Parlare di Misericordia

  

Oragiovane ha un certo coraggio, perché mette le mani in pasta nell’ovvio sapendo che non è affatto tale. E l’ovvio, per molti di noi, è quella istituzione in crisi che è la parrocchia. Ovvio perché molti noi l’hanno relegata al proprio passato idealista e adolescenziale, fatto di “buone cose di pessimo gusto” abbondonate quando si è preteso di divenir grandi. Ovvio perché parlare di preti – non quelli degli scandali o quelli con i super appartamenti – pare noioso e sa di muffa. Eppure la parrocchia, se non si è corrotta dai se e dai ma, rimane uno dei pochi luoghi, come la scuola, in cui non ti scegli con chi stare. Potrebbe essere, e talvolta lo è, una palestra di diversità. Non è fatta per gente con la puzza sotto il naso, con o senza talare. E allora Oragiovane ci prova, a trasformare l’ovvio in conosciuto, e a strutturare un percorso serio, ma non serioso, per i GrEst. Sì, quella cosa con i bambini d’estate. Molti di noi non si rendono conto delle sue potenzialità finché non hanno figli in età scolare. Finché non si rendono conto che i luoghi di socializzazione non sono affatto scontati, né disponibili.

Il tema del 2016 è, in linea con la Chiesa, la Misericordia. E qui sta la sfida, perché non si tratta di UN tema, ma DEL tema. Oragiovane mi affida qualche riflessione, e io ci provo

Apologia del tradimento

Declinazioni in ino
Sguardo bovino. E’ quello tipico del padre al parcogiochi, mentre spinge l’altalena o attende che la creatura sguazzi nella sabbia. Lo so perché lo vedo, e lo vedo perché mi ci specchio. Ebbene, anch’io faccio parte della nobile schiera di maschi adulti che accompagnano la prole al parco, e non solo il sabato o la domenica. Non è tutto: preparo la pappina, cambio pannolini, pulisco sederini, infilo il pigiamino… Le riviste patinate – quelle che addolciscono i quotidiani nazionali nella seconda parte della settimana – ci dicono che i padri sono cambiati, anzi che si tratta di una «rivoluzione antropologica» (“La Repubblica-D”, 10 settembre 2012): «fino alla fine del Novecento sopravviveva la vecchia figura del padre fisicamente e emotivamente distante dal bambino nel suo primo anno di vita, frutto di una società maschilista e patriarcale che considerava la cura, il care, un’esclusiva della donna», afferma il neonatologo Volta, che nel suo sito (vocidibimbi.it) confessa che se non fosse se stesso, vorrebbe essere sua moglie Monica.

Ecco, io non so se vorrei essere mia moglie e, per quanto colga l’affetto e l’ironia dell’espressione, non lo desidero per non soggiacere all’epiteto, oltraggioso per la grammatica e insensato per la pedagogia, di “mammo”. La fretta di catalogare, che talvolta sembra unico criterio adottato da chi compone gli articoli di giornale, ha creato questo vocabolo, che genera confusione invece di aprire nuovi spazi semantici. Il dottor Volta stesso ne è pienamente consapevole, perché, incalzato dal giornalista, sottolinea che «il padre non deve scimmiottare la madre. Deve trovare un modo suo di prendersi cura del bambino». Insomma, si tratta di uno stile di cura del figlio che, ispirato alla madre, viene però interpretato in modo pienamente e totalmente maschile. Ma perché allora schiacciare in genere la questione sulla mamma-con-la-o? Che ci sia un cambiamento nell’aria, è testimoniato dal moltiplicarsi dei testi, scientifici o meno, sulla figura paterna, sulla sua crisi, sulla trasformazione di una società – come direbbero femministe d’altri tempi – fallocentrica, in qualcosa di diverso, a prima vista più empatico, meno direttivo o impositivo. E come spesso accade, di fronte all’inedito scarseggiano le parole.
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Cosa resta dei padri?
Macondo se lo è chiesto in uno degli ultimi convegni per le famiglie, su ad Asiago nel settembre 2012. La domanda, carica del potenziale provocatorio tipico della titolistica associativa, giunge al termine di un’amara constatazione: il senso di comunità vacilla, da un lato, e dall’altro è venuta a mancare la continuità tra le generazioni. Le due cose vanno pensate insieme: fatichiamo a riconoscere dei luoghi in cui sperimentare il legame sociale, contenitori di persone e di senso che fungano da occasione per incontrarsi e costruire nuove narrazioni collettive; solamente in essi padri e figli possono parlarsi, scontrarsi, riconoscersi e infine differenziarsi. Ma non c’è già la famiglia, per questo? Qualcuno potrebbe domandare… Non è la famiglia infatti il luogo principe per l’incontro e anche per lo scontro? Non è la famiglia il laboratorio per sperimentare finalmente il conflitto? E se non fosse così?

A scuola, la storia è per lo più teoria di guerre, una polemologia nascosta. Sono di fronte alla sostanziale impreparazione di una delle mie classi a proposito del Risorgimento italiano e mi chiedo che cosa avrei potuto fare di più, dire meglio, schematizzare con maggior precisione. Li colgo in ansia, braccati da uno stress inguardabile in un adolescente: non è l’adrenalina di fronte ad una sana sfida, ma un imbuto di doveri, il più vicino dei quali è la cosiddetta “pagellina”. Apro la questione e presto qualcuna, in primo banco, svela l’arcano: se porto a casa le insufficienze mi «cavano la vita». Il punto sta qui: non ho fino in fondo la possibilità di affrontare con loro argomenti didattici, perché in questione è un sotterraneo conflitto irrisolto sul senso della scuola e dello studio, uno scontro congelato che riposa nel freezer di questa e di altre famiglie. I ragazzi vengono ammoniti, minacciati, giudicati, ma non sembra ci sia nessuno che litighi seriamente insieme a loro sulla gerarchia degli impegni, sulla priorità dei doveri.
«Il tuo lavoro è la scuola», si ripete. Ma se nel contempo, nelle azioni, comunico a mio figlio che non amo il mio lavoro, né informarmi, né capire il mondo che mi circonda anche attraverso un libro? Perché tutto questo dovrebbe essere per lei o per lui una cosa ovvia? «Perché studiare ti prepara al futuro» e quindi «te lo dico per il tuo bene». Ecco l’inganno: ti sto proteggendo, per questo ti impongo la strada.

La domanda non fa riposare
Prevale il legame simbiotico: di origine materna, necessario e fisiologico sino ai primi anni di vita, diviene poi una non voluta strategia di soffocamento. Per non soggiacere alla mia ansia di genitore per la tua felicità, sono costretto a costruire una campana di vetro intorno alla tua esistenza. Ti trattengo, ti mantengo, ti custodisco: devi fare quel che ti dico. Non c’è discussione sui possibili valori altri dei quali tu, in quanto essere umano adolescente, ti potresti far portatore. La simbiosi non è inefficace di per sé, ma diventa distruttiva se cade fuori tempo. Di qui la necessità di tornare a parlare del conflitto, che è il motore fisiologico di una relazione tra generazioni (e non solo) che sia sana, tema portante delle riflessioni di Daniele Novara e del Centro da lui fondato (www.cppp.it). Solo il conflitto può spingerci verso un legame creativo, una relazione che proietta verso l’esterno, che libera.

Conflitto… Si tratta quindi di un invito a litigare? Litigare in famiglia? In parrocchia? A scuola? Le domande a quanto pare si stanno moltiplicando. E porre una domanda, con il coraggio di chi vuol capire, di chi cioè non presume già di avere “la” risposta, significa già aprire un conflitto. Chi chiede, lo fa perché è interessato a quello che l’altro pensa, perché mette a repentaglio la propria visione del mondo, perché ha bisogno di completarla. E così facendo spariglia l’altrui visione, lo status quo. Altrimenti, è solo un’affermazione che per gentilezza viene corredata alla fine da un punto interrogativo.

Ecco: chi è in grado di domandare senza timore? Il bambino, quando entra nel tunnel dei “perché” e dei “che cosa è” e si fa insistente nel suo cercare la rete che chiarifichi gli eventi. La categoria della causa-effetto appare all’orizzonte dei due anni, quasi insieme al linguaggio, e se sei fortunato questo interrogativo non ti molla più. E poi l’adolescente, che chiede non solo per sapere ma per mettere in discussione la tua granitica sapienza del mondo. La quale spesso si rivela saccenza, se ci facciamo trovare impreparati, insofferenti, frettolosi, schematici. Socrate dedica ai giovani alcune tra le sue ultime parole: «più di uno sarà di chi vi accusa, gente che io trattenevo, e voi non ve ne siete accorti; e saranno più duri, quanto più saranno giovani, e voi tanto più ne sentirete il peso» (Apologia).AdoCarrello

Socrate non portava i jeans
Bambini e adolescenti cercano, così, per natura. Ma chiunque ha bisogno di un senso, foss’anche, come diceva Camus, per rispecchiarsi nell’assurdo. E a questa “domanda di senso” l’immaginario collettivo cerca risposta nella figura del vecchio saggio: è il nonno che, placido, fuma la pipa e osserva dalla sua sedia il moto circolare della famiglia. E’ il decano del gruppo, colui che ne ha viste tante e riesce a collocare la tua inquietudine come un passaggio necessario, drammatico, ma non distruttivo. Costituisce la riserva, la memoria del gruppo, e perciò sa di che cosa sta parlando la tua ansia, ma non deve tranquillizzare, perché poi, se solo dai tempo, sarà la vita a guarire. E’ il senatore, chi cioè può poggiarsi al bastone del suo essere senex per operare nel delicato compito di nomoteta, di legislatore. E’ lo starec Zosima per Aleksej Karamazov, il Gandalf di Tolkien, Albus Silente per Harry Potter, Mago Merlino per il piccolo Artù disneyano, Morpheus per Neo in Matrix, sino al prete solo e solitario, in Corpo Celeste, che finalmente fornisce un minimo orientamento a Martina.
La lista sarebbe lunga e l’intento non è quello, a questo punto, di contrapporre semplicemente queste figure maschili alla Fata Turchina collodiana, la Smemorina di Cenerentola o Flora, Fauna e Serenella della Bella Addormentata. Ma la tentazione è forte: se in questi casi infatti la “madre” buona, consolatrice e amorevole, per quanto anche severa, si prende cura del piccolo, negli altri il maschio rappresenta un riferimento sicuro ma che costringe alla solitudine della scelta.

Allora, data per certa la presenza materna, i nonni hanno sostituito i padri? Perché la letteratura e il cinema rincorrono la sapienza, le risposte di questo “padre non padre” che è il nonno? Che cosa accade in questo spazio creato dal salto di una generazione?
Un ulteriore elemento aumenta la complessità. Siamo nella società del forever young: la Chiesa dovrebbe farsi giovane per parlare ai giovani (eventi, musica, WEB); la Scuola dovrebbe svecchiare il corpo docente per ritornare ad essere efficace e agganciarsi al mondo attuale; la comunicazione nei media scoppia di colori, icone e di link, quasi avesse come interlocutrice solo la gioventù. Dell’anziano il corpo va monitorato, aggiustato, protetto dalla chimica medicinale, quando non restaurato con capelli e zigomi posticci, camuffato da giovane con le giacchette strette e i pantaloni alla moda. Le rughe rimangono solo nelle suggestive foto dei reportage dal terzo e quarto mondo: vecchi peruviani o tibetani, immagini in bianco e nero, qualcosa che c’era e non c’è più. Fossili.

La situazione appare quindi schizofrenica: abbiamo nostalgia di un “padre buono”, qualcuno che ci accolga per poi lasciarci al mondo, che ci consegni un messaggio di senso. Lo cerchiamo nell’antenato che lassù ha costruito la casa sulla roccia, che sappiamo dove trovare, ma poi, ridiscesi in pianura, ci manca qualcuno che ci accompagni nelle cose di ogni giorno. Dove sono i maestri che, come nelle botteghe artigiane, affiancano nelle difficoltà correnti? Dov’è la capacità di comunicare un mestiere ai novizi da parte di avvocati più grandi (ma non fuori gioco), di commercialisti con più esperienza (ma non in pensione), di insegnanti o presidi maturi (e ancora in ruolo), di parroci capaci di segnare la via ai cappellani, di datori di lavoro non ottusi? Non possiamo abbandonarci al loro sguardo, perché temiamo il tradimento. Perché loro non sono abituati a lasciar andare e noi non siamo abituati al tradimento e lo concepiamo come la fine di tutto.

Nel deserto, una via
Arturo Paoli è un esempio di “vecchio saggio”. La sua centenaria esperienza è in parte raccontata nella recente raccolta di scritti La pazienza del nulla. E’ qui che narra il suo decisivo incontro con il maestro dei novizi Milad, che lo introduce nella fraternità di Charles de Foucauld. Dice Paoli: «fu per me l’incontro con una persona assolutamente insolita (…). Sembrava veramente come l’uomo del deserto da cui era emerso Gesù, l’unico Maestro. Mi apparve come l’uomo spogliato di tutti i travestimenti che ci vengono chiesti (…) era l’uomo “del sì e del no”, “il resto viene dal maligno” (…). E quello che mi attirava di più era il suo rigore nei richiami all’essenziale e l’umorismo con cui commentava le goffaggini dei novizi, suscitando una incontenibile ilarità». Guardate: rigore e ironia, cioè insieme presenza ferma e presa di distanza. Ci sono, ma tu sei solo.

Se c’è qualcuno che può tradire – scomodando James Hillman – quello è il padre. Certo, anche la madre tradisce e può rifiutare la vita cui ha dato origine, ma nel farlo nega se stessa. Il padre è solo all’apparenza in una posizione più comoda. Luigi Zoja afferma che “tutti padri sono adottivi”, perché ciascun essere umano maschio adulto, portatore del seme della generazione, deve porsi radicalmente la questione di accettare come “sua” quella creatura così aliena e in totale simbiosi con la propria compagna. Ogni genitore maschio, in altri termini, è messo di fronte ad un individuo separato: il neonato, “sangue del suo sangue”, era in realtà corpo unico con la madre e poi, venuto alla luce, è corpo a sé, comunque e ancora estraneo. Il padre biologico è costretto ad una crisi, ad una decisione fondamentale: entrare o meno in relazione, accettare o meno il fatto che quella persona, che pure contiene il tuo patrimonio genetico, non è stata e non sarà mai una parte di te. Il padre può decidere se sopportare la contraddizione: una distanza che può essere colmata, ma che rimane tale; uno spazio vuoto che può essere misurato dalla lunghezza delle braccia in un abbraccio, ma che poi torna ad essere vuoto. Il padre deve scegliere di esserci e proprio perché deve sceglierlo conferma il suo poter non esserci, la sua assenza, che verrà vissuta come tradimento. Ma se è una persona che mi ama, cosa vuol dire che mi tradisce? Non sta agendo contro di me, ma mi sta decisamente mettendo sulla strada della piena autonomia. Lo strappo è necessario e se non avviene, il padre replica la simbiosi materna e il figlio rimane intrappolato. Ben venga allora un padre più empatico, capace in ultima analisi di riconoscere i bisogni dei figli, della compagna e propri, anche perché in fondo all’ossitocina non si comanda. Ma a questo nuovo padre è chiesto uno sforzo suppletivo: non perché divenga supplente della madre, ma perché nel porsi in relazione prepari il terreno di una feconda separazione.

[Scritto nell’autunno 2012; apparso su Madrugada, giugno 2015]

Un genitore non sa

aperteNessun genitore deve volere il meglio per suo figlio. E sai perché? Perché non lo sa. Un genitore non sa cos’è il meglio per suo figlio. Non lo può sapere, come potrebbe? È Dio? Legge nella sfera di cristallo? No, è solo un genitore. E allora dovrebbe starsene a guardare e basta, in silenzio e con grande calma. Un po’ come si sta davanti al mare a guardare il mare. Cosa si fa davanti al mare? Si guarda il mare. Basta. Si accompagnano le onde con lo sguardo. Questo. Una per una. Come faceva il mio amico Malmecca con le foglie: le accompagnava, le prendeva in braccio un attimo prima che cade978880621546GRAssero. Le… accompagnava. Hai presente? Le onde che si frangono, le foglie che cadono, la canna da pesca che si piega quando il pesce abbocca… Così. Accompagnare. Anche i figli bisogna accompagnarli. Stare a guardarli, come le onde. […] Un figlio che non continua il padre spezza una linea. La rompe. È un elemento di rottura, un figlio così, si può dire? L’ho pensato spesso. Ma adesso non lo penso più. […] Dovreste essere curiosi, voi genitori. Molto curiosi dei figli. Dovreste morire dalla curiosità di vedere dove diavolo andrà a finire, quella linea spezzata che è partita da voi, e che si spezzerà ancora decine di volte nei secoli, con i figli dei vostri figli e i figli dei loro figli. Decine di volte! Invece, siete sempre così scontenti… Così incontentabili. Siete così privi di curiosità, voi genitori… Sembra che conosciate già tutto, che sappiate al millesimo che fine farà ogni cosa, ogni figlio… Non vi lasciate sorprendere. Non prevedete neanche la possibilità di una sorpresa. Peccato. Vi private di una grande felicità… “.

Alla parola “genitori” potremmo – dovremmo – sostituire/affiancare “insegnanti”. Un appunto da ricordare, per me, in entrambi i casi.

un(a) Filo lungo un anno

Sulla lavagna, orfana di gessi, la mano sudata traccia le parole di quella che possiamo chiamare una integrazione metacognitiva: l’operazione secondo cui si cerca di fissare non il contenuto appreso, ma i modo con cui lo si è appreso. La testa si guarda dall’alto, la cognizione si specchia, si fa speculativa.
Nella foto ci sono le parole della Terza A, che ringrazio: è stato un anno costruttivo.

unAnnoDiFilo2

Mi pare interessante notare come il fuoco-sabba attorno a cui danzano le parole-streghe è l’idea-sensazione di pensiero divergente, di qualcosa che ha scompaginato l’ovvio, il normale. Beh, è l’effetto della filosofia greca, dove un altro mondo è stato possibile.

Se è vero che, seguendo la scia dei Barbari di Baricco, sempre più oggi prevale la velocità-in-superficie, e la categoria di “smart” è la più utile a comprendere come si muova la conoscenza, mi pare anche vero che la vecchia polverosa categoria dell’approfondimento, che non viene scalzata, oggi, ma solo messa nel mucchio, non se la passi poi male. Se è vero che tutte le alternative sono possibili, quella della profondità mantiene ancora un fascino particolare. E, sfruttando la contemporanea sensibilità estetica, non potrebbe succedere davvero che sia la bellezza a salvare il mondo?

Difendere la filosofia? La filosofia è una malattia mortale

L’articolo di Alberto Gaiani su Alfabeta ha il merito di raccogliere i contributi al tema in oggetto e nel contempo di superarne la parzialità, convogliandoli in alcune proposte per rilanciare il dibattito.

Su queste pagine notturne mi permetto quindi di obbedire e di contribuire con un frammento, partendo da quattro citazioni di varia natura:

«La filosofia è propriamente nostalgia, un impulso a essere a casa propria ovunque»
Novalis, Schriften

… Lei mi domandò cosa si fa quando si è studiato da filosofia, e io le dissi che si prende la laura. Lei voleva sapere che mestiere si fa, e io dissi che volendo si può insegnare filosofia agli altri, ma di solito quelli che la sanno non la insegnano, mentre quelli che la insegnano non la sanno.
“E cosa fanno allora quelli che la sanno?”
“Se la tengono a mente,” dissi.
“E poi?”
“E poi pensano, e tutto quello che pensano è filosofia.”
“E poi?”
“E poi muoiono.”
Luigi Meneghello, I piccoli maestri, Mondadori, Milano 1998

Quali radici hanno in noi pensiero e poesia? Per il momento, più che cercare la loro definizione, ci interessa la necessità, l’estrema necessità, che le due forme della parola possono colmare. Qual è l’indigenza d’amore alla quale mettono riparo?
Maria Zambrano, Filosofia e poesia, a cura di P. De Luca, Pendagron, Bologna 1998

«Caspita Socrate – dice l’amico Simmia con il sorriso sulle labbra – non avevo alcuna voglia di ridere, ma tu adesso mi hai proprio fatto sorridere! Infatti credo che la maggior parte della gente, sentendo queste parole nei confronti dei filosofi, le considererebbero ben dette. Del resto, anche i nostri concittadini sarebbero completamente d’accordo nel sostenere che quelli che fanno filosofia sono proprio dei moribondi e, anzi, vi aggiungerebbero di non ignorare affatto che essi sono meritevoli di subire questo destino»
(…) «Allora Socrate – disse l’amico Cebete sorridendo – prova  a convincerci come se avessimo effettivamente paura, e anzi, come non fossimo noi ad aver paura, ma piuttosto quasi vi fosse un bambino terrorizzato da queste cose. Cerca di dissuaderlo dal temere la morte come uno spauracchio». «Ma questo bambino, rispose Socrate, bisogna incantarlo ogni giorno, finché non siate riusciti ad ammansirlo del tutto»
Platone, Fedone 64b e 77 c

Per difendere la filosofia, le varie voci che compongono il dialogo aereo su cui Alberto Gaiani fa il punto, ci si richiama soprattutto a quanto la filosofia stessa PUO’ FARE, al suo POTERE, inteso in senso stretto, proprio come “poter fare”:

– poter contenere anche sistemi opposti, perché le nostre idee non sono definitive (Reale)

– il respiro della mente (Giorello)

– una messa in ordine delle idee sulla vita e su noi stessi (Vattimo)

– esprimere, nella relazione drammatica tra origine e compimento, il principio stesso del politico (Galli Della Loggia/Esposito/Asor Rosa, sul sapere umanistico in generale)

– definisce le loro differenze, misura la tensione che passa tra i vari linguaggi; La capacità, e anche il desiderio, di aprire un confronto, in qualche caso uno scontro, rispetto a ciò che esiste a favore di una diversa disposizione delle cose.  (Esposito)

– un’insuperata capacità di fare un passo indietro rispetto al piano dal quale di solito guardiamo la realtà e concederci così una visuale più ampia sulle cose (Quit The Doner)

– critica delle diverse forme di presupposizione assunte come scontate, come capacità di mettere in questione tutte quelle parole che spesso il discorso pubblico assume come non necessitanti di discussione alcuna, come possibilità, attraverso l’argomentazione, di decostruire le pratiche discorsive che si fondano sull’autorità della persuasione e, dunque, del potere (Illetterati)

Tutto quanto riportato è l’importantissima eredità dei nostri padri-nel-pensiero, la Carta Costituzionale della nostra Repubblica degli Spiriti, quanto ha reso possibile in ogni epoca del nostro decadente occidente (ma al dibattito manca una voce orientale, per ora) la camusiana rivolta contro chi, in nome di presunte Verità, schiaccia, zittisce, impoverisce, chiunque altro.
La filosofia è strumento degli scomodi, degli insoddisfatti, delle minoranze, dei ghetti.

Ma perché lo è? Perché la filosofia è una malattia. O meglio, è la consapevolezza di essere malati.
Chi fa filosofia – o ci prova – davvero, in fondo, è consapevole che non può non farlo; è cosciente che la sua curiosità, il cercare di riempire i buchi nella realtà che osserva, nasce fondamentalmente da un essere disadattato – dal non adattarsi alla normalità, da non essere capace di adattarsi.

La “nostalgia” di Novalis, Heimweh, era al tempo classificata come una vera e propria patologia della mente. Collegarla al filosofo, significa ricordarci come egli, nel pensare, cerchi di curare questa sua radicale mancanza del “tutto” (l’essere a casa ovunque), cerchi la cura per dare ordine non solo ad un pezzetto della realtà, ma al suo senso complessivo. Ma non può non farlo, come il malato non può allontanare da sé questa condizione di bisogno.
Una sorta di condizione a cui non si riesce a rinunciare, questa.
Talvolta capita, in classe, che emerga nei ragazzi messi di fronte alla storia della filosofia, questo pensiero: ma non sarebbe più facile non farsi tutte queste storie (per essere eleganti) mentali? Eh, già: come fanno loro, la maggior parte degli altri uomini e donne, a vivere senza pensieri? Non sarebbe meglio, più facile?
Viene in mente Montale:

Ah l’uomo che se ne va sicuro
agli altri e a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Meneghello è sottile come sempre e ci suggerisce che la filosofia non è una professione, ma una condizione permanente. Come una malattia incurabile, che la Zambrano (e, a margine, perché così poche filosofe nei nostri programmi?) individua in una radicale mancanza di amore, o più precisamente: la filosofia (e la poesia) cercano in tutti i modi di metterci al riparo dalla nostra condizione limitata umana, dall’esser-esposti.
Deboli, vulnerabili.

Ma pensiamoci: i ragazzi a scuola, messi in questa condizione, riconoscono di essere portatori sani di questo virus, che si dibatte, fa venire la febbre, di fronte – su tutti – a due temi radicali: l’amore e la morte. Come fai a starci dentro (a star di fronte alla persona che ti ha scelto o al fatto che qualcuno se ne è andato) senza farti una domanda?
Se tu, adulto o ragazzo, non hai lo spazio per fartela, se non c’è un luogo per un tragico “perché?”, significa che la tua testa e il tuo cuore sono strapieni di cose. Che sei caduto nella trappola di chi ti ha venduto un bel po’ di risposte, di chi ti ha soddisfatto.
Possibile che il nostro ruolo di umani sia solo quello di compilare questionari di soddisfazione del servizio?

Ma il punto è che da sempre qualcuno cerca di venderci risposte, proprio perché è radicale il bisogno di risposta. Erano (sono) i sofisti, i mercanti, i capitalisti, perfino coloro che – stabilita Una Filosofia – ci campavano e ci campano sopra.
E se oggi c’è un sistema – chiamiamolo mercato, chiamiamola tecnoscienza coniugata con il mercato – che non solo fornisce ottime soluzioni, ma crea bisogni considerati essenziali per poi venderci altre soluzioni… Se in altri termini siamo costretti ad esser sempre sani pronti e competenti, è chiaro che sarà fatto di tutto per espellere la malattia, il bisogno, la vulnerabilità propri di chi non riesce ad adattarsi.

L’espulsione della filosofia, ma anche della musica e della storia dell’arte, sono fisiologiche in questo sistema della prestazione. Non c’è tempo da perdere, se devi produrre e poi comperare. Siamo sempre in tempo di saldi ed è saggio affrettarsi.

Eppure questo bisogno di trovare una risposta, che giace all’origine anche delle varie Risposte, non è sinonimo di forza, ma di spaesatezza, di fragilità. Che tuttavia è la stessa che, dal tornitore al fisico, dal ricercatore biologo al direttore d’orchestra (direbbe Sennett), pone l’essere umano di fronte alla meravigliosa necessità di risolvere un problema. Mi pongo di fronte ad un’attività, rilevo che qualcosa non funziona, potrebbe andare meglio, e cerco finché non trovo il pezzetto che manca. E’ la stessa spinta che muove un bimbo in un gioco e un filosofo teoretico: trovare ciò che manca.
Ma è un bisogno, non una potenza!

Ecco perché, a mio avviso, la filosofia – come presa in cura della nostra fragilità – andrebbe sparsa in ogni ordine e grado di scuola, con linguaggi diversi, con pratiche da pensare, e non solo come comunicazione della storia della filosofia.
Ecco perché questa domanda sulla filosofia porta con sè anche la domanda sulla scuola in generale, come bene evidenzia Illetterati.
Per quale motivo, in fondo, Socrate pensa ai giovani, quando lancia il suo vaticinio alla città di Atene? Molti seguiranno le sue orme di tafano e saranno più fastidiosi quanto più saranno giovani – egli dice. Ma perché, i giovani?
Perché, penso, sono coloro che, essendo più lontani dalla morte, si permettono di pensarci, spesso perfino di giocarci con leggerezza. Accettano il fatto che ci si debba pensare, anche se non si vorrebbe. Perché essi sono coloro che non sono stati ancora convinti/persuasi da una delle tante Risposte, che immagano e spingono altrove il pensiero che siamo e potremmo non essere.

A conti fatti, nell’ascoltare il canto notturno di una civetta, emergono due tipologie umane: chi ascolta affascinato e chi si produce in gesti apotropaici.

Sui giovani – dei giovani

aperteLeggo molto, in rete e su carta, di discorsi sui giovani, e poco i discorsi dei giovani. Noi che rivendicavamo il nostro anticonsumismo (a parole), condanniamo il loro. Noi che ci intrappolammo, come diceva ancora Pasolini, nel nostro mondo a parte, rivendichiamo quel mondo a parte come l’unico possibile. Vorremmo che i nostri figli fossero il nostro specchio: ma i figli sono altro da noi. Ci innamoriamo di quella che vorremmo la loro perfezione, invece di amare la loro unicità.

Sul BLOG di Loredana Lipperini.

Ma che cosa vogliamo dalla scuola?

0_f37db_e8db03d8_origMichele Visentin scrive, nel suo blog:

Quello che ci capita sembra ci capiti sempre per la prima volta, a scuola. E ragazzi così non ne abbiamo mai avuti; così indisciplinati, intendo. Falso. Siamo, forse, solo più stanchi.
Una decina di anni fa sintetizzai il testo di Charles sulla gestione della Classe per gli insegnanti “desiderosi di ristabilire l’ordine e la disciplina”. Condividemmo un’idea diversa di “controllo” discutendo i principi di fondo proposti da A. Kohn in Beyond the discipline: from compliance to community e da essi si lasciammo ispirare per impostare le norme della nostra vita scolastica.
Una convinzione ingenua, che rifiutammo, fu quella che concepiva la disciplina come lo sforzo di far aderire gli studenti alle aspettative degli insegnanti piuttosto che una conseguenza naturale di una relazione fondata su interessi comuni.

Porsi il problema della DISCIPLINA è all’ordine del giorno, in ogni grado scolastico. Potrebbe sembrare ovvio: per raggiungere determinati obiettivi debbo predisporre altrettanto determinati strumenti. Tra di essi, compare la disciplina. E se invece la questione della disciplina, spesso ridotta a lamentele ansiose, non fosse che un sintomo? Se fosse il nostro modo di annaspare all’interno di un sistema in cui obiettivi alienanti sono ormai arrivati alla coscienza di tutti gli attori?

La scuola serve per preparare al lavoro? Serve per preparare – nel caso della secondaria di secondo grado – alla frequenza dei corsi universitari (o addirittura al solo TEST d’ingresso)? Serve per educare? Serve per dare contenimento ad esserini in preda alle proprie pulsioni?

Questa questione è enorme, me ne rendo conto. Ma è necessario porla tra docenti, con i ragazzi, con i genitori. Ma quali spazi apriamo per farlo? Qualcosa qui e lì si muove, e da tempo: in questo post tratto da UNIMONDO, Anna Molinari dà conto del progetto REEVO, che nasce dal documentario La educacìon prohibida, a partire (anche) da questa riflessione:

La scuola segue ancora un paradigma troppo frammentato, basato su un “apprendimento preventivo”, nella convinzione che “un giorno tutto questo potrebbe essere utile”. I concetti si acquisiscono con uno sforzo sproporzionato di memoria, calcolo e concentrazione e l’aspetto sconcertante è che, sfortunatamente, questi concetti hanno una durata limitata. I metodi di apprendimento cambiano velocissimamente, ed è chiaro che i metodi educativi non stanno al passo con i tempi – si noti, nel film si parla di metodi, non di strumenti educativi, che invece spesso sono di ultima generazione.

Reevo cerca di mettere in rete, e non solo nella Rete (Web), le esperienze di educazione alternativa. Interessante capire se questo scambio di buone pratiche divenga incontro reale tra persone e quindi mutua contaminazione, occasione in cui davvero si viene a conoscenza diretta di persone capaci di forme altre di scuola.
Di questa conoscenza epidermica c’è davvero bisogno, per non cadere nella retorica del piccolo gruppo che resiste contro il sistema, o degli individui eroici e isolati che popolano (e per fortuna!) le nostre scuole.

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Il progetto trentino di SCUOLAEVOLUTIVA per esempio, è coraggioso. Un gruppo di persone decide che è possibile fondare una scuola diversa, con proposte che vadano ad integrare i programmi “normali”:

Abbiamo fondato una scuola che si rivolge ai genitori che, come noi, sentono il bisogno di integrare i programmi scolastici non con dei corsi pomeridiani tradizionali,che inevitabilmente rimangono fini a se stessi, ma con un vero e proprio progetto educativo integrato, considerate le carenze logistiche della scuola attuale, permettendo dunque al bambino di crescere in modo più sano, creativo, consapevole, fornendo al tempo stesso un’educazione più completa ed armoniosa della persona.

La proposta corre parallela al “normale” curricolo e ne costituisce nel contempo una radicale critica. Ritengo sia una premessa al cambiamento del curricolo stesso, immaginando proprio una diversa “normalità”. Anche perché il rischio è quello di occupare ancor di più il tempo di bambini e ragazzi.

La questione sembra questa: dato questo sistema, è possibile adottare atteggiamenti e pratiche che per lo meno “salvino il salvabile”? Che producano risultati CON i ragazzi e non a spese loro? Che non consista in una ulteriore strategia di soffocamento?
Si presume che lo spostamento sulle competenze provochi lo smottamento del sistema stesso, finalmente adatto a… A cosa?
Christian Raimo non ha mezzi termini: a produrre futuri uomini flessibili, cioè perfettamente sincronizzati con il mercato del lavoro – con QUESTO mercato del lavoro…

Perché insomma le aziende si devono far carico di educare alla flessibilità se lo può fare la scuola? Perché non rendere il pensiero critico neutralizzato e strumentale ai bisogni di un’azienda? La verità è che ogni volta che s’invoca il feticcio della misurabilità oggettiva si occulta la più assoluta legittimazione della pura soggettività, dell’arbitrio. Come accade per le competenze, così accade per la “meritocrazia”: altro pseudoconcetto, altro plastismo che delle competenze è lo speculare; se io ho per le mani concetti così vaghi come competenza o merito, è chiaro che sarà fondamentale chi è che decide quali sono le persone competenti o quelle meritevoli.

Ma voi genitori, che chiedete l’inglese già in prima elementare, che vi lamentate per i pochi compiti alla primaria; o voi (noi!) , insegnanti, che per tema di queste critiche, riempite (riempiamo) il pomeriggio e le sere di intere famiglie… Vi siete chiesti che cosa possono essere queste persone in miniatura che avete in casa o in classe e non solo quale lavoro debbano fare?

SHORPY_8d33944a.previewLe voci che dicono: guardate, con questo sistema non vi va da nessuna parte, se non a contribuire a disagio e disuguaglianza… Si stanno moltiplicando, o semplicemente stanno emergendo, perché il punto di rottura è vicino e non sarà evitato aggiustando gli edifici scolastici. Ken Robinson, altrove, lo ripete da tempo.

Gianni Marconato, attento osservatore della formazione e dei nuovi media:

Quanto di tutto quello che queste persone sanno lo hanno imparato in modo strutturato a scuola? Ovvero, attraverso  strategie di insegnamento intenzionale? Quanto ha inciso, in senso positivo, la scuola nella costruzione di quelle carriere professionali?
Si dirà: la scuola ha posto le basi del loro sapere. Ha fornito loro un metodo e degli strumenti per imparare quello che, poi, sarebbe servito loro.
Siamo certi che questo sia avvenuto ed avvenga tutti i giorni? Che ci sia una diretta correlazione tra ciò che una persona conosce e l’insegnamento ricevuto?
E’ evidentemente che la scuola una sua traccia la lascia. Ma quale?

E Paolo Mottana, docente alla Bicocca, autore tra gli altri del Piccolo Manuale di Controeducazione, e di cui si veda anche QUESTO, adotta una posizione ancor più radicale e si richiama ad Illich:

La scuola è un’impresa delittuosa, l’artefice principale del “sequestro educativo”. E’ il principale strumento al servizio del soffocamento di quelle esperienze meravigliose e insostituibili che si chiamano infanzia e adolescenza. Noi dobbiamo strappare bambini e ragazzi ai reclusori, ai sarcofagi di cemento dove vengono internati per lunghissimi anni fino a che non siano stati trasformati in materia buona solo per far girare gli apparati di potere. Noi dobbiamo salvarli, memori di quanto abbiamo sofferto allora, quando ne fummo anche noi rapiti e inebetiti, e di quanto ineludibilmente si continua a soffrire anche ora, silenziosamente e perlopiù inconsapevolmente, a fronte del funzionamento osceno e apparentemente inarrestabile di quel meccanismo normativo e martirizzante. Occorre restituire ai bambini e ai ragazzi la loro esperienza. Occorre riportarli sulla scena del mondo, della natura, delle strade, dei luoghi dove si vive e si traffica e si impara sul serio.

Il tono può apparire apolcalittico, non diversamente dal Fofi di Salviamo gli innocenti.
Ma chiunque di noi in classe – a meno di una totale sclerocardia –  abbia per un solo istante interrotto l’andamento meccanico del riversare nozioni per osservare le creature che ha di fronte, non può non aver avvertito che senza desiderio l’intelligenza non funziona. E senza interesse, emozioni, e perfino eros, come già Socrate ci ha insegnato.

Varrebbe la pena parlarne, per lo meno?

Educazione e nichilismo

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Questo l’incipit di un bell’articolo di Michele Visentin
(segue il mio commento, per avviare un dialogo, sebben con terze persone):

L’azione educativa e in particolare quella che si integra con l’istruzione scolastica riposa ancora oggi su questo presupposto che  viene dalla tradizione e che stabilisce un nesso tra l’attività conoscitiva e la trasformazione di sé. Questa relazione sancisce più che altro una dipendenza e una derivazione della formazione dal pensiero e, si potrebbe dire, dal retto pensiero. Da qui deriverebbe l’intera paideia occidentale, ovvero l’idea che l’umanità realizzata di ogni singolo essere umano, sia direttamente proporzionale alla sua capacità di conoscenza e di conoscenza di sé.

L’educatore deve tentare il tutto per tutto. Cioè deve tentare in bilico sulla sconfitta. Il discorso nichilista incide sullo spazio e sul tempo, creando un contesto in cui l’istituzione, da luogo in cui avvenga l’evento educativo (come setting, quasi), diventa struttura di pratiche ripetitive, che conservano il sistema così come si trova.
Lo spazio è di fatto modellato sulla fabbrica tayloristica, per quanti colori o cartelloni possiamo appendere; si tratta di una scatola contenente scatole più piccole, ognuna delle quali con uno scopo predeterminato. Non è con l’attribuzione di un’aula ad aula multimediale (cioè con uno schermo e una LIM) che modifichiamo il senso dello spazio.
Il tempo, anch’esso industriale, costringe a segmenti mentali; crea serrande tra un’ora e l’altra, che chiudono emozioni e conflitti (apparentemente).
La formazione scolastica ha rinunciato all’educazione, perché l’educazione non ammette spazi o tempi prederminati. Eppure l’incontro avviene lo stesso, perché l’evento educativo supera spazi e tempi predeterminati. Avviene, tuttavia, nella frustrazione. Se non addirittura nella clandestinità, poiché l’istituzione chiede controllo e autocontrollo.