Educazione e nichilismo

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Questo l’incipit di un bell’articolo di Michele Visentin
(segue il mio commento, per avviare un dialogo, sebben con terze persone):

L’azione educativa e in particolare quella che si integra con l’istruzione scolastica riposa ancora oggi su questo presupposto che  viene dalla tradizione e che stabilisce un nesso tra l’attività conoscitiva e la trasformazione di sé. Questa relazione sancisce più che altro una dipendenza e una derivazione della formazione dal pensiero e, si potrebbe dire, dal retto pensiero. Da qui deriverebbe l’intera paideia occidentale, ovvero l’idea che l’umanità realizzata di ogni singolo essere umano, sia direttamente proporzionale alla sua capacità di conoscenza e di conoscenza di sé.

L’educatore deve tentare il tutto per tutto. Cioè deve tentare in bilico sulla sconfitta. Il discorso nichilista incide sullo spazio e sul tempo, creando un contesto in cui l’istituzione, da luogo in cui avvenga l’evento educativo (come setting, quasi), diventa struttura di pratiche ripetitive, che conservano il sistema così come si trova.
Lo spazio è di fatto modellato sulla fabbrica tayloristica, per quanti colori o cartelloni possiamo appendere; si tratta di una scatola contenente scatole più piccole, ognuna delle quali con uno scopo predeterminato. Non è con l’attribuzione di un’aula ad aula multimediale (cioè con uno schermo e una LIM) che modifichiamo il senso dello spazio.
Il tempo, anch’esso industriale, costringe a segmenti mentali; crea serrande tra un’ora e l’altra, che chiudono emozioni e conflitti (apparentemente).
La formazione scolastica ha rinunciato all’educazione, perché l’educazione non ammette spazi o tempi prederminati. Eppure l’incontro avviene lo stesso, perché l’evento educativo supera spazi e tempi predeterminati. Avviene, tuttavia, nella frustrazione. Se non addirittura nella clandestinità, poiché l’istituzione chiede controllo e autocontrollo.

Metti a Venezia, l’8 di Novembre

Insieme all’aggiornamento dell’immagine della testata (grazie a Sara, da QUI), segnalo due appuntamenti nella città lagunare, il secondo e più tardivo dei quali mi vede come collaboratore. Che cosa li accomuna, a parte il giorno? La creatività.
Alle 17 si inaugura una mostra su Bohumil Hrabal, grande scrittore boemo (clicca sulla foto). Dalle 19,30, a Metricubi, riparte M’Interest (clicca sul poster by StufioFludd).

hrabalSono un estimatore del sole nei ristoranti all’aperto, un bevitore della luna che si specchia nel selciato bagnato, cammino eretto e diritto, mentre mia moglie, a casa, benché sobria, fa atti mancati e barcolla, una descrizione piena di humour dell’eraclitiano panta rei mi scorre alla gola e tutti i ristori del mondo sono come un gruppo di cervi agganciati per le corna dei discordi, la grande scritta Memento mori che alita dalle cose e dai destini umani è un motivo per bere sub specie aeternitatis… (QUI il testo completo)

 

 

Essere artigiano, qualunque lavoro si faccia, vuol dire minterest2_spensare a quanto puoi crescere migliorando le tue abilità, ed avere tutto il tempo che serve per riuscirci. Questo non dipende solo dalla motivazione, che è importante ma non sufficiente, ma dal contesto organizzativo, che deve essere favorevole e valorizzare le persone, investendo su di loro a lungo termine. Invece nelle aziende il focus è brevissimo. Il modello artigiano del passato ci insegna una cosa importante: il senso del tempo. Per diventare maestri ai tempi antichi ci volevano anni. (da un’INTERVISTA a Richard Sennett)

 

 

 

Buon anno. Per una scuola porosa.

«Quando la scuola, lontana dalle semplificazioni dei richiami efficientisti alla sola istruzione,
all’addestramento, alla “corrispondenza delle attese del mercato del lavoro”
è scuola del “tempo dato”?
Quando lavora sulle possibili porosità e sulla ricchezza dei vissuti,
delle conoscenze e dei desideri che sono portati dalle donne e dagli uomini.
Una scuola porosa è capace di accogliere, sentire, assorbire ed orientare
nel rapporto attivo con il contesto e il mondo. Porosa nei tempi, nei costrutti,
nei dispositivi, nell’identità, nelle proposte, negli esercizi, di ruolo.
Insieme anche rigorosa per ciò che chiede a chi entra nel gioco,
per la valutazione dei percorsi e dei processi, per la sua attenzione a ciò che accade,
si crea e si trasforma”.
(Ivo Lizzola, Incerti Legami, La Scuola 2012)

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Un uomo senza travestimenti. Per don Cristiano Bortoli

donCristianoBortoli«Sembrava veramente come l’uomo del deserto da cui era emerso Gesù, l’unico Maestro. Mi apparve come l’uomo spogliato di tutti i travestimenti che ci vengono chiesti». Così Arturo Paoli descrive il suo maestro dei tempi del noviziato, nel deserto, con i Piccoli Fratelli.
Nei primi anni di università, quando la mia esperienza di chiesa cominciava ad essere messa in crisi da dinamiche parrocchiali sempre più anguste e dal sostanziale isolamento culturale vissuto dalla Fuci, trovai un luogo sicuro presso il Centro Universitario padovano. La sicurezza di cui parlo non aveva tuttavia nulla a che vedere con appartenenze forti o strutture solide e ben avviate. Al contrario, quel che incontravo durante l’Eucarestia del sabato sera e, ancor più forse, nella celebrazione mattutina delle Lodi, era la certezza di una possibilità fondamentale, e fondativa: l’inesauribile energia della fede come domanda continua.

E’ proprio questo sguardo disarmato, non violento, anti-ideologico ciò che mi torna nella mente e nel cuore, pensando a don Cristiano. Venivo dall’assidua lettura di Turoldo e trovai una persona illuminata che ne citava i versi durante o al termine delle omelie: intuivo la medesima radicalità del servita, ma con una dolcezza per me nuova. Don Cristiano, durante la consacrazione o per la benedizione finale, aveva un modo tutto suo di aprire le braccia, di spalancarle, precarie e accoglienti nello stesso istante. donCristianoNon sapendo quando verrà l’alba, io spalanco ogni porta: una disponibilità totale nel permetterci di partecipare dei suoi dubbi e interrogativi, nel farli risuonare – da lui a noi – senza vergognarsene mai. La sequela perdeva e caratteristiche del regime, delle rigidità di una Chiesa vincente e diveniva comunità danzante, fondata sulla misericordia.
Non ho mai avvertito semplice avvicinarmi a don Cristiano e ho spesso avuto la sensazione di trovarmi di fronte ad uno spirito monastico, pronto per la solitudine, e nello stesso tempo dedito al lasciar essere, ad una tolleranza che sconfinava nella ritrosia. All’alba, nelle mattine degli inverni universitari, suonare al portone di via Zabarella rappresentava un’incognita. Eravamo spesso in due o tre, don Cristiano apriva e, dopo un cenno di saluto, le prime parole che sentivamo erano quelle del breviario di Bose, i cui salmi cercavamo di cantare intuendo una melodia talvolta troppo vaga per non sentirci in imbarazzo. Ma la fatica finiva presto: egli insisteva perché la colazione fosse condivisa, perché salissimo le strette scale fino al primo piano e ci accomodassimo in cucina. Dopo il caffè, don Cristiano si ritirava, come se fosse scontato che era tempo per ognuno di andare al proprio lavoro, al proprio banco di studio.

Aveva un’attenzione particolare per i fermenti della chiesa e della cultura: tra i primi a farci conoscere la liturgia di Taizé e padre Enzo Bianchi, non temeva di annoverare nel calendario delle conferenze del Centro (il cui poster giallo è rimasto tale penso da sempre) personalità marginali e talvolta scomode, purché genuinamente in ricerca. Era la nostra “cattedra dei non credenti”, uno spirito di ascolto che, nonostante il lento e non semplice passaggio, rimane ancora oggi la cifra del Centro. Ci sono stati anni in cui il salone nobile – o la chiesa di Santa Lucia – non bastavano a contenere le persone, non più solo universitari, o studenti di un tempo, ma gente qualsiasi, bisognosi di parole significative. Sentivo, nei preparativi all’interno della minuscola sagrestia del Corpus Domini, come non amasse esser considerato un riferimento imprescindibile, un “guru”, e che non desiderasse dar peso alle incomprensioni tra i gruppi che in tempi diversi si era trovato ad “allevare”. Come se volesse, per lo più in silenzio, rimanere solamente un veicolo verso il Maestro, più simile al Battista che non a Pietro.

IsaccoTaize

Gettare lo sguardo sempre al di là: qualcuno avrebbe potuto trovarlo semplicemente eccentrico, specie chi non si fosse fermato ad ascoltarlo. Invero, la sua eccentricità era radicale: il centro a cui additava non era mai il suo discorso o la sua persona, ma sempre e comunque il Sacro. Ora ci ha preceduti, e nello stesso tempo ci sta alla spalle, come quella figura misteriosa posta dietro al piccolo Isacco delle vetrate di Taizé, che con una mano custodisce, con l’altra spinge verso il sogno del mondo: «guarda fuori al miracolo delle cose, oltre il tuo lavoro».

 

Elogio della fragilità

elenaEdera

Questo nostro tempo complesso sembra chiederci eroismo e sacrificio.
Avere la soluzione, governare il caos, vincere la crisi, non perdere l’informazione, essere all’altezza delle aspettative, sapere educare sempre, conservare occhi asciutti “nella notte triste”.
E se ci venisse chiesto invece di lasciar essere? Di resistere custodendo qualcosa d’altro, di minoritario, invisibile, sussurrato?
Se questo tempo ci chiedesse invece di affrontare il nostro limite, di condividere la nostra insufficienza? Se questo nostro tempo ci invitasse a chinarci sulle gioie e i dolori di chi proprio adesso è accanto a me?
C’è un filo che ci lega e noi non vogliamo vederlo; ci scostano lo sguardo altrove. Ma seguirlo, per quanto esile, è vitale.

Così ho provato a sintetizzare il senso dell’incontro con IVO LIZZOLA nell’ambito della Scuola del Legame Sociale, sabato 16 marzo prossimo venturo.
(foto di Elena, dal suo blog – clicca su di essa)

 
Aggiornamento video del 23 marzo 2013.

dalla rete della Rivoluzione Solidale

Che di per sé non va confusa con la posizione di Ingroia, che si chiama Rivoluzione Civile. Si tratta di alcuni contatti interessanti a partire dal movimento della società civile; per la precisione: due appuntamenti e tre link.

UNO. «Federsolidarietà Veneto è l’organizzazione che rappresenta quasi il 70% delle cooperative sociali nella nostra regione, conta 464 cooperative iscritte, con 18.000 addetti e oltre 23.000 soci. Inserisce al lavoro 1.820 persone svantaggiate. Offre servizi specializzati alle fasce più deboli (persone con disabilità e disagio psichiatrico, con percorsi di tossi- codipendenza o reclusione, emarginate o povere, bambini, anziani, donne vittime di tratta o di violenza) e assiste le loro famiglie». il 26 gennaio p. v. propone una MOBILITAZIONE GENERALE DEL TERZO SETTORE, a Venezia, Pala Taliercio, a partire dalle 8,30. Alle 11,30 inizierà la sfilata pacifica sul Ponte della Libertà.

siamoilsociale

DUE. dottClownIl 9 febbraio p.v. la associazione Dottor Clown di Padova espone in un convegno il bilancio dei suoi primi dieci anni di attività, centrati su questo “sogno”: «un ospedale pediatrico dove il bambino possa sentirsi al centro dell’attenzione e dove ci sia ampio spazio per la comicità e le emozioni» (dal SITO).

TRE. Il progetto PAGELLA POLITICA è una delle espressioni di un atteggiamento (e metodo) diffuso da tempo nei paesi anglosassoni e che si chiama FACT-CHECKING. Si propone cioè di raccogliere le principali dichiarazioni di politica (rilasciate attraverso qualsiasi mezzo) e contenenti fatti verificabili per confermarle o smentirle anche a mezzo dei naviganti in Rete.

QUATTRO. Un gruppo di persone che, come molti invece silenti, è stufa della corruzione (e come fatto, e come mentalità) ha dato vita alla PETIZIONE di cui si parla in questo sito. L’iniziativa è correlata a e sostenuta da Libera e Gruppo Abele, garanzie di trasparenza; si richiama esplicitamente a questa campagna del 2011.

Bob_Verschueren_-_Copyright_Arte_Sella_2012_-_Foto_Giacomo_Bianchi

CINQUE. GIANNI BELLONI è amico e giornalista. Se la categoria non fosse resa inaffidabile dai vari sessantottardi che poggiano il deretano nei salotti in TV, lo definirei proprio un intellettuale, il dotto sette-ottocentesco che osserva l’andare delle cose e, senza indurre opinioni, offre invece descrizioni efficaci capaci di creare opinioni stesse nella testa di chi legge/ascolta. Questo è il suo BLOG , intitolato “corse in salita” (e a me viene in mente il Sisifo di Camus). Questo è uno dei suoi progetti, il Laboratorio dell’Inchiesta Economica e Sociale (LIES). Nell’immagine, l’interpretazione di Sisifo di Bob Verschueren, in Arte Sella.

progettare e tradire

Posto un lavoro di Giovanni Panozzo, dedicato alla coppia, o se volete alla fatica della costruzione-in-coppia. Protagonisti di questa doppia intervista sono Franco Vaccari e Giuseppe Stoppiglia, presidente di Macondo.
Viene in mente una frase di James Hillman: «Bisogna dire chiaramente che vivere o amare soltanto là dove ci possiamo fidare, dove siamo al sicuro e contenuti, dove non possiamo essere feriti o delusi, dove la parola data è vincolante per sempre significa essere irraggiungibili dal dolore e dunque essere fuori dalla vita vera».

 

Senza il permesso di cambiare

Lorella Zanardo ha acquisito legittima visibilità con Il corpo delle donne, forse la prima seria operazione culturale (al di là delle analisi libresche) sui media e sulla considerazione della figura della donna da essi proposta. Non è la passeggera denuncia dei troppi culi nudi televisivi – quella che ipocritamente, notizia inutile tra le notizie inutili, passa nei TG poco prima di mostrare i medesimi culi nudi. E’ una domanda su quale immagine del mondo arriva nei/dai media, TV in testa, e quale idea di democrazia ad essa si accompagni.

Una democrazia non può esistere se non si mette sotto controllo la televisione , o più precisamente non può esistere a lungo fino a quando il potere della televisione non sarà pienamente scoperto. Dico così perché anche i nemici della democrazia non sono ancora del tutto consapevoli del potere della televisione. Ma quando si saranno resi conto fino in fondo di quello che possono fare la useranno in tutti i modi, anche nelle situazioni più pericolose. Ma allora sarà troppo tardi.
[Karl R. Popper,
Una patente per fare tv, in Karl R. Popper, John Condry, Cattiva maestra televisione, a cura di Francesco Erbani, I libri di Reset, 1994]

Sembravano le parole di “uno che grida nel deserto”, un vecchiaccio fuori dal mondo, come tutti i filosofi, esposto alle risa della servetta tracia di turno. O, nella migliore, la consueta critica del passatista che non vuole il rinnovamento. E invece no.
La citazione popperiana viene dal lavoro di approfondimento di una studentessa di quinta che, a partire dall’adagio di Saint-Exeupery “l’essenziale è invisibile agli occhi”, si è domandata come agiscano le immagini sul cervello. Scrive: «Il problema non risiede in che cosa la gente guarda ma nel fatto che la guarda. La soluzione deve trovarsi nel come guardiamo. Abbiamo bisogno della libertà negli occhi, della verità nell’informazione , ma soprattutto dell’atteggiamento critico nei confronti di ciò a cui ci troviamo di fronte».

L’intelligenza si è “televisionizzata”. E non si legga in questo una ulteriore lagna dell’insegnante retrivo legato a doppio filo al libro stampato. Non è una lamentela, ma la descrizione di un dato di fatto: che cioè l’immaginazione puntuale di un evento, trasmessa da un’immagine in movimento – l’intuizione, direbbe Hegel – ha preso il sopravvento sulla decifrazione dell’evento stesso, sul concetto. Guardo e se mi piace accetto, mi dispongo a capire, attivo una critica (se sono in grado). Se ciò che mi è posto di fronte attira la mia intuizione, esso passa. Se no, rifiuto. Gli insegnanti non possono non tenerne conto, e non basta la LIM a rinnovare la trasmissione del sapere.

Queste e altre riflessioni percorrono il nuovo progetto della Zanardo, di cui sotto riporto un estratto. La giornalista, blogger del Fatto Quotidiano, sta moltiplicando gli interventi nelle scuole d’Italia, a partire dal Corpo delle Donne, ma per andare oltre. E si accorge che c’è voglia di parlare di come l’immagine dei/nei giovani sia distorta, di come l’immagine del futuro sia occupata e di come tutto questo c’entri con la televisione. Di come il cambiamento non possa che passare dando – di fatto e non retoricamente – la parola ai ragazzi.