Un tempo per sperare – futuro interiore, di Michela Murgia

La terra straniera dalla quale parte Michela Murgia, in questo denso Futuro interiore (Einaudi, 2016), non è la pur maltrattata Sardegna, le cui brulle terre e meravigliose acque fanno da sfondo costante, non detto. È la sua età anagrafica, che le permette un carotaggio sui quaranta-cinquantenni. Ma quasi a scardinare il teorema della sua coetanea Jean Twenge (Generation Me), secondo cui già i nati negli anni settanta sono invischiati nel culto dell’Io, divinità pagana eretta nel tempio del Mercato dopo lo sfacelo delle Contestazioni incompiute, la Murgia non guarda all’ombelico rifatto dei suoi coetanei, ma fuori dalla finestra. “Non sapendo quando verrà l’alba, io spalanco ogni porta”, scriveva la Dickinson: forse davvero ci vuole uno sguardo femminile, un pensiero femminile, una intuizione della parte femminile di ciascuno di noi, per rivedere la cura per ciò che è Comune. 


Un libercolo veloce, come generalmente le Vele einaudiane, propone argomentazioni serie e non scontate. La prima: pensare una cittadinanza libera dal giogo (e dal gioco al massacro) delle identità, nella quale si sveli la menzogna della cosiddetta integrazione che maschera una assimilazione vuota e cieca – la tolleranza già denunciata da Pasolini. In una Europa in cui le merci hanno libero passaggio ovunque e le persone invece debbano essere filtrate per non rovinare equilibri demografici e politici – è una sorta di imperialismo al contrario -, ius sanguinis e ius soli sono categorie obsolete. Esistono tuttavia “stati in gestazione” che stanno elaborando percorsi di autodeterminazione: sono esperienze con una storia reale (Catalogna, Transnistria, Scozia, Sardegna…), in cui cioè l’appartenenza non viene inventata, come nel caso della razza Piave. La strada suggerita è quella percorsa dal Canada, in cui centrale appare il coinvolgimento in una comunità affinché essa possa essere scelta. Tra il suolo e il sangue si situa dunque un progressivo movimento di deliberazione, che non può che partire dalle aule scolastiche.

Il secondo ragionamento riguarda gli spazi urbani, la loro bellezza e capacità inclusiva/democratica. Trovo interessante la necessità di rammentare come la bellezza di cui si dice abitata l’Italia sia per lo più nata in regimi abitati da profonda ingiustizia sociale, siano essi monarchici, curiali o dittatoriali. Al contrario, poi, la Repubblica non ha prodotto luoghi belli, adatti alla convivenza, ma quartieri dormitorio destinati ad essere sempre e comunque periferia. Possibile una via di mezzo? Possibile un ritorno alla piazza che non sia solo “del mercato”, ma che costituisca un luogo disordinato, abitato da diversità etniche e generazionali che convivono? La Murgia porta due esempi concreti, vivi. E mi viene in mente tutto il lavoro sotterraneo di Marianella Sclavi.

Il terzo passaggio riguarda il potere. È immaginabile senza una gerarchia? E una gerarchia senza violenza, tacita o agita che sia? Michela Murgia suggerisce come la storia delle donne contenga esempi di gestione non violenta del potere, perché storia di emarginazione e di alleanza tra emarginati. Mi viene in mente David Maria Turoldo, a colloquio con don Lorenzo Milani: concepisco la gerarchia come paternità. E, insieme, la lezione di Socrate: uomo buono è colui che obbedisce a sé stesso e a chi ritiene degno di comando. I padri e un filosofo – pur attento al femminile: questa via nuova al potere non è questione di sole donne. E gli esempi portati nel testicciolo lo confermano. Si tratta piuttosto di rinunciare ad una visione genitale del potere, una potenza inseminatrice che si gioca sul presunto carisma e sulla Soluzione continua, calata dall’alto. Qualunque processo partecipativo, compresa la Rete, deve riscoprire la pazienza, questa sì femminile, del lento coinvolgimento.

Un lavoro, poco fa


In occasione della Festa del Primo Maggio 2016, pubblico le conclusioni dell’ultima edizione della Scuola del Legame Sociale – conclusasi nel luglio scorso, centrata sul tema del lavoro. Sono stato solo il redattore di uno sforzo collettivo.

Un tempo gli operai non erano servi. Lavoravano. Coltivavano un onore, assoluto, come si addice a un onore. La gamba di una sedia doveva essere ben fatta. Era naturale, era inteso. Era un primato. Non occorreva che fosse ben fatta per il salario, o in modo proporzionale al salario. Non doveva essere ben fatta per il padrone, né per gli intenditori, né per i clienti del padrone. Doveva essere ben fatta di per sé, in sé, nella sua stessa natura. Una tradizione venuta, risalita dal profondo della razza, una storia, un assoluto, un onore esigevano che quella gamba di sedia fosse ben fatta. E ogni parte della sedia fosse ben fatta. E ogni parte della sedia che non si vedeva era lavorata con la medesima perfezione delle parti che si vedevano. Secondo lo stesso principio delle cattedrali.

E sono solo io – io ormai così imbastardito – a farla adesso tanto lunga. Per loro, in loro non c’era allora neppure l’ombra di una riflessione. Il lavoro stava là. Si lavorava bene. Non si trattava di essere visti o di non essere visti. Era il lavoro in sé che doveva essere ben fatto.”

(C. Peguy, 1914)

“Nell’esaltazione del «lavoro», negli instancabili discorsi sulla «benedizione del lavoro» vedo la stessa riposta intenzione che si nasconde nella lode delle azioni impersonali di comune utilità: la paura, cioè, di ogni realtà individuale. In fondo, alla vista del lavoro – e con ciò si intende sempre quella faticosa operosità che dura dal mattino alla sera – si sente oggi che il lavoro come tale costituisce la migliore polizia e tiene ciascuno a freno e riesce a impedire validamente il potenziarsi della ragione, della cupidità, del desiderio d’indipendenza. Esso logora straordinariamente una gran quantità d’energia nervosa e la sottrae al riflettere, allo scervellarsi, al sognare, al preoccuparsi, all’amare, all’odiare.”

(F. Nietzsche, 1881)

Le citazioni di Peguy e Nietzsche non sono di oggi, ma riassumono efficacemente le contraddizioni dell’oggi e il primo tema del biennio, rappresentato da due delle domande iniziali:

• è possibile parlare di lavoro non più in termini di diritto-dovere?

• è attuale riconciliare le parole “lavoro” e “impegno”?

Le altre due domande-guida sono state:

• è possibile ritrovare e rinnovare il lavoro attorno al legame sociale?

• come ritrovare un patto intergenerazionale fondativo di una nuova cultura del lavoro?

Le considerazioni di queste pagine riflettono solo in parte la ricchezza del dibattito e la complessità dei contenuti emersi, ma riteniamo siano una sostanziale e condivisa sintesi delle principali linee di riflessione.

Labor è fatica. L’etimologia suggerisce il sudore della fronte. La radice è LABH, che è usare forza per ottenere qualcosa, da RABH; il sanscrito RABBHUS è colui che imprime forza, l’artefice scultore. Da qui il boemo ROBOT, lavoro servile, lavoratore di fatica.

Il lavorare tiene insieme la fatica del travaglio, la pena, che rimane nel termine francese e porta con sé il senso della “maledizione biblica”, con l’idea della robustezza, che giace nella radice sanscrita, intesa come costanza e resistenza verso un obiettivo.

Le parole nascono dalla carne e dal sangue. E la parola lavoro ha a che fare con l’azione di trasformare materiali dati dalla natura. Possiamo supporre che questa operazione avesse come primo scopo la sopravvivenza o il miglioramento della condizione di vita: contadini e artigiani.

In questo senso l’azione è, dicevano i greci, póiesis, produzione: il lavoratore ha un progetto in testa, conosce gli strumenti e, applicandoli con maestria (téchne) ottiene quel che aveva immaginato. Il greco non distingue tra la produzione di una cassetta di zucchine o la Venere di Milo, la pulizia di una strada o un’operazione a cuore aperto. In tutti i casi è azione poietica e, se fatta bene, arte.

Ciò che produco, il risultato dell’azione faticosa, possiede un valore.

Prima di misurare questo valore con quell’elemento di universale interscambio, che è il denaro, il lavoro possiede un altro tipo di valore. È quello che ci permette di trovare le differenze tra una cosa ben fatta ed una raffazzonata. Chiamiamolo valore poietico o artistico.

In esso convergono alcuni elementi

• la consapevolezza di un BISOGNO (perché mi metto all’opera? Per qual motivo intendo realizzare questa operazione?) – può essere la fame, il desiderio di costruire qualcosa che migliori una situazione umana, la manìa artistica che non ammette freni, perché è voglia di creare (un quadro, una poesia, una fotografia);

• la PERIZIA tecnica, come conoscenza dei materiali e degli strumenti, capacità di stilare un progetto realistico e un programma di realizzazione adeguato, abilità nel riconoscere il prodotto finito come “perfetto”, creatività;

• la RESISTENZA, come pazienza e convivenza con la fatica, misurazione delle forze fisiche e mentali, distribuzione dei tempi e nel tempo.

Il valore artistico si misura in termini individuali, cioè di soddisfazione, di gioia per un risultato voluto; ma anche in termini sovraindividuali, perché nella costruzione dell’abilità lavorativa entra la relazione con un lavoratore esperto, che fa da maestro. Nel lavoro ben fatto stanno più persone.

Queste competenze sono finalizzate alla definizione di un’opera, ma non si limitano ad essa. Coscienza del bisogno, perizia tecnica e resistenza sono elementi di un lavoro ben fatto, ma anche di un buon lavoratore.

Riteniamo che un buon lavoratore produca un ulteriore valore, che chiamiamo valore sociale. Richard Sennett sostiene che le abilità che l’artigiano dimostra nel corso dell’opera siano le medesime che vengono agite nella democrazia:

• la capacità di localizzare i problemi, cioè di individuare con precisione dove sta il punto della questione;

• la capacità di porsi domande su di essi, di riflettere sulla loro qualità, sospendendo l’ansia di concludere per aprire uno spazio alla curiosità/creatività;

• la capacità di aprire i problemi, cioè il darsi la possibilità di cambiare abitudini e di “pescare” soluzioni da ambiti diversi, ampliando il senso del problema originario.

Il processo lavorativo deve fare qualcosa che alla mente ben ordinata ripugna, e cioè sostare temporaneamente nel disordine: mosse false, false partenze, vicoli ciechi. [R. Sennett]

Come un buon lavoro contiene un processo aperto, allo stesso modo la democrazia è un sistema continuamente da verificare. L’essere in crisi è la condizione naturale della democrazia. Se oggi ci interroghiamo in proposito, come se fosse una novità, è solo a causa di memoria corta. (…) La democrazia non è un regime consolidato, assestato, sicuro di sé. Dove c’è consolidamento, assestamento, sicurezza del sistema di potere, lì c’è in realtà oligarchia, anche se, eventualmente, sotto mentite spoglie democratiche. [G. Zagrebelsky]

In questo senso lavoro è mestiere, come ministerium, officio, servizio. Far bene le cose che dobbiamo fare (o che vogliamo fare) produce un valore per la società, anche senza che esso sia posto da noi come obiettivo esplicito. È il contributo individuale ad un meccanismo, o anche – mutando immagine per introdurre la dimensione della finalità, del senso – ad un organismo. Ogni opera collabora, agisce e concretizza una collaborazione, a meno non si ponga esplicitamente uno scopo di separazione, di divisione.

Il lavoro, misurato nei termini di valore poietico e valore sociale, possiede elementi di gratificazione interni e fisiologici. L’elemento che li scardina e li disconosce è il denaro.

Nel momento in cui, da mezzo/strumento utile a determinati scopi, diventa fine, medium come unico ambito/linguaggio, come unico veicolo di senso tra uomo e mondo, la dinamica virtuosa del lavoro viene messa in crisi.

Non si può eliminare il denaro, qui e ora: dobbiamo prendere atto che siamo prima di tutto – prima di qualsiasi scambio – consumatori e su questa verità biologica il mercato fonda la sua pervasività. Persino adottando come fine ultimo la riduzione totale e drastica del consumo superfluo, è necessario ammettere il nostro essere di organismi viventi che consumano.

Non si può nemmeno separare il lavoro dal suo valore in termini di denaro e cioè impedire che il lavoro venga misurato con il denaro. Si tratta tuttavia di prendere atto che questo metro non riconosce, ma disconosce il lavoro stesso.

Da un lato il sistema del lavoro (chiamato anche con la pessima espressione di “mercato del lavoro”) produce lavoratori che non possono che avere come unico obiettivo lo stipendio, perché la loro individualità non entra in nessun modo nel processo di produzione. Qui i margini della ricerca di un lavoro ben fatto sono labili. Qui (e altrove) la precarietà del posto di lavoro e l’aleatorietà della misurazione del salario hanno come conseguenza l’aumento del conflitto sociale, perché impediscono la progettualità personale.

Dall’altro, la ricchezza è chiaramente spostata nelle mani di chi si pone come obbiettivo la moltiplicazione del denaro (la speculazione), e il suo correlato principale, il potere. Questo è il piano di senso che con maggior forza richiama la giustizia, intesa come equa distribuzione della ricchezza (è il 99 contro 1).

Questo a grandissime linee spiega l’alienazione, che ormai riguarda anche il terziario e non solo la manifattura; spiega la potenza dell’economia finanziaria e dei suoi prodotti velenosi; spiega l’ambiguità di chi lavora eludendo il fisco (e talvolta ciò sembra accadere a prescindere dall’ingiustizia di un sistema di tassazione); spiega infine la crisi del cosiddetto Terzo Settore e perfino del cosiddetto volontariato: in essi si è forse rinunciato all’accumulazione del denaro, ma non a quella del potere. Denaro e potere, inutile dirlo forse, hanno da sempre spiegato la evidente corruzione dell’azione politica e perfino istituzionale.

Il denaro adottato come obiettivo impone al lavoro due elementi cancerogeni: logica della competizione e logica della prestazione. Tutto questo si traduce in termini di riduzione dei tempi, aggressività, dispersione degli spazi (non-luoghi) e assottigliamento delle relazioni, destinate a divenire funzionali, anonime e a breve termine (dato il potenziale frequente cambio di luogo di lavoro, che non è altro che l’ultima espressione del congelamento dei rapporti sociali). Quello che viene messo in discussione è l’obiettivo – che è un bisogno strutturale dell’uomo – di darsi una biografia coerente.

Ora, viviamo in tempi complessi. Prima ancora che sul piano della riflessione (filosofica, sociologica, politica) questo si manifesta nelle esistenze reali: un ottimo falegname non paga le tasse, perché sono eccessive (e lo sono); un progetto relativo alla difesa contadina della biodiversità viene ospitato da Expo, supportato dalle multinazionali; la misurazione delle quote di ingresso di immigrati, e la relativa politica di gestione degli sbarchi, avviene sulla base del bisogno di manodopera; insegnanti appassionati spiegano il diritto al lavoro ad adolescenti che, sottoposti ad un sistema di formazione in continua espansione (in termini di anni di vita), non sanno se potranno trovarne; la potenzialità di un curriculum costruito su multicompetenze acquisite si confonde con l’incertezza dei termini contrattuali (precarietà e flessibilità si mescolano); genitori che non possono che parlare solo il linguaggio del “posto fisso” contribuiscono al mutuo del figlio precario/flessibile; la cooperativa sociale e i suoi dirigenti sono al centro si un sistema di corruzione legato alla distribuzione dei fondi destinati al sociale…

Tutto questo accade, ripensando al motivo fondante di questa Scuola, mentre il Legame Sociale viene vissuto non solo, fisiologicamente, nel suo essere ponte (bridging), ma sempre più nel suo essere chiusura (bonding), nel ribadire identità forti, per lo più create ad hoc. Sono identità religiose – per cui il Testo Sacro si fa legislazione civile; politiche – per cui la difesa del (mio) gruppo si fa bene collettivo (ivi compreso il linguaggio lamentoso delle minoranze resistenziali, che continuamente si rinnovano); sono spesso piccole identità di interesse, che coinvolgono chiunque, compresi coloro che si fanno o dicono attori di cambiamento.

Questa dicotomia ha infatti a che fare con il linguaggio del cambiamento. Ogni prospettiva rivoluzionaria, nel senso ideologico (novecentesco) del termine appare come una chiusura: non è solo impraticabile, ma uccide il dialogo sul cambiamento. Un prospettiva rivoluzionaria implica il disconoscimento del buono che già accade, perché non riconosciuto, o sempre riconducibile alle premesse da abolire. Eppure le premesse rivoluzionarie avevano l’ardire di concepire una soluzione collettiva.

Alla rivoluzione va affiancata e sovrapposta la RIVOLTA, intesa (alla Camus) come atto singolo che metta in luce (rifletta) una disuguaglianza, o pratichi un’azione di abbattimento di una disuguaglianza sostanziale.

Partendo dalla Scuola del Legame Sociale, non possiamo evitare di affermare che, chi come noi abbia il tempo di parlare di cambiamento, può godere di una, per quanto per molti precaria, soddisfazione dei bisogni primari. In altri termini, il cambiamento che desideriamo vedere e agire riguarda sì noi, ma ancor più dovrebbe riguardare chi non ha la forza di poterlo pensare. Qui andrebbe ripresa la categoria biblica dei “poveri”.

La Rivolta per eccellenza – la Rivolta che può riguardarci al termine del biennio – è quella che sta alla base del lavoro: la consapevolezza dei propri bisogni. L’azione di cambiamento appare praticabile quindi in primo luogo sul piano dell’educazione individuale, del confronto tra persona e persona, nei termini essenziali di una ecologia del bisogno.

Discorso e azione sono le modalità con cui gli esseri umani appaiono gli uni agli altri non come oggetti fisici, ma in quanto uomini. Questo apparire, in quanto è distinto dalla mera esistenza corporea, si fonda sull’iniziativa, un’iniziativa da cui nessun essere umano può astenersi senza perdere la sua umanità. [H. Arendt]

La domanda: “di che cosa ho davvero bisogno?” (che cosa posso – devo – sono costretto a consumare?) appare la prima iniziativa urgente.

Arrivederci

  
Se permette, prof, La ricorderei così, in mezzo ai suoi collaboratori più stretti. Arrivederci.

Parlare di Misericordia

  

Oragiovane ha un certo coraggio, perché mette le mani in pasta nell’ovvio sapendo che non è affatto tale. E l’ovvio, per molti di noi, è quella istituzione in crisi che è la parrocchia. Ovvio perché molti noi l’hanno relegata al proprio passato idealista e adolescenziale, fatto di “buone cose di pessimo gusto” abbondonate quando si è preteso di divenir grandi. Ovvio perché parlare di preti – non quelli degli scandali o quelli con i super appartamenti – pare noioso e sa di muffa. Eppure la parrocchia, se non si è corrotta dai se e dai ma, rimane uno dei pochi luoghi, come la scuola, in cui non ti scegli con chi stare. Potrebbe essere, e talvolta lo è, una palestra di diversità. Non è fatta per gente con la puzza sotto il naso, con o senza talare. E allora Oragiovane ci prova, a trasformare l’ovvio in conosciuto, e a strutturare un percorso serio, ma non serioso, per i GrEst. Sì, quella cosa con i bambini d’estate. Molti di noi non si rendono conto delle sue potenzialità finché non hanno figli in età scolare. Finché non si rendono conto che i luoghi di socializzazione non sono affatto scontati, né disponibili.

Il tema del 2016 è, in linea con la Chiesa, la Misericordia. E qui sta la sfida, perché non si tratta di UN tema, ma DEL tema. Oragiovane mi affida qualche riflessione, e io ci provo

Usare lo stesso linguaggio dei terroristi


La risposta al gesto violento e violentissimo – Parigi o Nigeria o- si situa sempre su di un piano simbolico. L’inno francese rimanda all’unità nazionale (tanto quanto un fascio repubblicano scolpito, tra le mani di una Marianne, essa stessa simbolo) e ai valori fondativi veicolati dalla Rivoluzione del 1789, più o meno depurati degli eccessi; il minuto di silenzio – o come si dice “di raccoglimento” – rimanda alla sospensione della vita nella sua fluidità feconda, imperterrita – almeno secondo le intenzioni del suo ideatore; la foto del profilo del social sostituita da una bandiera, o da un disegno: sono segnali di partecipazione, emotiva e intellettuale.
Istantanei, questi simboli rimangono nell’aria qualche istante, per poi venir sommersi dal calcio di inizio, dal riprendere del fare quotidiano, dallo scorrere della pagina Web. Ci appare sufficiente, questo o quel gesto. Come a dire: anch’io ci sto, anch’io sono acceso su questo dolore. E invero, spessissimo è una partecipazione sincera, per quanto possibile.

Che cosa però raccogliamo in questi raccoglimenti? Che cosa rimane, poi?

La “strategia del terrore” – in senso stretto e non come veniva intesa nei nostri Anni di Piombo – è più sottile, anche se si muove sullo stesso piano delle sue risposte, che almeno in questo sono plausibili. Sin dalla sua origine, il terrorismo rivoluzionario della Parigi oggi straziata, essa adotta un meccanismo disarmante, nella sua semplicità. Disarma cioè con le armi. Individua una persona di cui è noto il nome, oppure un gruppo di sconosciuti, e usa su di loro la Parola Definitiva, la morte. Il piano del simbolo, astratto per i distratti, si fa carne e sangue. Elimino te in quanto tu rimandi alla tua ideologia, alla tua appartenenza, alla tua religione, al sistema che ti ha generato e che sto combattendo.

Tu non sei padre, fratello, sorella o madre; non sei donna o uomo con emozioni, pulsazioni, bisogni, passato e desideri. Tu sei una vita da troncare. Perché qui sta il simbolo per eccellenza, l’interruzione del respiro, la mortalità del cuore intermittente.

Valse per Roberspierre stesso, suo ideologo. Valse per Umberto I, in quel caldo luglio che inaugurava il secolo breve; valse per Moro Aldo (come magistralmente rende Lo Cascio diretto da Bellocchio). Vale per i morti nella discoteca, per i bambini delle scuole nigeriane. Per gli intrappolati delle Torri Gemelle.
Non c’è alcuna astrazione, in queste morti. La morte – la Signora vestita di nulla di Gozzano – non è proprio qualcosa di etereo, impalpabile, pensato o pensabile, per quanto (o per questo) il ragionare occidentale (non solo) ci vada dietro da millenni.
La morte è il sangue sparso. Il corpo smembrato.

Il pontefice Francesco sta avviando un processo drastico, ben più radicale della riforma delle luride finanze vaticane. Sta rimettendo al centro quello che è stato marginale, almeno in alcuni dei suoi predecessori (ma qui ci sarebbe da approfondire): si sta focalizzando sull’ortoprassi, invece che sulla ortodossia. Mi pare che il suo incedere sia cauto, ma non per questo non riconoscibile: si tratta di ricordare che quel che si fa ha più forza di quel che si pensa. Che la Verità, se è tale, accade – anche senza essere pensata o persino riconosciuta intellettualmente come tale (“Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare?” Mt. 25).

E questa mi pare una buona risposta ai gruppi che hanno fatto dell’ortoprassi la cifra del proprio integralismo. Perché il pensiero estremista di matrice islamica – interpretazioni radicali della lettera coranica possibili nell’assenza più totale non solo di una unica gerarchia religiosa, ma persino di un coordinamento tra le interpretazioni teologiche delle sure – traduce in azioni sanguinosissime le proprie teorie manichee, o meglio ancora ritiene che la propria verità coincida con la morte del diverso. Agiscono solo su di un piano simbolico totalizzante. La Morte è Simbolo perché annulla le parole.

Se è vero che come occidentali abbiamo scelto la mediazione del pensiero e della ricerca di significato (ma Nietzsche aveva scoccato l’avvertimento), e questo costituisce un prezioso filtro tra quel che si ritiene vero e quel si ha da fare, è altrettanto vero che, immersi nella informazione globale, noi occidentali rischiamo oggi di rimanere solo sul piano dei significati pensabili. Astratti. Aria fritta, diceva Lombardi Vallauri, a noi imbranatissimi fucini, decenni fa.

E allora il linguaggio più efficace per rispondere in maniera decisiva all’alfabeto terrorista mi pare quello di affidarci anche noi all’ortoprassi. Non che non ci abbiano pensato anche quelli che stanno armando i cacciabombardieri… Aprendo così l’infinita questione del quando porre un limite alla tolleranza – di questo si discuterà, rischiando ancora e ancora di rifriggere l’aria, nei prossimi mesi. Il punto è, mi pare, che non si potrà trattare di una guerra onesta, di una guerra ultima. Troppe le speculazioni (speculare è anche pensare, rifarsi all’ortodossia quindi) che temo entreranno in gioco, se non sono già alla base dell’esistenza del cosiddetto Stato Islamico.

Il richiamo dell’ortoprassi è radicato nel nostro essere uomini, e quindi la guerra ci appare lecita, invocabile, necessaria. Azione scaccia azione. Morte scaccia morte?

Possiamo essere certi che l’occidente, che ha prodotto donne e uomini capaci di riconoscere la folle ortodossia jihadista e farsene carico (parlo dei giovani che son partiti dalla Francia o dall’Inghilterra), sia in grado di dare una risposta definitiva con un’azione militare? Su quale base? O vero, supponendo anche si tratti di una guerra trasparente, come difendere la presunzione che sia anche l’ultima?

Se fosse giusta, non ne potremmo parlare nei cosiddetti contenitori televisivi pomeridiani, non ne avremmo parole; se fosse trasparente e necessaria, le nostre italianissime e validissime imprese costruttrici di armi metterebbero a gratis a disposizione il proprio made in Italy, perché, data una guerra giusta e necessaria, gli operai lavorerebbero senza pretendere stipendio, per più di qualche mese, perché poi la gente accorrerebbe a contribuire ai loro e degli imprenditori bisogni primari, di propria sponte. Se la guerra è giusta, avrà un meraviglioso fronte interno.

Non so se ci sia stata una guerra di questo tipo. A leggere Meneghello, Fenoglio: sì. Qualcosa di liberatorio, di urgentissimo.
Ma adesso? Mi pare che la migliore delle ipotesi sarà quella di spostare i cattivi, dopo Al Qaeda, Al Nusra; dopo Al Nusra, l’Isis; dopo l’Isis, chi sa. E intanto noi a impegnarci sulla nostra sicurezza, sui nostri diritti, sul nostro stile di vita. Un fortino sicuro, meglio se anche elegante.
L’Isis appare la critica più efficace alla nostra cultura liberale. Appare a molti l’unica risposta vera, qualcosa di realmente rivoluzionario: l’uso strategico della tecnologia in ogni sua forma contro il sistema che l’ha inventata. Porre fine al Male col male stesso.
La guerra rilancerebbe la medesima logica, sposterebbe il problema di qualche anno, di una generazione.

A me pare che non resti altro che praticare un’altra ortoprassi radicale, si chiami essa virtù socratica, o Non violenza, o Evangelo, o socialdemocrazia, o Perfetta Letizia di Francesco d’Assisi. Praticare radicalmente una proposta radicale, che esiste già nella nostra storia. Nulla a che fare con i simboli – bandiere della pace o presepi a scuola – solo microazioni quotidiane, di comprensione, inclusione, ascolto. Pratiche di misericordia, di eguaglianza sostanziale.

I cinici diranno: sì, bravi bambini, così morirete felici.
Non sarebbe cosa da poco.

Appunti sull’Orientamento

DSC_0105

In vista della scelta per l’università,
durante la frequenza;in vista del lavoro,
per sopravvivere al lavoro.

http://orientamento.tumblr.com/

Il titolo viene da questa citazione di Etty Hillesum:
Quando un ragno tesse la sua tela, non lancia forse i fili principali davanti a sé e ci si arrampica poi sopra? La strada principale della mia vita è tracciata per un tratto davanti a me ma arriva già in un altro mondo.

Apologia del tradimento

Declinazioni in ino
Sguardo bovino. E’ quello tipico del padre al parcogiochi, mentre spinge l’altalena o attende che la creatura sguazzi nella sabbia. Lo so perché lo vedo, e lo vedo perché mi ci specchio. Ebbene, anch’io faccio parte della nobile schiera di maschi adulti che accompagnano la prole al parco, e non solo il sabato o la domenica. Non è tutto: preparo la pappina, cambio pannolini, pulisco sederini, infilo il pigiamino… Le riviste patinate – quelle che addolciscono i quotidiani nazionali nella seconda parte della settimana – ci dicono che i padri sono cambiati, anzi che si tratta di una «rivoluzione antropologica» (“La Repubblica-D”, 10 settembre 2012): «fino alla fine del Novecento sopravviveva la vecchia figura del padre fisicamente e emotivamente distante dal bambino nel suo primo anno di vita, frutto di una società maschilista e patriarcale che considerava la cura, il care, un’esclusiva della donna», afferma il neonatologo Volta, che nel suo sito (vocidibimbi.it) confessa che se non fosse se stesso, vorrebbe essere sua moglie Monica.

Ecco, io non so se vorrei essere mia moglie e, per quanto colga l’affetto e l’ironia dell’espressione, non lo desidero per non soggiacere all’epiteto, oltraggioso per la grammatica e insensato per la pedagogia, di “mammo”. La fretta di catalogare, che talvolta sembra unico criterio adottato da chi compone gli articoli di giornale, ha creato questo vocabolo, che genera confusione invece di aprire nuovi spazi semantici. Il dottor Volta stesso ne è pienamente consapevole, perché, incalzato dal giornalista, sottolinea che «il padre non deve scimmiottare la madre. Deve trovare un modo suo di prendersi cura del bambino». Insomma, si tratta di uno stile di cura del figlio che, ispirato alla madre, viene però interpretato in modo pienamente e totalmente maschile. Ma perché allora schiacciare in genere la questione sulla mamma-con-la-o? Che ci sia un cambiamento nell’aria, è testimoniato dal moltiplicarsi dei testi, scientifici o meno, sulla figura paterna, sulla sua crisi, sulla trasformazione di una società – come direbbero femministe d’altri tempi – fallocentrica, in qualcosa di diverso, a prima vista più empatico, meno direttivo o impositivo. E come spesso accade, di fronte all’inedito scarseggiano le parole.
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Cosa resta dei padri?
Macondo se lo è chiesto in uno degli ultimi convegni per le famiglie, su ad Asiago nel settembre 2012. La domanda, carica del potenziale provocatorio tipico della titolistica associativa, giunge al termine di un’amara constatazione: il senso di comunità vacilla, da un lato, e dall’altro è venuta a mancare la continuità tra le generazioni. Le due cose vanno pensate insieme: fatichiamo a riconoscere dei luoghi in cui sperimentare il legame sociale, contenitori di persone e di senso che fungano da occasione per incontrarsi e costruire nuove narrazioni collettive; solamente in essi padri e figli possono parlarsi, scontrarsi, riconoscersi e infine differenziarsi. Ma non c’è già la famiglia, per questo? Qualcuno potrebbe domandare… Non è la famiglia infatti il luogo principe per l’incontro e anche per lo scontro? Non è la famiglia il laboratorio per sperimentare finalmente il conflitto? E se non fosse così?

A scuola, la storia è per lo più teoria di guerre, una polemologia nascosta. Sono di fronte alla sostanziale impreparazione di una delle mie classi a proposito del Risorgimento italiano e mi chiedo che cosa avrei potuto fare di più, dire meglio, schematizzare con maggior precisione. Li colgo in ansia, braccati da uno stress inguardabile in un adolescente: non è l’adrenalina di fronte ad una sana sfida, ma un imbuto di doveri, il più vicino dei quali è la cosiddetta “pagellina”. Apro la questione e presto qualcuna, in primo banco, svela l’arcano: se porto a casa le insufficienze mi «cavano la vita». Il punto sta qui: non ho fino in fondo la possibilità di affrontare con loro argomenti didattici, perché in questione è un sotterraneo conflitto irrisolto sul senso della scuola e dello studio, uno scontro congelato che riposa nel freezer di questa e di altre famiglie. I ragazzi vengono ammoniti, minacciati, giudicati, ma non sembra ci sia nessuno che litighi seriamente insieme a loro sulla gerarchia degli impegni, sulla priorità dei doveri.
«Il tuo lavoro è la scuola», si ripete. Ma se nel contempo, nelle azioni, comunico a mio figlio che non amo il mio lavoro, né informarmi, né capire il mondo che mi circonda anche attraverso un libro? Perché tutto questo dovrebbe essere per lei o per lui una cosa ovvia? «Perché studiare ti prepara al futuro» e quindi «te lo dico per il tuo bene». Ecco l’inganno: ti sto proteggendo, per questo ti impongo la strada.

La domanda non fa riposare
Prevale il legame simbiotico: di origine materna, necessario e fisiologico sino ai primi anni di vita, diviene poi una non voluta strategia di soffocamento. Per non soggiacere alla mia ansia di genitore per la tua felicità, sono costretto a costruire una campana di vetro intorno alla tua esistenza. Ti trattengo, ti mantengo, ti custodisco: devi fare quel che ti dico. Non c’è discussione sui possibili valori altri dei quali tu, in quanto essere umano adolescente, ti potresti far portatore. La simbiosi non è inefficace di per sé, ma diventa distruttiva se cade fuori tempo. Di qui la necessità di tornare a parlare del conflitto, che è il motore fisiologico di una relazione tra generazioni (e non solo) che sia sana, tema portante delle riflessioni di Daniele Novara e del Centro da lui fondato (www.cppp.it). Solo il conflitto può spingerci verso un legame creativo, una relazione che proietta verso l’esterno, che libera.

Conflitto… Si tratta quindi di un invito a litigare? Litigare in famiglia? In parrocchia? A scuola? Le domande a quanto pare si stanno moltiplicando. E porre una domanda, con il coraggio di chi vuol capire, di chi cioè non presume già di avere “la” risposta, significa già aprire un conflitto. Chi chiede, lo fa perché è interessato a quello che l’altro pensa, perché mette a repentaglio la propria visione del mondo, perché ha bisogno di completarla. E così facendo spariglia l’altrui visione, lo status quo. Altrimenti, è solo un’affermazione che per gentilezza viene corredata alla fine da un punto interrogativo.

Ecco: chi è in grado di domandare senza timore? Il bambino, quando entra nel tunnel dei “perché” e dei “che cosa è” e si fa insistente nel suo cercare la rete che chiarifichi gli eventi. La categoria della causa-effetto appare all’orizzonte dei due anni, quasi insieme al linguaggio, e se sei fortunato questo interrogativo non ti molla più. E poi l’adolescente, che chiede non solo per sapere ma per mettere in discussione la tua granitica sapienza del mondo. La quale spesso si rivela saccenza, se ci facciamo trovare impreparati, insofferenti, frettolosi, schematici. Socrate dedica ai giovani alcune tra le sue ultime parole: «più di uno sarà di chi vi accusa, gente che io trattenevo, e voi non ve ne siete accorti; e saranno più duri, quanto più saranno giovani, e voi tanto più ne sentirete il peso» (Apologia).AdoCarrello

Socrate non portava i jeans
Bambini e adolescenti cercano, così, per natura. Ma chiunque ha bisogno di un senso, foss’anche, come diceva Camus, per rispecchiarsi nell’assurdo. E a questa “domanda di senso” l’immaginario collettivo cerca risposta nella figura del vecchio saggio: è il nonno che, placido, fuma la pipa e osserva dalla sua sedia il moto circolare della famiglia. E’ il decano del gruppo, colui che ne ha viste tante e riesce a collocare la tua inquietudine come un passaggio necessario, drammatico, ma non distruttivo. Costituisce la riserva, la memoria del gruppo, e perciò sa di che cosa sta parlando la tua ansia, ma non deve tranquillizzare, perché poi, se solo dai tempo, sarà la vita a guarire. E’ il senatore, chi cioè può poggiarsi al bastone del suo essere senex per operare nel delicato compito di nomoteta, di legislatore. E’ lo starec Zosima per Aleksej Karamazov, il Gandalf di Tolkien, Albus Silente per Harry Potter, Mago Merlino per il piccolo Artù disneyano, Morpheus per Neo in Matrix, sino al prete solo e solitario, in Corpo Celeste, che finalmente fornisce un minimo orientamento a Martina.
La lista sarebbe lunga e l’intento non è quello, a questo punto, di contrapporre semplicemente queste figure maschili alla Fata Turchina collodiana, la Smemorina di Cenerentola o Flora, Fauna e Serenella della Bella Addormentata. Ma la tentazione è forte: se in questi casi infatti la “madre” buona, consolatrice e amorevole, per quanto anche severa, si prende cura del piccolo, negli altri il maschio rappresenta un riferimento sicuro ma che costringe alla solitudine della scelta.

Allora, data per certa la presenza materna, i nonni hanno sostituito i padri? Perché la letteratura e il cinema rincorrono la sapienza, le risposte di questo “padre non padre” che è il nonno? Che cosa accade in questo spazio creato dal salto di una generazione?
Un ulteriore elemento aumenta la complessità. Siamo nella società del forever young: la Chiesa dovrebbe farsi giovane per parlare ai giovani (eventi, musica, WEB); la Scuola dovrebbe svecchiare il corpo docente per ritornare ad essere efficace e agganciarsi al mondo attuale; la comunicazione nei media scoppia di colori, icone e di link, quasi avesse come interlocutrice solo la gioventù. Dell’anziano il corpo va monitorato, aggiustato, protetto dalla chimica medicinale, quando non restaurato con capelli e zigomi posticci, camuffato da giovane con le giacchette strette e i pantaloni alla moda. Le rughe rimangono solo nelle suggestive foto dei reportage dal terzo e quarto mondo: vecchi peruviani o tibetani, immagini in bianco e nero, qualcosa che c’era e non c’è più. Fossili.

La situazione appare quindi schizofrenica: abbiamo nostalgia di un “padre buono”, qualcuno che ci accolga per poi lasciarci al mondo, che ci consegni un messaggio di senso. Lo cerchiamo nell’antenato che lassù ha costruito la casa sulla roccia, che sappiamo dove trovare, ma poi, ridiscesi in pianura, ci manca qualcuno che ci accompagni nelle cose di ogni giorno. Dove sono i maestri che, come nelle botteghe artigiane, affiancano nelle difficoltà correnti? Dov’è la capacità di comunicare un mestiere ai novizi da parte di avvocati più grandi (ma non fuori gioco), di commercialisti con più esperienza (ma non in pensione), di insegnanti o presidi maturi (e ancora in ruolo), di parroci capaci di segnare la via ai cappellani, di datori di lavoro non ottusi? Non possiamo abbandonarci al loro sguardo, perché temiamo il tradimento. Perché loro non sono abituati a lasciar andare e noi non siamo abituati al tradimento e lo concepiamo come la fine di tutto.

Nel deserto, una via
Arturo Paoli è un esempio di “vecchio saggio”. La sua centenaria esperienza è in parte raccontata nella recente raccolta di scritti La pazienza del nulla. E’ qui che narra il suo decisivo incontro con il maestro dei novizi Milad, che lo introduce nella fraternità di Charles de Foucauld. Dice Paoli: «fu per me l’incontro con una persona assolutamente insolita (…). Sembrava veramente come l’uomo del deserto da cui era emerso Gesù, l’unico Maestro. Mi apparve come l’uomo spogliato di tutti i travestimenti che ci vengono chiesti (…) era l’uomo “del sì e del no”, “il resto viene dal maligno” (…). E quello che mi attirava di più era il suo rigore nei richiami all’essenziale e l’umorismo con cui commentava le goffaggini dei novizi, suscitando una incontenibile ilarità». Guardate: rigore e ironia, cioè insieme presenza ferma e presa di distanza. Ci sono, ma tu sei solo.

Se c’è qualcuno che può tradire – scomodando James Hillman – quello è il padre. Certo, anche la madre tradisce e può rifiutare la vita cui ha dato origine, ma nel farlo nega se stessa. Il padre è solo all’apparenza in una posizione più comoda. Luigi Zoja afferma che “tutti padri sono adottivi”, perché ciascun essere umano maschio adulto, portatore del seme della generazione, deve porsi radicalmente la questione di accettare come “sua” quella creatura così aliena e in totale simbiosi con la propria compagna. Ogni genitore maschio, in altri termini, è messo di fronte ad un individuo separato: il neonato, “sangue del suo sangue”, era in realtà corpo unico con la madre e poi, venuto alla luce, è corpo a sé, comunque e ancora estraneo. Il padre biologico è costretto ad una crisi, ad una decisione fondamentale: entrare o meno in relazione, accettare o meno il fatto che quella persona, che pure contiene il tuo patrimonio genetico, non è stata e non sarà mai una parte di te. Il padre può decidere se sopportare la contraddizione: una distanza che può essere colmata, ma che rimane tale; uno spazio vuoto che può essere misurato dalla lunghezza delle braccia in un abbraccio, ma che poi torna ad essere vuoto. Il padre deve scegliere di esserci e proprio perché deve sceglierlo conferma il suo poter non esserci, la sua assenza, che verrà vissuta come tradimento. Ma se è una persona che mi ama, cosa vuol dire che mi tradisce? Non sta agendo contro di me, ma mi sta decisamente mettendo sulla strada della piena autonomia. Lo strappo è necessario e se non avviene, il padre replica la simbiosi materna e il figlio rimane intrappolato. Ben venga allora un padre più empatico, capace in ultima analisi di riconoscere i bisogni dei figli, della compagna e propri, anche perché in fondo all’ossitocina non si comanda. Ma a questo nuovo padre è chiesto uno sforzo suppletivo: non perché divenga supplente della madre, ma perché nel porsi in relazione prepari il terreno di una feconda separazione.

[Scritto nell’autunno 2012; apparso su Madrugada, giugno 2015]

Uno sguardo senza eccezioni: Vivian Maier

vivian

Qualche anno fa, in questo post, feci cenno alla fotografa Vivian Maier.

Mi è stato segnalato questo lavoro di archivio dedicato a lei, e così sono felice di potervi indicare il link. Penso infatti sia una persona il cui sguardo è davvero da incrociare.

Mi scrive infatti Anthony:
I’m contacting certain website & blog owners who have written about Vivian Maier and asking them to help us achieve this mission by adding a link to Artsy’s Vivian Maier page. In addition to spreading the word about our Vivian Maier page, I believe your visitors would enjoy this content.

Et voilà!

Il 2014 letto (un anno di libri)

austen copia

(Illustrazione di Gipi) Lo scorso anno solare mi pare, così d’acchito, non del tutto soddisfacente, quanto a letture. Parlo del soggetto leggente (io) e non dell’oggetto letto.
In ogni caso, per darne conto ai posteri, divido i libri letti in tre categorie:

A. Non mi ricordo nulla di quello che lessi.
B. Qualcosa rimane, tra le pagine chiare e le pagine scure.
C. Come una puntina sulla sedia del prof.

S. Aleichem, La storia di Tewje il lattivendolo
J. Landsdale, Una stagione selvaggia (eB)
Byung-Chul Han, La società della stanchezza (eB)
T. Bernhard, Antichi maestri
P. Barnard, Nonna, ti spiego la crisi economica (eB)
V. Magrelli, Geologia di un padre
M. De Giovanni, Il senso del dolore
B. Fenoglio, Lettere
D. Kahneman, Pensieri lenti e veloci
R. Sennett, Insieme. Rituali, piaceri, politiche della collaborazione
D. Foster Wallace, Una cosa divertente che non farò mai più
A. Giménez-Bartlett, Dove nessuno ti troverà
G. Pietropolli Charmet, Il futuro dei nostri figli
C. Castoriadis, C. Lasch, La cultura dell’egoismo
F. Dostoevskij, Umiliati e offesi
L. Rastello, I buoni
A. Bennett, Una visita guidata
P. Mastrocola, Non so niente di te
F. Garcìa Lorca, La casa di bernarda Alba
D. Marani, Lavorare manca
L. Sciascia, Il giorno della civetta
G. Moro, Contro il non profit
G. Scianna, Qualcosa c’inventeremo
M. Ferraris, Good bye, Kant!
A. Kristof, Ieri
E. Bernhard, Mitobiografia
F. Maino, Cartongesso
G. Parise, Sillabari (eB)
N. Ginzburg, La strada che va in città
G. Turus, Bioresistenze
L. Malet, 120 Rue de la Gare
L. Malet, Un ricatto di troppo
M. Serres, Non è un paese per vecchi
L. Malet, Il quinto processo
L. Malet, Il sole sorge dietro il Louvre
E. Borgna, Malinconia
F. Sagan, Un certo sorriso
P. Rumiz, Maschere per un massacro
M. G. Torrente, Il tempo della vita (eB)
G. Pietropolli Charmet, Giovani VS adulti (eB)
L. Pinna, Uomini e macchine
I.J. Singer, La famiglia Karnowski (eB)
I. D. Yalom, Il dono della terapia