Non saper più di saper la storia

Adesso sapevo ch’eravamo dei miserabili, perché soltanto i miserabili allevano i bastardi dell’ospedale.

Ma non mi ero aspettato di non trovare più i noccioli. Voleva dire ch’era tutto finito. La novità mi scoraggiò al punto che non chiamai, non entrai nell’aia. Capii lì per lì che cosa vuol dire non essere nato in un posto, non averlo nel sangue, non starci già mezzo sepolto insieme ai vecchi, tanto che un cambiamento di colture non importi. Certamente, di macchie di noccioli ne restavano sulle colline, potevo ancora ritrovarmici; io stesso, se di quella riva fossi stato padrone, l’avrei magari roncata e messa a grano, ma intanto adesso mi faceva l’effetto di quelle stanze di città dove si affitta, si vive un giorno o degli anno, e poi quando si trasloca restano gusci vuoti, disponibili, morti.

(…)

C’eri anche tu sulle colline?
Non glielo avevo mai chiesto. Sapevo di diversi del paese – giovanotti venuti al mondo quando noi non avevamo vent’anni – che c’erano morti, su quelle strade, per quei boschi. Sapevo molte cose, gliele avevo chieste, ma non se lui avesse portato il fazzoletto rosso, e maneggiato un fucile. Sapevo che quei boschi s’erano riempiti di gente di fuori, renitenti alla leva, scappati di città, teste calde – e Nuto non era di nessuno di questi. Ma Nuto è Nuto e sa meglio di me quel che è giusto.
– No, – disse Nuto, – se ci andavao, mi bruciavano la casa.

(…)

Ecco, pensai, Nuto gli darebbe dell’ignorante, del tapino, gli chiederebbe se il mondo dev’essere sempre com’era una volta. Nuto che aveva visto tanti paesi e sapeva le miserie di tutti qui intorno. Nuto non avrebbe mai chiesto se quella guerra era servita a qualcosa. Bisognava farla, era stato un destino così. Nuto l’ha molto quest’idea che una cosa che deve succedere, interessa a tutti quanti, che il mondo è mal fatto e bisogna rifarlo.

(…)

C’era stata gente di tutte le parti, meridionali, toscani, cittadini, studenti, sfollati, operai – perfino i tedeschi, perfino i fascisti eran serviti a qualcosa, avevano aperto gli occhi ai più tonti, costretto tutti s mostrarsi per quello che erano, io di qua tu di là, tu per sfruttare il contadino, io perché abbiate un avvenire anche voi.

(…)

Era in quelle sere che una luce, un falò, visti sulle colline lontane, mi facevano gridare e rotolarmi in terra perch’ero povero, perch’ero ragazzo, perch’ero niente. Quasi godevo se veniva un temprale, il finimondo, di quelli d’estate, e gli guastava la festa. Adesso a pensarci rimpiangevo quei tempi, avrei voluto ritrovarmici.

(…)

Allora Nuto si era messo a gridare che nessuno nasce pelandrone né cattivo né delinquente; la gente nasce tutta uguale, e sono solamente gli altri che trattandoti male ti guastano il sangue.

Pavese racconta un sentirsi fuori luogo, la condizione di spaesato: è l’origine della partenza per l’America e la situazione del ritorno, quando la guerra è passata e il paese ha perso i connotati conosciuti pur rimanendo identico. Se i noccioli o l’alba possono essere ritrovati, sono le persone ad essere scomparse. Non se un paese è fatto dalle persone, in primo luogo – perché l’esperienza di città macina tutto e tutti con tempi più veloci e chi avevi vent’anni fa in condominio, semplicemente non c’è più. Pavese riesce a dirmi che le cose finiscono e basta, senza avvertire prima, e – se non trovi un Nuto – non puoi sapere come se ne siano andate. Esiste un piano della storia, o meglio della Storia, che forse non può essere oggetti di studio: è quello di chi raccoglie “come le cose siano andate” a quel tale, o a quell’altro – microesistenze, fatterelli di rione, di quartiere o appunto di paese, che se nessuno li tiene a memoria, semplicemente scompaiono.

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