Quattro libri, dopo l’estate

Accanto al cambio dell’immagine della testata (per la quale ringrazio Antoine), suggerisco quattro libri che mi hanno fatto compagnia nelle ultime settimane.

perIsherwood

Chi sia rimasto affascinato da Un uomo solo, pubblicato sempre per i tipi di Adelphi nel 2009, potrebbe rimanere deluso da questo testo autobiografico di Isherwood. Allora, l’attenta costruzione dei personaggi e la precisa intenzione di non scivolare nel morboso dello scandalo, avevano contribuito a realizzare un capolavoro sul labirinto degli affetti. Qui, la narrazione si fa quasi cronaca quotidiana, relazione di dialoghi sulle questioni minime della vita in una città sull’orlo del baratro. Ma a ben vedere, non è delusione di qualche aspettativa, anzi. Al contrario: delusione perché troppo poche sono queste pagine per potersi dire sazi della compagnia di Isherwood. Perché, come succede per i libri davvero classici, alla fine si vorrebbe avere qualche capitolo in più, per poter godere delle parole e dei silenzi di questa persona. Ma come, già te ne vai? Questo il quesito finale, nonostante le duecentocinquanta pagine. Berlino, anni Trenta, si staglia sullo sfondo, fredda e disorientata: non si leggono, ma si annusano le violente certezze del movimento politico che di lì a poco, con i suoi complici, avrebbe inchiodato l’Europa. Ma le persone, come sempre, credono di esser altro dalla politica, apparente fondale di teatro, eppur invece vi sono costrette dalle necessità abitative e lavorative. La vita va avanti, e solo l’occhio delicato di Isherwood riesce a cogliere i drammi individuali, in attesa dello sfacelo.
(Christopher Isherwood, Addio a Berlino, Adelphi 2013)

perPennac87 anni e 19 giorni. 31774 giorni, circa. Messi uno vicino all’altro segnano la misura di un’esistenza qualsiasi, una delle tante in un’era in cui la quarta età trionfa. Un diario, dunque, ma né quotidiano, né intimo, se con questi termini si intende la cronaca degli avvenimenti e delle risonanze emotivi via via che la distensio animi si dipana. Infatti lo stratagemma di Pennac è geniale: scrivere un diario sì quotidiano, perché fatto di giorni, talvolta di ore, ma non intimo nel senso di intimista, ma proprio nel significato che diamo all’aggettivo quando lo usiamo accanto alle parole detergente o igiene. Intimo perché letteralmente “strettissimo”; di più: inseparabile. Più di un amico, che pur è altro da noi, più di qualsiasi legame affettivo. E’ la relazione del protagonista con il proprio corpo, le proprie membra, i propri organi interni ed esterni. Il corpo è nostro (e quindi parrebbe da noi separabile, come l’oggetto dal suo soggetto) ma nello stesso tempo il corpo è noi, il mio corpo sono io. A partire dai 12 anni, il protagonista inizia a segnarsi che cosa il suo corpo comunica. Si inizia con la paura, per l’esigenza di confidare almeno alle pagine scritte le inquietudini di un adolescente. E poi con gli anni diventa cronaca (impietosa, direbbe qualche triste spiritualista) di odori, liquidi, turgori, deiezioni, sommovimenti interni, malattie e trionfi della carne. Pennac ci ricorda che aver cura di noi non è questione di salutismi o altre retoriche, ma proprio di ascolto, di autocoscienza, di dialogo con l’anima, che non è altro che corpo vivente.
(Daniel Pennac, Storia di un corpo, Feltrinelli 2012)

perCognetti2Ha sempre ragione Goffredo Fofi, anche se non vorrà mai ammetterlo esplicitamente. E ha ragione quando dice, su Internazionale, che «Cognetti è uno scrittore vero». Da cosa lo capisco? Il mio criterio è questo: lo scrittore è vero quando, nel momento in cui lo leggo, mi viene voglia di scrivere. Non di ri-scrivere quanto egli propone; l’intenzione non è correttiva. Ma proprio un desiderio spontaneo di provarmi a raccontare la mia parte in questa storia d’Italia. Perché Cognetti, attraverso le vicende di Sofia, riesce a comunicare che cosa sia stato il nostro paese negli ultimi quarant’anni. Non si tratta di storia civile – anche se le pagine sull’Alfa Romeo spiegano meglio di un manuale scolastico la vicenda di quel marchio – ma di storie personali di individui “atomici”, perché quel che emerge, al di là di tutto, è il rincorrersi tra isolamento e solitudine, tra l’esser lasciati soli e il volersi appartare, perché si ha imparato a farlo, perché si è stati costretti ad impararlo. Il boom edilizio, la contestazione e le sue degenerazioni violente, il lavoro come religione, l’universo border-line delle nevrosi e delle dipendenze, il naufragio lento dei matrimoni, la speranza che della propria creatività si possa fare una professione. E, mentre le persone attraversano tutto questo, si rincorrono, si parlano e poi tacciono e poi ricominciano a parlare, sfiorando la salvezza che sta nelle mani del convitato di pietra, l’ascolto.
(Paolo Cognetti, Sofia si veste sempre di nero, Minimum Fax 2012)

perGombroSenza i contributi accessori – l’introduzione di Cataluccio; un breve saggio e la prefazione all’edizione argentina scritti dall’autore stesso – questo onirico romanzo di Gombrowicz risulterebbe molto più arduo da decifrare. Per assumerlo da solo, puro, è necessario abbandonare l’esigenza di comprendere tutto e subito. La Polonia degli anni subito precedenti il Secondo Conflitto mondiale è già di per sé un continente misterioso, che pare descrivibile solo dal bianco-e-nero delle immagini storiche, quasi schiacciata sulla violenza del prossimo invasore. Gombrowicz le restituisce il colore, la tre dimensioni (e forse la quarta e la quinta), i sapori e gli odori delle aule scolastiche, delle villette borghesi, delle case di campagna abitate più da una servitù viva che da padroni che mimano se stessi. La domanda sembra questa: chi è veramente se stesso? Che forma abbiamo quando siamo noi stessi? Ma… Abbiamo davvero una forma, nell’esser noi stessi? L’espediente fantasmagorico è semplice: un trentenne si ritrova costretto a tornare tra i banchi di scuola, con gli adolescenti. Nessun si accorge della sua età più matura ed egli stesso è imprigionato nell’esigenza altrui di “dare forma”. Formazione, educazione, istruzione… Ma anche le ideologie in diffusione, il rinnovarsi dei quadri morali, le mode moderne; oppure le tradizioni, il “si è sempre fatto così fin da quando eri bambino”, le consuetudini, le differenze di classe e di casta. Tutto pretende di dire chi siamo, di disegnare il contorno della nostra identità: Gingio, il protagonista, se ne accorge e la reazione immediata è la paralisi, l’immobilità, l’afonia. Come in quei sogni in cui ci sembra che i nostri movimenti siano costretti, impediti e lentissimi, lo sforzo per liberarsi, per svegliarsi, deve essere enorme.
(Witold Grombrowicz, Ferdydurke, Feltrinelli 2009)

Il filo rosso della Resistenza. La prima delle ultime colline

aperteE pensò che forse un partigiano sarebbe stato come lui ritto sull’ultima collina, guardando la città e pensando lo stesso di lui e della sua notizia, la sera del giorno della sua morte. Ecco l’importante: che ne restasse sempre uno. Scattò il capo e acuì lo sguardo come a vedere più lontano e più profondo, la brama della città e la repugnanza delle colline l’afferrarono insieme e insieme lo squassarono, ma era come radicato per i piedi alle colline. – I’ll go on to the end. I’ll never give up”.
(Beppe Fenoglio, Il partigiano Johnny)

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Radicati per i piedi a queste colline, Ottavio e i suoi lo sono sino dal 1976, quando, troppo pochi per aprire quella Cooperativa Valli Unite che poi sarebbe nata, diedero vita ad una Società di coltivatori. Mentre in molte città italiane i loro coetanei interpretavano l’esigenza di cambiamento caricando le armi – sono gli Anni di Piombo e della messa in pratica delle monolitiche assurdità teoriche della rivoluzione armata – questo gruppo di giovani si poneva contro tutto e tutti, pur di fare i contadini. Contro tutto, perché la lunga onda del boom prevedeva il trionfo del cemento e dell’industria (e il Veneto ne venne inghiottito), e quindi l’abbandono di quell’economia rurale troppo legata alla memoria della miseria italiana; contro tutti, perché la generazione dei loro padri si era ormai accomodata nel trionfo della chimica applicata alla terra. E loro no: biologici prima ancora che ne nascesse il concetto.

ottavio

Assomiglia agli inizi di Bose, questa storia rurale. In pochi, con il sospetto di una certa follia, e l’accusa di voler fare i diversi. Ottavio ha gli occhi chiari, gioca col bicchiere di rosato, mentre Guido sistema la macchina fotografica per riprendere l’intervista. Il progetto si chiama “Bioresistenze” – anche se i chilometri d’auto Veneto-Piemonte-Veneto hanno contribuito a metterne in discussione anche il titolo. Una serie di conversazioni che hanno come filo rosso l’agricoltura e la resistenza. E Resistenza. La parola è sdrucciolevole, perché sempre a rischio di retorica. Ma lo è solo se non ha nulla dietro. E invece queste persone e le loro mani dimostrano che c’è eccome un modo per resistere.

QUI la seconda parte dell’intervista.

La vicenda di Valli Unite ha a che fare con i sogni di gioventù di qualcuno – solo l’idea che questo sia possibile, che sia possibile immaginare e intraprendere un progetto per come lo si desidera, fa oggi rabbia, perché vogliono convincerci che non è più praticabile – ma ha le sue radici nel sangue partigiano delle colline piemontesi. C’è Nuto Revelli e il suo Mondo dei vinti, che ammonisce Ottavio perché “non può rimanere l’ultimo contadino”; ci sono Bianco e Giambattista Lazagna (anche qui) tra i padri costituenti di Valli Unite: non erano monumenti di pietra a loro stessi e alla lotta in Val Borbera. Ma esseri vivi, allora cinquantenni, che da giovani avevano preso le armi, per dare un senso alle idee che covavano. Poi le armi hanno taciuto e – qui sta la differenza con qualsiasi parte “altra” – le idee sono rimaste, semplicemente perché esistevano da prima dell’8 settembre, e si sono fatte sangue sudore e muscoli in tante altre pratiche, magari umili e inoffensive (Bianco riparava radio, costruiva bobine, aggiustava qualsiasi cosa ospitasse circuiti elettrici – nella foto di Irene, il poster a ricordo). Ottavio e i suoi dovettero apparire loro come una naturale prosecuzione.

CiaoBianco

Quel che emerge è la vita del lavoro intesa come veicolo di dignità. Quel che permette a sera di fermarsi sotto il pergolato e bere e fumare e raccontare. Non cerchiamo altri potenti definitivi significati: solo l’allegria dell’impegno, “solo” l’articolo 1 della nostra Costituzione.
E’ proprio la dignità, il riflesso azzurro che balena negli occhi di Renzo Balbo, classe 1930, staffetta partigiana nelle Langhe e nipote di quel comandante Nord raccontato da Beppe Fenoglio. E di Nord conserva tutta la fiera eleganza, una sorta di compostezza anarchica. Ci accoglie insieme alla moglie nella grande casa di Collegno: penso alla Ginzburg e vorrei avere un milionesimo della sua capacità di raccogliere, nelle attempate stanze, gli echi dei Bompiani e degli Einaudi, e di descrivere la nobile borghesia piemontese, le sue gozzaniane “buone cose di pessimo gusto”. E’ la villa dei Richelmy: il tempo e le brecce non cancellano la solennità di quelle esistenze, il rigore delle vite e delle morti, quasi immortalate nelle rughe dei secolari alberi del giardino.

Villa_Richelmy0

Come s’usa, ci accomodiamo nel salotto buono del piano nobile – l’unico ormai rimasto attivo. L’operazione Bioresistenze non si schiaccia sul suffisso “bio” delle colture, ma – grazie a Irene, la maggior esperta in Italia del poeta Agostino Richelmy – arriva a interrogare la dignità del lavoro contadino alla luce di quella del lavoro intellettuale, e viceversa. E’ proprio Renzo, medico, fotografo, critico, partigiano… ad insistere su questo concetto. Complice l’enorme numero di fotografie impilate negli angoli e sui tavoli (si sta costruendo una mostra dedicata al lavoro di Renzo), la stanza appare abitata da centinaia di anni di storia. Sopra eroi e tombe in versione italiana. Hai la netta impressione che tutto questo ti riguardi, anche se sei (o proprio perché sei) un insegnante veneto in cerca di memorie.

(Qui: video Renzo Balbo – in attesa di caricamento)

«Non vergognatevi di usare questa parola, intellettuale», ripete Renzo. Si percepisce nella  pelle che non desidera raccontare fatterelli bellici, lui che pure ogni anno celebra il 25 aprile tra la val Belbo e la val Bormida. Stila una lista di priorità dello spirito, da Gramsci (contro i suoi traditori e falsi interpreti) a Camus (contro Sartre e le ambiguità del comunismo francese), rammentandoci che si tratta di una questione quasi genetica, perché già il suo avo aveva dovuto rinunciare agli onori dell’esercito per aver appoggiato Santorre di Santarosa durante i primi vagiti dell’Indipendenza. E poi lo zio, lo splendido Nord (nell’immagine sotto), e lui stesso: da sempre una lotta contro gli “avvocati”, coloro che vivono di parole che risuonano vuotecome rami appesi al muro. Mi risuona esempio vivente di quella stirpe di persuasi – Michelstaedter, Mreule – pur dall’altra parte dell’arco alpino.

Nord-al-tavoloAnche la parola “resistenza” – dice – è stato accalappiato dagli avvocati. Renzo rivendica il termine “Guerra Civile” perché di scontro bellico tra eserciti opposti si trattava. Non solo un opporsi-a ma un proporre-contro decisamente e superbamente, una visione del mondo e dell’Italia. A margine delle rapide connessioni intellettuali – e dei lazzi alla volta di Irene – Renzo fa esplodere una risata argentina di ventenne. E’ proprio il vivre le plus camusiano che irrompe. Ci consegna, lui, staffetta, non la memoria di cose passate, ma l’indignazione verso la menzogna che abita il presente.

Fare luce, illuminare la verità – meglio: LE verità. Per come si è, prima ancora che negli studi e nei discorsi. Il filo tiene, perché il nostro ultimo incontro, quello con Gustavo Zagrebelsky, viene ospitato nell’alveo della coerenza. Il professore ci riceve nello spazio fresco ma angusto che la nuova mastodontica sede universitaria torinese ha previsto per lui. Tra le foto, appeso al muro, il bando di esecuzione della Repubblica Romana del 1849. Anche Renzo ce ne aveva fatto cenno (ecco, la coerenza) – viene in mente l’ode alle Rivolte, alle rivoluzioni mancate, le uniche affidabili, cantata proprio da Camus.

Decreto_Fondamentale_Repubblica_Romana[1]

A Zagrebelsky piace per il linguaggio giuridico impiegato, semplice e diretto. E la sua riflessione sta proprio sospesa, anche su nostra insistente e tollerata richiesta, tra il fatto e il linguaggio, tra quel che la realtà impone, e i nomi per dirlo. Dunque, che cosa è la democrazia? Il giurista ricorda Rousseau: se posso pagare, delego. Si riferiva al servizio nell’esercito, ma possiamo oggi estendere il principio di “ignavia” a tutti gli ambiti. La democrazia contiene il “virus” del progressivo rifiuto alla partecipazione, non tanto come espressione di una precisa volontà anti-democratica, quanto piuttosto come lento abbandono della presa di posizione, dell’attenzione, della vigilanza. Dentro la profonda buia pancia del Mercato – penso io – i nostri bisogni (primari o indotti) vengono solleticati e soddisfatti. Perché preoccuparsi oltre?

Se poi la logica mercantile si incarna negli uomini e donne della Risposta, della Soluzione, ecco che la delega si fa “attiva”, si fa sequela di provvidenziali figure che “scendono in campo” e immagano con il loro linguaggio pubblicitario. Diviene alla fine una delega del pensiero. Viene in mente Kant, nel suo Was ist Aufklaerung?: “Se ho un libro che pensa per me, un direttore spirituale che ha coscienza per me, un medico che decide per me sulla dieta che mi conviene, ecc., io non ho più bisogno di darmi pensiero da me. Purché io sia in grado di pagare, non ho bisogno di pensare: altri si assumeranno per me questa noiosa occupazione”.

 

Zagrebelsky chiede tempo per pensare, anche a noi. Serenamente confida che troppo è lo spazio dedicato a interviste e similia e sottratto al lavoro di testa. Petulo con una domandina sulla Resistenza, ma il gong è suonato. A ben vedere, ci fosse ancora la pellicola, i metri girati sarebbero più che sufficienti. Dopo le firme sui libri, minuscolo omaggio al feticismo della carta stampata, ci salutiamo cordialmente. Il caldo torinese ci inghiotte; nuotano con noi gli studenti dell’ateneo stellare. Le vetrate architettoniche moltiplicano le persone, forse anche le idee. Sulla strada del ritorno ci siamo sentiti vivi e commossi.

Lingue morte?

Le civiltà classiche futuro dell’Europa: QUI il VIDEO.
Il racconto della  seconda edizione delle Olimpiadi di Lingue e Civiltà Classiche, un progetto della Direzione generale per gli Ordinamenti scolastici e per l’autonomia scolastica del Ministero dell’Istruzione.
A Napoli dal 28 al 31 maggio 2013 i vincitori dei certamina, nazionali e locali di tutta Italia, si sono incontrati per una gara, che costituisce ogni anno una nuova importante occasione di  approfondimento culturale sul mondo classico, sulle sue lingue e la sua storia.
In particolare nel video sono affrontati i temi del ruolo fondamentale della civiltà classica come radice comune ed unificante dell’identità europea e del ritorno ad una visione unitaria del sapere, che superi le rigide contrapposizioni tra cultura umanistica e scientifica.

La_scuola_di_Atene

Quel che mi pare veramente interessante, guardando questo contributo, è come i ragazzi partecipanti abbiano sperimentato (quindi sul piano cosiddetto delle competenze) che il sapere è unico, e che le differenze tra discipline, indispensabili (forse) sul piano pratico-didattico, in realtà sono un’astrazione, spesso controproducente.
Si va così a toccare la vera piaga dell’istruzione secondaria, cioè un ottuso procedere a compartimenti stagni da parte dei vari docenti, sperando che l’interdisciplinarità sbocci come fiore inaspettato tra le pieghe dell’acciottolato.

E che non ha forma

È una Signora vestita di nulla e che non ha forma.
Protende su tutto le dita, e tutto che tocca trasforma.
Tu senti un benessere come un incubo senza dolori;
ti svegli mutato di fuori, nel volto nel pelo nel nome.
(Guido Gozzano, Alle soglie)

fuochi fatuiTra il 5 e il 7 settembre, la cittadina bellunese di Feltre ospita la seconda edizione (o prima, se si vuol considerare quella dell’anno scorso un esperimento, ben riuscito) del festival FUOCHI FATUI, a cura dell’associazione “Visioni”. Tra gli artisti in mostra, Sara (sotto a dx) e Caterina (sx), vecchie conoscenze dei Gufi e tra le animatrici dello Studio Fludd, proietteranno sulla torre qualcuna delle proprie eteree lunatiche sideree eppur carnali opere.

gabellimaragotto

 

Vivo, prendo parte

aperteOdio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani.
Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?
Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. gramsci
Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.

Antonio Gramsci, 11 febbraio 1917

Civetta in SOL

L’immagine rinnovata della testata ospita la consueta rapace notturna in compagnia di un gomito. Esso appartiene a Gino Paoli, cantautore che non ascolto. Ma, in questa foto, mi sta simpatico. Quella cosa degli amici al bar, poi, forse è anche vera.
L’ho scovata in questo sito, una sorta di raccolta di memorabilia.
Sempre da essa, anche l’immagine del vagamente perplesso (ma mai come la civetta) Pablo Picasso, qui sotto.

CivettaPicasso

Notte dopo degli esami

A pensarci bene, non riesco a ricordare nulla della mia Maturità.
Due cose, a dire il vero, sì. Poi le dico. Ma il resto: l’atmosfera di tensione, la temperatura del grande corridoio del Cornaro, chi faceva da vigilante, chi avessi ai miei lati… Nulla.
Va beh. Son passati solo ventanni, circa. Devo ancora entrare nella fase “tribute to Alois Alzheimer” (con tutto il rispetto per chi c’è dentro) e quindi i ricordi non troppo lontani rimangono annebbiati. Ma mi chiedo il perché di questa notte della coscienza.

Mi costruisco una risposta: non fu quell’esame, come del resto non fu l’ultimo anno del Liceo (e neppure gli altri quattro e nemmeno le medie – ah, infauste medie! Di esse rimane solo una persona, grande, Fausto Angeli ) un’esperienza di ordine emotivo. Non fu un momento segnato da presenza e con-presenza emotiva. Lavorava, e male, solo la testa. E solo la mia testa, da sola. Allora, che io sappia, nessuno parlava di “analfabetismo emotivo” per gli adolescenti e i giovani. Ma non vedo perché non ci potessi rientrare anch’io, del tutto.

Quindi, nulla da segnalare nel cassetto della memoria con l’etichetta “Maturità 1992”. Se non due flash: un grandioso tema sui Crepuscolari (le buone cose di pessimo gusto), in cui mi gettai in funambolici collegamenti con il Montale, poeta sacro alla mia cara prof. Il nesso fu per lo più ignorato: mi si fece notare che in italiano non si dice “all’inizi” del secolo. Corretto. Ma nessuno mi chiese se mi fossi divertito a scrivere quelle facciate. E io avevo goduto come mai nel farlo.

Il secondo momento, drammatico: la domanda della commissaria esterna di filosofia, su Marx, Proudhon e Saint Simon: l’uomo e lo Stato. Più che un quesito, un messaggio politico trasversale rivolto al mio docente di filosofia, notissimo ultra conservatore. Fui un pingue vitellino sacrificato sugli ultimi sbrecciati altari dello scontro ideologico. Scalciavo e scalciavo, non sapendo che il mio destino era segnato.

46 sessantesimi. 75 e spiccioli nella valuta corrente. Al solito: senza infamia e senza lode.
Ai “miei” Ragazzi, un caro augurio. E’ un esame e come tale appare insormontabile, inutile e isterico. Le tre I sono queste. Ma come sempre troverete il modo di renderlo una cosa divertente da raccontare. In bocca al lupo, di cuore. Ricordatevi che la vostra intelligenza è divina. Mica lo dico io, lo diceva Aristotele.

lettera ad Internazionale

La rivista settimanale Internazionale ha pubblicato questa mia missiva, nel numero in edicola da venerdì 31 maggio c. a.

Caro Internazionale,
sono un insegnante di filosofia e storia e la classe quinta di cui sono coordinatore si è abbonata a te, in quest’ultimo suo anno di scuola.
Abbiamo spesso, dribblando e integrando il fatidico mai terminato “programma”, discusso a partire dai tuoi spunti e dalle tue analisi.
Abbiamo discusso di nozze gay e di interruzione volontaria di gravidanza, di neofascismi e di fatica della democrazia rappresentativa, di imprenditori suicidi e di senso del lavoro oggi, in Italia, per i giovani e non. E anche di scuola, di come la struttura arranchi, di come la variabile interesse sia marginale, di come esista una sorta di dittatura del manuale nell’era dell’accesso totale alle informazioni.
Non so se abbiamo fatto un buon lavoro. Non lo so davvero, perché non so come andrà l’esame di Stato. E se la classe di cui sono coordinatore sarà ascoltata per la sua intelligenza (anzi, le sue intelligenze, come ci ricorda Gardner) o se invece sarà classificata come una delle scuole dei ricchi e quindi elitaria, costituzionalmente marginale.
Già, perché la classe di cui sono coordinatore è una quinta in un Istituto salesiano, una di quelle scuole che vengono chiamate private e invece sono pubbliche paritarie. La mia è una funzione pubblica e il mio primo riferimento è la Costituzione, non il magistero ecclesiale.
Caro Internazionale, vorrei che tu insistessi nel costruire un dibattito serio sulla scuola in Italia, nel quale al centro ci siano i ragazzi e la loro formazione, nel quale le scuole “private” non possano nel modo più assoluto permettersi di danzare sulle ceneri della scuola statale (che mi ha formato), nel quale ogni istituto venga valorizzato per quel che può dare, nel quale le ragioni ideologiche lascino spazio alle argomentazioni ragionevoli, nel quale si abbandoni l’idea del monopolio dell’educazione, da una parte e dall’altra.
Grazie, mille di queste settimane, Giovanni Realdi – Padova