanalisi», come suggerisce David Bainbridge, il quale sostiene che la complessità dell’Homo sapiens dipenda essenzialmente dall’apparizione dell’adolescenza stessa.
E anche perché non c’è altra età in cui »la Signora vestita di nulla/e che non ha forma», come Gozzano chiama la morte, non venga presa più seriamente come in adolescenza. E Socrate narra la sua vita guardando la fine in faccia, “con gli occhi asciutti/nella notte triste” degli ateniesi.

Poi l’anno scolastico prosegue, costringendo a mirabolanti slalom tra le verifiche e le pagine dei manuali. Ma nel frattempo qualcosa si è attivato, e scava in modo carsico. Per dar voce a questo lavorio del pensiero, ho lanciato la proposta di portare avanti il dialogo con Socrate nelle giornate estive: il vaticinio socratico (quello riportato nelle prime righe di questa pagina) si sta avverando? Ho proposto la scrittura di una riflessione ai membri delle classi a me affidate: chiunque avrebbe potuto intervenire, con la penna o la macchina fotografica. Il risultato sono i pezzi e le immagini che trovate di seguito: non ho rifiutato nulla (non l’avrei comunque fatto) e l’intervento redazionale si è rivelato minimo. Ciascuna delle ragazze, ciascuno dei ragazzi ha lavorato in autonomia, senza il confronto con i pari, né con l’assillo di una valutazione. Qualcuno mi ha solo chiesto una copia della rivista. A fianco, compaiono alcuni scritti “adulti”: si tratta di persone che, di persona o attraverso i loro saggi, ho constatato essere decisamente innamorate dei giovani, della politica, delle domande, della vita degna di essere vissuta.

La raccolta dei testi dei ragazzi esce con il numero di Marzo di Madrugada.

Aule al Pianoterra #7 L’età geniale

Non so se la serie TV sarà all’altezza del libri di Elena Ferrante, né quale sia il valore di questa misteriosa scrittrice. So che molte persone attorno a me, che avverto come “accese”, hanno apprezzato entrambi i prodotti culturali. E che altre, pure intelligenti, li rifiutano, forse perché, affetti da una qualche sindrome “fofica”, allontanano da sé tutto ciò che divenga mainstream.

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Il peso dei nomi

Per il 4 novembre ho recensito un libro di Paolo Malaguti.

Il peso della moneta estratta dal panciotto di Graziani è lo stesso, insostenibile, di quella elargita dal generale Leone descritto da Emilio Lussu. In entrambi i casi, l’assordante autoreferenzialità dell’ufficiale rimbomba e riempie lo spazio di senso, come una sirena d’allarme che impedisca per qualche istante qualsiasi altra percezione. L’imponenza verticale delle stellette si ripiega magnanima su se medesima, per lambire, illuminandolo con la propria dignità, il fante miserello. Probabilmente contadino ignorante. In entrambi i casi, la distanza tra le due persone si misura invece sull’effettiva esperienza della guerra, sul tempo di terrore «buttato accanto ad un compagno massacrato».

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Ragionare sull’antifascismo #2

Questo articolo uscirà sul prossimo numero di Madrugada, a breve in distribuzione.

Pollici opponibili

La strategia è quasi meccanica:
1. prendi un tema caro a quanti si dicono di sinistra.
1.1 non importa che cosa significhi essere o dirsi “di sinistra”; nel dubbio pesca tra i post di qualcuno come la sig.a Boldrini.
2. individua un limite possibile alla tesi di cui al nr. 1., per esempio un caso contrario, un dato che lo falsifichi, una generalizzazione avversa, una statistica, o una sua interpretazione, un comportamento ambiguo dell’Unione europea a tua scelta.
3. considera definitivamente falsa la questione di cui al nr. 1.
4. (sottointeso) gongola del fatto che non esista più la sinistra
5. dunque puoi godere, dietro la tastiera: la ragione sta dalla parte di qualsiasi posizione anti-sinistra, per esempio cattolica intransigente o di destra
5.1 qualsiasi cosa significhino “cattolico intransigente” (cioè qualcosa pre-Bergoglio e post Pietro) o “di destra” (e qui la questione si fa più complessa).
6. attendi i commenti.
7. polemizza facendo finta di discutere, anche se pensi di farlo.
8. taglia corto, di solito accusando l’altro/a di essere un “pidiota” oppure, qualunque cosa significhi, un “buonista”.
9. ricomincia da capo.

Parliamo della comunicazione sui cosiddetti social, in particolare su Facebook: la modalità, diciamo, dialettica emerge con forza in queste settimane, grazie all’attività di pollice (o forse indice) del Ministro degli Interni. Costui l’ha resa comunicazione istituzionale – e non può forse essere diversamente se pensiamo al fatto che il portavoce di Palazzo Chigi deve la sua notorietà più alla partecipazione ad una edizione del Grande Fratello che non ad un curriculum accademico. Questa modalità, in linea con il mezzo adottato, si presenta come dialogica, ma non è nemmeno dialettica: si gettano opinioni al vento.
Tuttavia essa parte da più lontano. In altri termini, l’onorevole Salvini non è altro che il più evidente sintomo di una patologia talmente datata che somiglia piuttosto a una seconda natura della sinistra, o vero la fatica di trovare le parole giuste (e non solo quelle più efficaci).

La solitudine di Sisifo

Scrive Luca Illetterati (Il Mattino di Padova, 22/06/2018): «la sinistra a livello globale perlomeno dagli anni Novanta del secolo scorso parla di fatto lo stesso linguaggio della destra, si muove cioè entro una grammatica politica e una sintassi categoriale che sono, sostanzialmente, quelle prodotte dalla destra neoliberale». Manca quindi, pensando alla questione delle migrazioni, «un discorso che abbia il coraggio di dire, ad esempio, che forse l’unica soluzione – per quanto difficile, complessa e dura – (…), l’unico modo per togliere il mercato dell’immigrazione alle mafie e agli sfruttatori è quello di aprirsi a questa possibilità, di pensare che non si tratta tanto di respingere, quanto di aprire un accesso legale ampio (…). Un discorso che di fronte alla domanda che chiede perché si dovrebbe accogliere e non respingere abbia il coraggio di dire: perché è giusto. Perché chiudere i confini di fronte alla pressione di chi cerca una vita migliore è qualcosa che non ha ragione».

A pensarci bene, tuttavia, non appare un problema solo della sinistra: possono esserci molte persone che, pur non riconoscendosi o non riconoscendosi più “a sinistra”, ritengono per convinzioni personali, religiose o altro, che l’accoglienza sia la scelta più corretta. Anche il loro discorso viene minato, giorno dopo giorno, dallo stile demolitivo e aggressivo di cui sopra. Pensiamo a coloro che, individualmente o attraverso reti associative, stanno ospitando in casa persone migranti: quale diritto alla parola possono avere, in un discorso pubblico che non tollera alcuna complessità?
In effetti, mi pare che accada questo: chi sostiene un’opzione ispirata al principio dell’uguaglianza sostanziale è costretto al silenzio; egli opera talvolta in solitudine perseguendo obbiettivi radicalmente umani, prima ancora che “umanitari”, ma non può dirlo, se non a persone che ne condividano l’azione stessa, una cerchia ristretta che, alla fine, si smarrisce nelle centinaia di cerchie ristrette (dai vegani ai terrapiattisti), che da lontano sembrano tutte equivalenti.

Si staglia un paesaggio dai colori drammatici: il “prenditeli a casa tua” – che è possibile argomento definitivo di cui al nr. 8 – quando davvero accade, non assume la forza di un argomento eticamente sostenibile (cioè un comportamento che ispiri la convivenza di una società aperta), perché viene ridotto a opzione personale, a scelta privata. Mi ricorda la fatica di Sisifo di chi, convinto della necessità di cambiare il destino ecologico della terra, si impegni a mantenere puliti spazi pubblici come le spiagge, o a usare la bicicletta il più possibile, o ancora a evitare imballaggi di plastica. Sono scelte puntuali intraprese da individui, ma che indubbiamente ricadono sul benessere comune. Eppure possono passare come idiosincrasie personali, quasi patologie.

Complessità atomica

Probabilmente qui sta la vittoria del neoliberalismo: convincerci che siamo atomi, isole e che l’essenziale è il nostro (mio) benessere, sempre e comunque. Anche il riferimento a gruppi più allargati, dai movimenti NIMBY alle presunte “identità nazionali”, persino alla vigilanza di quartiere, diventa uno strumento utile al singolo: comunità posticce invocate alla bisogna.
Mi pare stia accadendo, alla sinistra, qualcosa di simile alla parabola del cattolicesimo, almeno in Italia: la progressiva scissione tra l’azione e la parola, e la conseguenza perdita non solo di credibilità, ma del linguaggio stesso. Ma allora lo spazio pubblico e politico non può più ospitare parole diverse? Unico orizzonte, l’intimismo?

Eppure non ci si può fermare qui. Due sono le considerazioni che nascono dal mio fare l’insegnante di filosofia e storia. La prima: che a legger bene la vicenda italiana dell’ultimo secolo, emerge come la vittoria del fascismo sia stata preparata dalla crisi del linguaggio liberale-risorgimentale, ben prima della fine della Prima guerra. A 50 anni dall’unificazione, mentre le trasformazioni economiche creavano i ceti medi, la critica alla classe politica liberale ottocentesca transitava anche attraverso l’elaborazione di linguaggi nuovi, letterari artistici e politici, spessissimo da parte di giovani, e altrettanto spesso distruttivi, alcuni dei quali convogliati nella boria interventista e poi, dopo il trauma bellico, nel mito dell’azione fine a se stessa fatto proprio dal fascismo sansepolcrista. Il tentativo di stare nella complessità, da parte dei socialisti, del neonato Partito Popolare, o di intellettuali sparsi veniva spazzato via in nome della difesa dallo spettro bolscevico. La vicenda delle migrazioni (e la sua messa in discussione dell’UE) potrebbe assumere il ruolo di svolta storica, non diversamente dalla Grande Guerra e dalla Rivoluzione d’Ottobre.
La seconda: quale enorme potenzialità contiene il semplicissimo strumento della classe, per arginare le pretese dell’individualismo di regime e poter ragionare in termini di etica condivisa e di complessità?

Aule al pianoterra #5: Tutto è lo stesso?

Non so bene se quanto scrivo possa ricadere nel cesto dei tantissimi poco utili commenti su quello che chiamano “il caso della scuola di Lucca”.

Ho guardato i video, e poi li ho riguardati.

Avrei dovuto guardarli ancora, cercandone forse una versione in cui qualche giornalista si sia dato la pena di tracciare i sottotitoli delle parole dette dai ragazzi e dal professore. Non tutto si capisce, ma forse è inutile capire tutto. Non ho cercato oltre, perché grande è stata la pena per quella persona, per quell’adulto braccato dai ragazzi, sia quelli che ronzavano come vespe attorno alla cattedra, che gli altri, ridanciani e videoimpegnati.

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