Alla fontana di piazza Cesare Battisti

Giac aveva appena deciso di sperimentare le virtù subacquee del suo mini camietto della spazzatura gettandolo nella antica fontana ottagonale al centro di piazza Cesare Battisti. Eccitato, comunicava al mondo che accidenti l’acqua è proprio didda didda, cioè fredda. E pure umida, pensavo mentre, girandomi, in un salto acrobatico tra il Biancaneve Disney e la realtà mi trovavo di fronte il naso esatto di Brontolo, un tubero bitorzoluto sormontato da due limpidi occhi azzurri. Non era il nano moralista, ma uno splendido vecchietto che, guardandomi, mi fa: cerco mia moglie. Il sorriso ospita un solo molare, che pare vagare nella bocca semiaperta. È un guaio, dico io, o forse no. Non intende l’humour da due soldi, ma mi osserva. Poi, girandosi appena, la felpa poggiata sulle spalle si muove e vedo il moncherino del braccio destro. Mi guarda e fa un cenno come a dire: non la posso toccare, l’acqua, con questa mano che non c’è più. E come è successo? Faccio io, avvertendo nella pancia che il discorso si poteva fare. Mio papà era contadino, giù in Romagna, e alla fine della guerra ha detto che i tedeschi erano andati via e che dovevamo iniziare a fare ordine; tira di qui, spingi di là… Una mina. Gli porta via la mano destra, un occhio, un tratto della gamba e ferisce l’intestino, che verrà rattoppato in 41 punti. Dovevano lasciarmi lì, dice – ma senza nessuna tristezza, né gioia. Un dato di fatto: ero irrecuperabile. E invece mi curano e poi uno dice: questo qui deve studiare. E ho studiato e studiato bene: le maestre si stupivano che capivo le cose, che volevo impegnarmi – non come gli altri mutilati, sa, che li lasciavano perdere. Sa, una famiglia di contadini, abituati a sgobbare. E così sono diventato insegnante: 42 anni ho fatto scuola, matematica e scienze alle inferiori. E non ho mai mandato uno fuori dalla porta, ché se lo vedevo fuori anzi gli dicevo, cosa fai fuori, dai vieni dentro. E quando facevano birichinate, li chiamavo: vien qui, tu. Che fa professore mi manda fuori? Mai fatto. E – mi ripete più volte, e io ci leggo un intero corso di pedagogia – che se li vedevo fuori me li portavo dentro. E aggiunge, col sorriso di sole labbra, non come le professoresse, sa, quelle tutte… (e mi fa un gesto inimitabile in cui vedo schiere di siorette col foulard e la giacchetta appesa alle spalle ossute, col naso grifagno e il lamento pronto). Gli occhi azzurri sono ridenti, e io non so quale dei due non funzioni più, perché sono entrambi pieni di ragazzi incontrati e custoditi. E tanta soddisfazione. Mi scusi sa, che le ho fatto perdere tempo. Adesso devo trovare mia moglie, che se no è un guaio.

Usare lo stesso linguaggio dei terroristi


La risposta al gesto violento e violentissimo – Parigi o Nigeria o- si situa sempre su di un piano simbolico. L’inno francese rimanda all’unità nazionale (tanto quanto un fascio repubblicano scolpito, tra le mani di una Marianne, essa stessa simbolo) e ai valori fondativi veicolati dalla Rivoluzione del 1789, più o meno depurati degli eccessi; il minuto di silenzio – o come si dice “di raccoglimento” – rimanda alla sospensione della vita nella sua fluidità feconda, imperterrita – almeno secondo le intenzioni del suo ideatore; la foto del profilo del social sostituita da una bandiera, o da un disegno: sono segnali di partecipazione, emotiva e intellettuale.
Istantanei, questi simboli rimangono nell’aria qualche istante, per poi venir sommersi dal calcio di inizio, dal riprendere del fare quotidiano, dallo scorrere della pagina Web. Ci appare sufficiente, questo o quel gesto. Come a dire: anch’io ci sto, anch’io sono acceso su questo dolore. E invero, spessissimo è una partecipazione sincera, per quanto possibile.

Che cosa però raccogliamo in questi raccoglimenti? Che cosa rimane, poi?

La “strategia del terrore” – in senso stretto e non come veniva intesa nei nostri Anni di Piombo – è più sottile, anche se si muove sullo stesso piano delle sue risposte, che almeno in questo sono plausibili. Sin dalla sua origine, il terrorismo rivoluzionario della Parigi oggi straziata, essa adotta un meccanismo disarmante, nella sua semplicità. Disarma cioè con le armi. Individua una persona di cui è noto il nome, oppure un gruppo di sconosciuti, e usa su di loro la Parola Definitiva, la morte. Il piano del simbolo, astratto per i distratti, si fa carne e sangue. Elimino te in quanto tu rimandi alla tua ideologia, alla tua appartenenza, alla tua religione, al sistema che ti ha generato e che sto combattendo.

Tu non sei padre, fratello, sorella o madre; non sei donna o uomo con emozioni, pulsazioni, bisogni, passato e desideri. Tu sei una vita da troncare. Perché qui sta il simbolo per eccellenza, l’interruzione del respiro, la mortalità del cuore intermittente.

Valse per Roberspierre stesso, suo ideologo. Valse per Umberto I, in quel caldo luglio che inaugurava il secolo breve; valse per Moro Aldo (come magistralmente rende Lo Cascio diretto da Bellocchio). Vale per i morti nella discoteca, per i bambini delle scuole nigeriane. Per gli intrappolati delle Torri Gemelle.
Non c’è alcuna astrazione, in queste morti. La morte – la Signora vestita di nulla di Gozzano – non è proprio qualcosa di etereo, impalpabile, pensato o pensabile, per quanto (o per questo) il ragionare occidentale (non solo) ci vada dietro da millenni.
La morte è il sangue sparso. Il corpo smembrato.

Il pontefice Francesco sta avviando un processo drastico, ben più radicale della riforma delle luride finanze vaticane. Sta rimettendo al centro quello che è stato marginale, almeno in alcuni dei suoi predecessori (ma qui ci sarebbe da approfondire): si sta focalizzando sull’ortoprassi, invece che sulla ortodossia. Mi pare che il suo incedere sia cauto, ma non per questo non riconoscibile: si tratta di ricordare che quel che si fa ha più forza di quel che si pensa. Che la Verità, se è tale, accade – anche senza essere pensata o persino riconosciuta intellettualmente come tale (“Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare?” Mt. 25).

E questa mi pare una buona risposta ai gruppi che hanno fatto dell’ortoprassi la cifra del proprio integralismo. Perché il pensiero estremista di matrice islamica – interpretazioni radicali della lettera coranica possibili nell’assenza più totale non solo di una unica gerarchia religiosa, ma persino di un coordinamento tra le interpretazioni teologiche delle sure – traduce in azioni sanguinosissime le proprie teorie manichee, o meglio ancora ritiene che la propria verità coincida con la morte del diverso. Agiscono solo su di un piano simbolico totalizzante. La Morte è Simbolo perché annulla le parole.

Se è vero che come occidentali abbiamo scelto la mediazione del pensiero e della ricerca di significato (ma Nietzsche aveva scoccato l’avvertimento), e questo costituisce un prezioso filtro tra quel che si ritiene vero e quel si ha da fare, è altrettanto vero che, immersi nella informazione globale, noi occidentali rischiamo oggi di rimanere solo sul piano dei significati pensabili. Astratti. Aria fritta, diceva Lombardi Vallauri, a noi imbranatissimi fucini, decenni fa.

E allora il linguaggio più efficace per rispondere in maniera decisiva all’alfabeto terrorista mi pare quello di affidarci anche noi all’ortoprassi. Non che non ci abbiano pensato anche quelli che stanno armando i cacciabombardieri… Aprendo così l’infinita questione del quando porre un limite alla tolleranza – di questo si discuterà, rischiando ancora e ancora di rifriggere l’aria, nei prossimi mesi. Il punto è, mi pare, che non si potrà trattare di una guerra onesta, di una guerra ultima. Troppe le speculazioni (speculare è anche pensare, rifarsi all’ortodossia quindi) che temo entreranno in gioco, se non sono già alla base dell’esistenza del cosiddetto Stato Islamico.

Il richiamo dell’ortoprassi è radicato nel nostro essere uomini, e quindi la guerra ci appare lecita, invocabile, necessaria. Azione scaccia azione. Morte scaccia morte?

Possiamo essere certi che l’occidente, che ha prodotto donne e uomini capaci di riconoscere la folle ortodossia jihadista e farsene carico (parlo dei giovani che son partiti dalla Francia o dall’Inghilterra), sia in grado di dare una risposta definitiva con un’azione militare? Su quale base? O vero, supponendo anche si tratti di una guerra trasparente, come difendere la presunzione che sia anche l’ultima?

Se fosse giusta, non ne potremmo parlare nei cosiddetti contenitori televisivi pomeridiani, non ne avremmo parole; se fosse trasparente e necessaria, le nostre italianissime e validissime imprese costruttrici di armi metterebbero a gratis a disposizione il proprio made in Italy, perché, data una guerra giusta e necessaria, gli operai lavorerebbero senza pretendere stipendio, per più di qualche mese, perché poi la gente accorrerebbe a contribuire ai loro e degli imprenditori bisogni primari, di propria sponte. Se la guerra è giusta, avrà un meraviglioso fronte interno.

Non so se ci sia stata una guerra di questo tipo. A leggere Meneghello, Fenoglio: sì. Qualcosa di liberatorio, di urgentissimo.
Ma adesso? Mi pare che la migliore delle ipotesi sarà quella di spostare i cattivi, dopo Al Qaeda, Al Nusra; dopo Al Nusra, l’Isis; dopo l’Isis, chi sa. E intanto noi a impegnarci sulla nostra sicurezza, sui nostri diritti, sul nostro stile di vita. Un fortino sicuro, meglio se anche elegante.
L’Isis appare la critica più efficace alla nostra cultura liberale. Appare a molti l’unica risposta vera, qualcosa di realmente rivoluzionario: l’uso strategico della tecnologia in ogni sua forma contro il sistema che l’ha inventata. Porre fine al Male col male stesso.
La guerra rilancerebbe la medesima logica, sposterebbe il problema di qualche anno, di una generazione.

A me pare che non resti altro che praticare un’altra ortoprassi radicale, si chiami essa virtù socratica, o Non violenza, o Evangelo, o socialdemocrazia, o Perfetta Letizia di Francesco d’Assisi. Praticare radicalmente una proposta radicale, che esiste già nella nostra storia. Nulla a che fare con i simboli – bandiere della pace o presepi a scuola – solo microazioni quotidiane, di comprensione, inclusione, ascolto. Pratiche di misericordia, di eguaglianza sostanziale.

I cinici diranno: sì, bravi bambini, così morirete felici.
Non sarebbe cosa da poco.

Polemos è padre di tutte le cose (Eraclito)

Mons. Sudar sarà ospite di Macondo il 12 marzo per una testimonianza profetica: ha vissuto la tragedia dei Balcani negli anni novanta e viene per parlare di relazioni che salvano e di relazioni che tradiscono.
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Qui sotto, un’intervista di Giovanni Panozzo a mons. Pero Sudar, a Giuseppe Stoppiglia presidente di Macondo e a Cinzia Tarletti, cooperante internazionale in Bosnia