Ebbene, direi di no. Qualcosa di Ennio Flaiano

Quarant’anni fa si spegneva il giornalista e scrittore Ennio Flaiano, fumatore di pipa. Ma come per Buzzati, anche per EF “giornalista e scrittore” sono sostantivi troppo poveri: ha letto e interpretato l’Italia del cosiddetto boom economico con la capacità di rimanere al di fuori degli schemi e delle consorterie.

Forse per questo di lui oggi si parla molto poco.
Leggendo alcune delle sue opere, la sensazione è quella di un intelletto vigile, abituato a frequentare opposizioni e incongruenze, a cogliere il limite della vita sociale e culturale del nostro paese, quasi sempre con ironia, talvolta con sarcasmo e una certa malinconia.
Quel che rimane invariata è la passione per la libertà, o meglio per la liberazione: usare le parole per indicare vie d’uscita, strettoie necessarie per mantenersi autonomi da “si dice, si fa”, siano essi prodotto del pensiero massificato o da qualche élite culturale.

Limitandomi ad un culto privato della Libertà, non sono inserito nei miei tempi. Vorrei cavarmela, insomma, e salvare la faccia, amando la Libertà: impegno che non mi costa nulla, perché l’amiamo tutti ovviamente, anche se ognuno dandole un diverso scopo e significato. Per difendere questa Libertà che io dico di amare, io dovrò invece definirla, darle un programma, rifletterla nei miei scritti, farle dei proseliti. Ebbene, direi di no. Questo mi sembrerebbe il più assurdo dei disegni perché io penso (guardi fin dove giunge il mio amore) che la Libertà è una forza vitale che può essere oscurata, mortificata, ma non soppressa e che ogni uomo, in un preciso momento della sua vita, impara veramente ad amarla; ma che pretendere di anticipare questo momento è avventato, anzi illiberale”. («Il Mondo», 6 novembre 1956)

La capacità di mettere alla berlina le ambiguità “di regime” di molti comunisti dopo i fatti di Budapest del ’56, avvicinano radicalmente EF ad Albert Camus: se il secondo comincia tardi ad essere letto come genuino filosofo, il nostro ha probabilmente cercato ogni strategia per non essere annoverato nemmeno tra i pensatori. Una costante allergia alle etichette.

Il giovane amico comunista mi saluta, mi guarda fisso, parla del tempo, di un film che vorrebbe vedere. La sua calcolata indifferenza finisce per rattristarmi. Cerco invano nei suoi occhi un’ombra di dubbio o di vergogna, non c’è niente, nemmeno il dispiacere di quest’amicizia che finisce. Sappiamo che eviteremo disalutarci, di stringerci la mano, perché io non saluto né stringo le mani agli enti, alle associazioni, alle mafiem ai dogmi, alle ragion di stato”. “Oggi leggo su «L’Unità»: «i teppisti controrivoluzionari», riferito agli insorti di Budapest. E’ un’inesattezza, professore! (EF si rivolge a Togliatti, ndr). Abbiamo già sentito un linguaggio simile, nel ’44, quando gli SS parlavano di «delinquenti badogliani», per riferirsi agli assassinati delle Fosse Ardeatine“. («Il Mondo», 20 novembre 1956)

Quanto emerge non è polemica ideologica, scontro tra teoremi diversi, narrazioni collettive opposte. Piuttosto una beffarda pena, senza smarrimento – e quindi piuttosto con disincanto -, per i cancelli che da soli, o bene accompagnati, imponiamo alla nostra mente. Piccinerie culturali.

La signora elegante (…) dice, parlando di una rivista di varietà a cui ha assistito: «Divertentissima. Mi sono p… sotto dalle risate». Il signore alla moda che l’accompagna, soggiunge garbato: «Ma cara, si faccia fare la psicanalisi delle urine». – Una società simile non ha più bisogno di niente: sa quel tanto che le basta per credersi colta e ha fiducia nella volgarità per ciò che supera i suoi interessi“. («Il Mondo», 12 novembre 1957).

Tale medesima società, la nostra, non pare esser mutata. Siamo così abituati ai velocissimi cambiamenti della tecnoscienza, da scordarci che quel noi siamo oggi in fondo è cominciato ad esistere compiutamente nel secondo dopoguerra (qualcuno direbbe anche prima del primo). Non è un tempo meraviglioso e lontano, è solo l’inizio. E così, quel che EF nota di un gruppo di ragazze, potrebbe benissimo essere detto di qualche studentessa di oggi, con l’unica differenza che la serietà da lui allora evidenziata si è trasformata oggi in una sorta di seria leggerezza, nella quale si muove la consapevolezza che la responsabilità è anch’essa un gioco:

Danno l’impressione di aver saltato un’età e di essere già le loro stesse madri, deluse di una vita che le ha rese responsabili, rimpiangendo la felice adolescenza, che si apriva come un sipario su tutte le loro ambizioni, e su molte legittime curiosità“.
(«Corsera», 23 settembre 1960).

Fecondo sceneggiatore, EF comprese subito la potenzialità del mezzo visivo, la potenza dell’immagine e la sua supremazia rispetto alle altre impressioni sensibili in tutto ciò che è pubblico. Quanto egli ritrae, descrivendolo, è spesso cinematografico anche se non composto immediatamente per il cinema. Collaboratore di Fellini, EF sa che l’immagine è ambigua in duplice modo: sia perché, come segno, rimanda ad altro, come ogni linguaggio, ma anche e soprattutto perché essa riesce a nascondere questa sua capacità simbolica, proponendosi come realtà delle cose. Le cose stanno come si presentano al mio sguardo, ora? Si, ma anche no. Eppure il “ma anche no” sfugge.

La realtà (rispetto a quanto descritto dal film ambientato in Via Veneto, La dolce vita, ndr) è migliore, in un certo senso: più agghiacciante. I caffè della strada si sono tutti rinnovati e così vistosamente che si pensa subito alla loro solitudine invernale quando – finita la bella stagione – la loro gaiezza risulterà inutilizzata e susciterà malinconia, come un luna-park sotto la pioggia. I cattivi arredatori interpretano bene la nostra sete di sfarzo, e il Caffè – vecchio baluardo della borghesia – è diventato la mostra del mobiliere. Sono spariti i divani foderati di cuoio e di velluto, gli specchi che moltiplicavano le prospettive, i camerieri sordi e venerabili e i tavoli di marmo sui quali si poteva disegnare. Adesso i caffè sembrano alcove, pagode, padiglioni di cura, tombe di famiglia“. («Europeo», 15 luglio 1962)

Osservare i propri simili, sapendone la similitudine, come seduto da un tavolino di caffè. Non so se EF potrebbe oggi apprezzare tale medesimo sguardo posato sulle cose a partire da un weblog come questo. Ma la realtà multiforme appariva ai suoi occhi non dissimile dal turbinio del materiale on-line dei nostri tempi: un deposito enorme, da maneggiare con cura.

Lavoro immenso che si presenta a chiunque volesse, oggi, mettere su un archivio di sciocchezze: imbarazzo nella scelta, rinvii ad altre voci, ripetizioni, cataloghi di formule che hanno fortuna. Alla fine, un lavoro sulla stupidità contemporanea diventa stupido, questo è il punto. Se ne può restare affascinati. («Corsera», 18 gennaio 1970)

Contemporaneamente a Noam Chomsky, forse addirittura prima, se pur in altro modo, EF riconobbe il fascino e la pericolosità di una società centrata sull’informazione e sulla visibilità. L’imposizione del pensiero di regime non può più essere fatta attraverso azioni coercitive, data la democrazia; altri sono i mezzi, sempre più subdoli, perché rispettosi in apparenza delle scelte individuali e invece capaci con ancor più forza di un manganello di convincere, di addormentare, di renderci piccoli e impotenti.

Il tiranno più amato è quello che punisce per una sua esclusiva ragione, la ragione che riguarda la sua propria esistenza. Chi tocca i fili del tiranno, muore. Ma con la vastità delle informazioni e quindi con la molteplicità delle emozioni che ogni giorno si scatenano in un mondo sempre più al limite dell’isterismo, le dittature hanno infine scoperto la magnanimità. Esse condannano a morte i loro nemici (il mondo freme e sussulta), e il giorno dopo li graziano. Così il mondo respira di sollievo, scodinzola di riconoscenza e rovescia altro amore sulle magnanime dittature”.
(«Corsera», 21 febbraio 1971)

Sidereus Bloggus

Lo sfondo rinnovato di comegufi è un minuscolo omaggio a Galilei.
E’ un suo disegno delle Pleiadi, tratto da un antesignano dei blog scientifici, il Sidereus Nuncius.
La foto qui sopra è scattata al Museo Galileo, già “Istituto di Storia della Scienza” di Firenze ed è opera dell’occhio prezioso di Nat (grazie!).

A proposito di astronomia, storia e scienze:
Il CIRSFIS (Centro Interdipartimentale di Ricerca in Storia e Filosofia delle Scienze – Università degli Studi di Padova) organizza la Scuola estiva in Storia e Filosofia delle Scienze, dal 18 al 21 luglio 2012, a Feltre (BL). Il tema, interessante e supertrasversale, è “I nomi del tempo” Qui le info. Le iscrizioni sono chiuse, a dire il vero. Ma tra i docenti c’è un grandissimo astronomo… di casa.

 

Ricordati dove sei… Per divenire ciò che sei stato

Un’occasione, quella della giornata di formazione per gli animatori coinvolti nel Grest 2012 promosso da Oragiovane, per guardarsi indietro. Come altre volte, quando l’energia vitale chiama, le carte preparate vengono mescolate dal vento che si abbatte gagliardo. Quanto avevo scritto diventa afono, vedendo ragazze e ragazzi riuniti per “far bene il bene”.
E allora ho deciso di ricostruire la linea del pensiero, fidandomi delle suggestioni.

Una battuta, nell’onirico film di Serrentino, This must be the place, che il protagonista Cheyenne spara tra i ciuffi corvini alla Robert Smith, mi è parsa illuminante. Suona più o meno così: non ci si accorge di quanto breve sia il passo tra il “sarà così” e il “è andata così”. Le due affermazioni sono come le parentesi di una esistenza e la distanza tra di esse misura la realizzazione di questa esistenza stessa. Realizzazione, soddisfazione, serenità… forse felicità, sebbene quest’ultima sia parola piuttosto ingombrante.

Ma il laconico Cheyenne felice non è, e nemmeno soddisfatto. Chiede alla moglie, ma in realtà a se stesso, se per caso non si possa chiamare depresso. Ella semplifica: è solo noia. Ma, anche se il nome non emerge mai, si tratta “semplicemente” di tristezza, e di un tipo di tristezza particolarmente pervasivo, quello per cui la persona non riesce neppure a riconoscersi triste e vive, come dire, spostato rispetto a se stesso. In un altro luogo.

Questo luogo è il balcone di quella casa che possiamo chiamare vecchiaia, o per lo meno il suo inizio. E dal balcone ci si guarda intorno, giù, lontano, verso le strade della città e ci si dice che lì proprio non si vorrebbe essere, che altro avevamo immaginato, o non esattamente immaginato forse, ma si percepisce nettamente la differenza tra il desiderio degli anni giovanili e la realtà dei capelli bianchi (anche se colorati di nero).

Il vecchio guarda indietro, fa memoria. Ma se è triste, coglie il triste. E la memoria diviene una scatola di cose rotte, simboli muti. Avrei dovuto, avrei potuto. Cheyenne avrebbe dovuto dire altre cose al padre, che non ha fatto in tempo a salutare; avrebbe potuto andare a trovarlo prima che il tempo se ne mangiasse la vita. La memoria è la SCATOLA NARRATIVA della sua vita, il modo che ha sempre avuto per guardarsi, le cose che si è sempre ripetuto in testa. E, da sempre, si è ripetuto che il padre non gli voleva bene.

Che cosa porta un bimbo o un ragazzo a costruire questo pensiero, prima inconscio e poi consapevole, è comunque mistero. Simone Weil diceva che la sofferenza non ha spiegazione. E quando qualche nodo doloroso si forma nei capelli dell’infanzia, poi il lavoro del pettine potrebbe farsi delicato. Come Cheyenne, ciascuno di noi cresce in una scatola narrativa, diventa adulto con una serie di pensieri/regole/convinzioni che sono talmente appiccicate al corpo da sembrare epidermide.
Ma se siamo fortunati arriva la crisi che ci consente di uscire da noi, di non star più nella pelle, di non riconoscersi. Può essere il semplice sentirsi inadeguati, una mattina, seduti sul tram: guardi gli altri e li vedi così sicuri di sé, così a posto nel loro vestire, nella loro musica elegante sparata nelle orecchie, nelle loro scelte. E tu, inadeguato, impreciso.
Ma tu.

Il lavoro dell’educatore è un lavoro poetico, perché ha a che fare con parole nuove. Quelli che per molti – stanchi – genitori sono solo “quelli che fanno giocare i ragazzi del Grest”, sono invece potenziali guidatori di navicelle spaziali, piloti di aerei ipersonici, capitani di caravelle indomabilli. O anche, per stare al tema, archeologi indagatori del perduto.
Perché? Perché se scelgono di non ammaestrare, come domatori al circo, ma di ascoltare i ragazzi loro affidati, hanno il potere di creare le condizioni per cui, quegli stessi ragazzi, finalmente liberi di essere, possono intuire nuove parole per descrivere se stessi.
Si badi, non è una questione di età. Anche un bimbo può avvertire che l’adulto che gli sta di fronte si mette a disposizione oppure, come tanti altri, presenta un ulteriore dovere da aggiungere alla lista.

Dovete giocare! Dovete… essere felici. Come si fa ad imporlo? La cura nella preparazione di un Grest – sfondo integratore, tematiche pedagogiche, obiettivi delle giornate – non è lo scientific management applicato alla parrocchia. E’ lo sforzo amorevole di creare l’ambiente adatto in cui accada una relazione tra persone. E se si dà relazione, si dà educazione; e se si dà educazione, ciascuno incontrerà qualcosa di sé, una parola nuova per dirsi. Uscirà dalla vecchia scatola, o la amplierà. Si troverà spostato, o solo felicemente appagato.

Cheyenne è vecchio e non esistono i Grest per i vecchi (sarebbe un’idea). Ma riesce a uscire dalla sua scatola e a comprendere il duro linguaggio d’amore del padre. All’educatore, prima di colori, suoni, magliette e programmi, il compito di accogliere la propria personale scatola narrativa, di far memoria di sé per imparare come esistano davvero parole nuove, o occhi nuovi per vedere quelle passate. Come farlo? Guardandosi intorno, e cercando qualcuno da cui attendere una domanda.

 

Miglior personaggio n-p delle Fiction di Villalga – anno 2011

Sono state rese note dal Comitato Promotore de “Una sera sul divano” di Villalga le nomination per il miglior personaggio non protagonista delle Fiction del 2011.

Questi i characters in lizza:

Nina Miyers, interpretata da Sarah Clarke in 24.

Gillian Foster, di Lie to me, interpretata da Kelli Williams.

Remy “Tredici” Hadley, da Dr. House MD, interpretata da Olivia Wilde

Sunil, interpretato da Irrfan Khan, in In Treatment

Kalinda Sharma, interpretata in The Goog Wife da Archie Panjabi

Mr. Bennet, in Orgoglio e Pregiudizio, interpretato da Benjamin Whitrow

Si accede al voto lasciando un commento nello spazio sottostante,
entro il 31 dicembre p. v.

But don’t try to talk to me

But don’t try to talk to me
I won’t listen to your lies
You’re just an object in my eyes
You’re just an object in my eyes
(The Cure,  Object, 1978)

Va beh: nel ’78 avevo cinque anni e ascoltavo la musica di mio papà, Bach. Ma alle scuole superiori ho avuto una fase, se così possiamo dire, dark. Adesso forse si definirebbe goth che sta per “gotico”: prevalenza del nero, aria depressa, bassa motivazione nei confronti di qualunque cosa e di chiunque, maniche lunghe a coprire le mani. Col popolo dark non potevo essere però confuso: troppo ansioso per permettermi il nichilismo, troppo in carne per assumere l’aria giusta, quella dell’emaciato esistenzialista senza-Sartre.
Mi ha colpito il fatto che più di uno dei miei studenti e delle mie studentesse di quinta si sia posto il problema di che cosa votare alle passate elezioni amministrative, o al referendum. Mi ha colpito perché i miei diciotto anni erano mescolati a quelle fosche atmosfere adolescenziali e mi coglievano del tutto sprovveduto sul piano politico. Mi ha colpito perché talvolta anch’io rischio di cadere nella vulgata secondo cui “i giovani non si interessano di nulla, men che meno di politica”. Giravano per la classe fogli stampati da internet, con tutti i programmi dei candidati. Qualcuno se li è letti per filo e per segno, prima di andare al seggio.
La sorpresa è proseguita quando, parlandone, è emerso che questa frangia consapevole non disdegna il voto disgiunto: centrosinistra per le europee, centrodestra per le amministrative. Una sorta di attenta ricerca della persona di cui potersi fidare, al di là del colore, dello schieramento, delle ideologie. Qualcuno intuisce che sia questa la strada della morte del partitismo.

Inexperience sweet delirious
Supernatural superserious
wow!
(R.E.M., Supenatural Superserious, 2008)

Partitismo o personalismo? Gli analisti osservano la scena italiana e registrano quotidianamente sui giornali l’apporto dei cosiddetti “vent’anni di berlusconismo”. Il mio pensiero corre subito alla scena europea, o addirittura mondiale, per cercare di dare senso al quadro. Perché mi pare evidente che in Italia ci siamo come ammalati, abbiamo succhiato un morbo funesto, che ci costringe subito a schierarci pro o contro questa persona. E così l’opposizione, qualsiasi colore sbiadito abbia, non pare costruire parole e pensieri alternativi, ma fa da sponda all’innominabile. Quando parlo di “alternativi”  non intendo quindi opposti e contrari a lui, ma capaci di stare su da soli, e per tanto decisamente nuovi. E guardando oltre – già Blair, Zapatero, Obama, in parte Merkel – ho l’impressione che come in ogni tempo di crisi, emergano figure più o meno forti: in questo senso abbiamo anticipato i tempi, come già successe alla fine del primo conflitto mondiale.
L’analogia con quell’altro Ventennio viene del resto invocata da più parti, alla ricerca delle trappole di un nuovo totalitarismo. A me pare che la più profonda somiglianza stia nell’assuefazione con cui il cosiddetto popolo italiano accetta gli attori della scena politica.
C’è un certo interesse, nelle classi quinte, per il periodo fascista e osservo come l’attenzione si faccia più acuta quando cerco di spiegare come in determinate fasi storiche il Parlamento subisca una sorta di svuotamento di potere. Il fatto che anche oggi si riconosca senza troppi drammi che gli onorevoli sono troppi e che il loro numero vada tagliato non è colto tuttavia come un segno cupo: in realtà – come allora – prevale la nausea per la sfera pubblica e quindi ben venga uno sfoltimento di teste e di stipendi. Qualunquismo a go-go?
Si, se pensiamo al fatto che l’unico percorso che pare più efficace per mettere alle strette questo governo è quello di indagare le frequentazioni erotiche del premier. Senza però pensare che esse destano meraviglia e invidia in molti dei maschi italiani, gli stessi che cliccano sui sederi nudi nelle pagine web dei medesimi giornali che per altro invocano lo scandalo. Come sempre c’è qualcosa che tira di più di un carro di buoi.
Ma qui non sta l’alternativa, e il fichista di Arcore non cadrà per questo. Ancora analogie, perché il comportamento è il medesimo di quell’altro “premier”, come ricorda Meneghello in Fiori italiani, facendo riferimento al direttore del quotidiano per cui giovanissimo scriveva.
A Mussolini, che chiamava il Professore, riconosceva una dote suprema, di essere stato «un grande regista»: ma ora gli era capitata la sventura di cadere in mano a una donna che gli succhiava le energie, letteralmente, con la bocca; diceva che questa donna chiamava il Duce Lulù.
Lulù o Papi, non c’è molta differenza. Ma Mussolini non cadde per le sue abitudini sessuali.

Cogliere segni

Più di una volta mi è capitato che uno studente o una studentessa mi abbia detto, facendomi arrossire: si candidi, prof, io la voto! Beata ingenuità? Eppure è proprio questo il fatto: cercare persone di cui fidarsi.
Nel paradigma democratico nel quale siamo inseriti è necessario proprio fare attenzione ai meccanismo di creazione della fiducia, e su quali basi intellettuali ed emotive la fiducia dei singoli si fonda. Mi pare che il percorso sia lunghissimo, e fondamentalmente apolitico: non è l’orizzonte pubblico quello su cui incidere, ma la frequentazione di uomini e donne a tu per tu. Il Partito Democratico deve ricominciare dai quartieri, se davvero ha qualcosa da far dire a qualcuno.
E per far questo deve rinunciare alla caratteristica spocchia dei militanti cattolici e di sinistra, quella per cui c’è qualcuno che possiede la verità e si piega per concederla al popolo bue. Ricordo un incontro in una sperduta parrocchietta fuori Padova, un consiglio pastorale in cerca di formazione, dodici-quindici persone tra i cinquanta e i settanta. Si era allora candidato un noto direttore di quotidiano, di larghissime forme e di strettissime vedute, sulla base della “difesa della vita”. Ebbene, quale terreno migliore di un gruppo di parrocchiani? Eppure quelle stesse pasionarie di Cristo mi fecero caldamente presente che non si sarebbero lasciate fregare!
Altroché popolo bue. Si tratta di far emergere con pazienza quello che già c’è: un misto di buon senso che nasce dallo svegliarsi alle cinque per andare al lavoro, di capacità di cogliere il valore delle persone, di quella forza che ha la meglio quando tacitiamo per un attimo le ansie indotte e ascoltiamo le nostre paure. Davvero, c’è. E’ quella resistenza fisiologica che non ama gli “uomini forti”.
IL PRESIDENTE ha una caratteristica che balza agli occhi di chiunque lo avvicini: mentre gioca a bocce o beve birra, durante la notte o quando copula; persino nelle sedute parlamentari che presiede da quando si è verificato il gran cambiamento. Più di un movimento delle sue mani lascia trasparire questa sua caratteristica, inspiegabile a tutti, e che tuttavia appare così evidente da non sfuggire nemmeno ai profani. Si sostiene che la sua origine vada ricercata in un processo che non si può, né si vuole, più arrestare. Si richiamano alla memoria momenti in cui si sono percepiti fenomeni che potrebbero averla determinata. In realtà tutti sanno di cosa si tratti. Nel timore di poter essere chiamati a risponderne, evitano di parlarne o discuterne in pubblico. Anzi, confondono accuratamente le tracce. Ma non la si trova solamente nella coda dell’occhio del presidente. C’è anche in altri punti del suo corpo, opulento e inquieto. Nei suoi stessi sogni. In chiunque la riconosca produce una tensione che col tempo si tramuta in contagio. Sino ad esserne invasi. Non è nient’altro che la brutalità“. (Thomas Bernhard, Eventi, 1969)

[questo è un mio Pianoterra del 2009 – m’è parso attuale]

Eros e Kairos

Ho aperta una nuova sezione del blog.
Si guardi all’ultima voce della barra in alto, sotto il gufetto.