Un morto “di destra” vale di meno?

Questa veloce recensione comparirà prossimamente su “Madrugada”.

Destra e Sinistra. Due parole che fino a all’inizio dell’adolescenza stanno a indicare quale scarpa mettersi. Poi deflagrano e si vestono del significato che nell’immaginario italiano e non solo sembra ancora il principale: parti politiche, scelte ideologiche. Marcello Veneziani anni fa sosteneva che sono categorie ormai morte, nonostante la precisa analisi di Bobbio, e che oggi la politica si muove su altre direttive, come “liberal”, “self interest”, “comunitarismo” et cetera.
Ma a guardar bene, specie per la maggioranza dei giovani, sembra prevalere l’apatia. Questo libro, che sta tra il saggio e l’autobiografia, spiega bene sia quale peso abbiano avuto queste denominazioni negli anni Settanta italiani, sia perché quella generazione di giovani ha in fondo prodotto la reazione indifferente di oggi. Il titolo è mutuato da Sartre, ma non si tratta di esistenzialismo, ma dell’esistenza di una bimba padovana che deve convivere, ad un certo punto, con la morte del padre. E non un uomo qualsiasi, ma uno “di destra”, ucciso a Padova dalle Brigate Rosse il 17 giugno 1974. Perché questo omicidio è diverso? La figlia Silvia, con il coraggio di metter la mano nelle scatole del dolore della famiglia, decide da adulta di incontrare i principali protagonisti di quella “stagione di violenza”, contrapponendo la ricerca della verità – tangibile, incarnata – alle filosofie e ai sofismi dei teorici della lotta armata, e provando a comprendere che cosa spinse centinaia di giovani a trasformare la protesta del ’68 nella spirale cieca di prevaricazioni che congelò Padova dieci anni più tardi. Un morto “fascista” vale di meno di un “rosso”? Quale spazio può avere la giustizia senza il riconoscimento del dolore della vittima?
Non c’è traccia di rancore, nelle parole dell’autrice, né tantomeno di vendetta. Ma solo queste domande, sospese di fronte ad alcuni adulti che hanno cercato di contenere quella furia ideologica, e ad altri adulti, ora anche genitori, che non hanno saputo comunicare alle generazioni più giovani che la politica è lotta, ma tra opinioni e scelte operative opposte, è conflitto, ma di intelligenze e non di spranghe o P38.

sir Ken Robinson #1.1

Agli albori del blog proposi la versione inglese (QUI).
Ora Changing Paradigm è stato tradotto in italiano:

Edit: si tratta di un contributo cha ha quasi quindici anni. Ora, non solo è ancora valido, ma è ormai acquisizione interiorizzata da parte de* student* (marzo 23)

L’incantesimo della speranza. Cit.#3

Più spesso Socrate descrive [la sua dottrina] semplicemente come un motivo di speranza. (…) O vi è una possibilità che la vita abbia un senso, oppure sarebbe meglio non esser nati. O si può sperare di là da questo mondo in una giustizia per i giusti, oppure non resta che disperarsi per un’esistenza tanto irridente da far re i giullari e tanto tragica da far acclamare dalla torma il martirio degli innocenti. Se non trovassimo una qualche ragione per poter sperare in un’altra esistenza, saremmo annientati dalle troppe occasioni d’infelicità che questo mondo ci offre. Non ci si può salvare che con la speranza, e questa speranza non può essere salvata che con la fede. Per quanto poco sia credibile, il meglio che si possa fare è sempre credervi. Se il tenue filo della logica può condurci alla minima ragione di speranza, occorre stare attenti a non romperlo, e a non permettere che alcuna riserva rimetta in discussione la ragione. Ecco perché “giova fare a se stessi di tali incantesimi” (Fedone, 114d): non bisogna smettere di credere alla ragione, se si vogliono avere motivi di speranza.
(…)
Proprio perché la nostra vita deve testimoniare il nostro pensiero, dobbiamo vivere quello che pensiamo via via che andiamo a scoprirlo. (…) Puntiamo la nostra vita su una speranza, e questa, a sua volta, su qualche associazione logica. Per aver fede in questa aspettativa, dobbiamo quindi esserne convinti, e per credervi è indispensabile identificare la nostra anima col nostro pensiero. Solo così il nostro pensiero si fa “incantesimo”, e la nostra vita testimonianza. Eccoci nuovamente di fronte ad una scelta: o il nostro linguaggio assume la funzione di evocazione e, tenendoci distanti da ciò che descrive e riporta, ascrive il nostro pensiero a oggetti che gli sono esteriori, o agisce da incantesimo e rende interiore tutto quello che enuncia: non solo crea ciò che dice, ma ci trasforma subito in ciò che crea. Attraverso una sorta di mimo interiore, ci dentifichiamo in quello che afferma il linguaggio. Non ce ne distinguiamo più: lo siamo”.

(N. Grimaldi, Socrate, lo sciamano. Il primo guaritore di anime; Asterios, Trieste 2012; pp. 92-96)