Cambiare il cambiamento

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Prima Macondo, poi (insieme) la Scuola del Legame Sociale.
[sulla diversità delle due esperienze, sulla sopravvivenza della prima e sulla mortalità della seconda, altrove].
Ragionare sull’altro mondo possibile mi pare un’operazione priva di basi linguistiche. Dobbiamo (dovremmo) inventare un linguaggio possibile per il cambiamento possibile.

Raccolgo in questa pagina alcuni spunti. Materiali per un senso a venire, che non sia unico. Sono in ordine cronologico: i più recenti sono in fondo.

Giugno 2014 – Che sia necessario cambiare, che la nostra vita di esseri umani in questo pianeta debba essere oggetto di rinnovamento appare un dato di fatto. O per lo meno, e forse qui sta il punto, nel momento in cui state leggendo queste righe siete in grado di avvertire come naturale, persino ovvia, questa necessità. Cambiare è un verbo connaturato al linguaggio del gruppo umano nel quale, voi e io, adesso ci troviamo.
Una prima riflessione sta a pag. 21 del n. 94 di Madrugada. Si scarica QUI.

Estate 2014Questo libro mi pare contenga spunti interessanti, a partire da come è strutturato: un ordine alfabetico per argomenti, che si rimandano l’un l’altro. Ognuno scelga come percorrerlo. E poi è scritto da un “filosofo e psicanalista”, accoppiata che magari a molti non piace, ma che a me suggerisce la compresenza dell’ideale e del piano esperienziale. Insomma uno che pensa e insieme ascolta.

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Aprile 2015Il manifesto per il Seminario “Il Pensiero Critico di fronte all’Idra Capitalista” dell’EZLN contiene – mi permetto – il mio medesimo smarrimento e allo stesso tempo l’invito ad incrociare pensieri che non siano «bugiardi». QUI IL TESTO IN ITALIANO.

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Secondo noi, zapatiste e zapatisti, la riflessione teorica, il pensiero critico svolge questo compito di sentinella. A chi lavora col pensiero analitico, tocca il turno di guardia nella postazione della vedetta. Potrei dilungarmi sull’ubicazione di questa postazione nel tutto, ma per adesso basti solo dire che questo è una parte, niente di più, e niente di meno. Dico questo per quelli, quelle e aquelloas (non dimenticare l’equità di genere ed il riconoscimento della diversità) che pretendono di:
– O stare al di sopra e al di fuori di tutto, come in disparte, e si nascondono dietro “l’imparzialità”, “l’obiettività”, “la neutralità”. E dicono di analizzare e riflettere dall’asepsi di un impossibile laboratorio materializzato nella scienza, la cattedra, l’investigazione, il libro, il blog, il credo, il dogma, lo slogan.
– O mutano il loro ruolo di vedette e si aggiudicano quello di nuovi sacerdoti dottrinari. Sono solo delle sentinelle, ma si comportano come se fossero il cervello guida che muta in tribunale penale secondo convenienza. E da lì ordinano ciò che si deve fare, giudicano e assolvono o condannano. Benché si debba riconoscere loro che il fatto che nessuno faccia loro caso, soprattutto la realtà sempre ribelle, non li inibisce affatto nel loro delirio (etilico, non poche volte).

Giugno 2015 – Segnalato da Matteo, perché riguarda una vecchia conoscenza (e così è stata una bellissima sorpresa!), posto questo video dal Teatro Valle Occupato, perché il discorso di Guido De Togni verte sugli stessi temi di questa micro-ricerca.

Luglio 2015 – Luca Rastello, autore tra l’altro de I Buoni, si spegne. Nella triste occasione rimbalzano in rete alcuni articoli su e interviste con. Da QUESTA, traggo alcuni passaggi, centrali per il nostro discorso:

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Quindi è necessario costruire degli “Idoli” attraverso il linguaggio?
E’ quello che viene fatto. E’ necessario costruire degli “idoli sacri”, dei valori superiori, affinché tutto venga sacrificato a essi, compresi i valori dei diritti. Nel momento in cui c’è un fine più “alto”, più “sacro”, il resto passa, deve passare in secondo piano. I due Idola che ho individuato e sui quali mi sono concentrato sono Legalità e Memoria. In nome di questi due fini “sacri” si rinuncia alla parità uomo-donna, alla critica al potere, ai diritti del lavoro, al rispetto della persona. Tutte cose in realtà per cui ci si era messi in campo in quel mondo lì, che appariva un luogo di critica, appunto, al modello di mondo dominante.
Procediamo un passo alla volta: Memoria.
La memoria è un rapporto di appropriazione con il passato. E’ sempre mia memoria, non è mai neutrale. Primo Levi, nella prefazione a I sommersi e i salvati diceva “Questo libro è basato sulla memoria. La memoria è una sostanza ambigua e scivolosa, invito il lettore a diffidarne.” La memoria, elevata a valore retorico, a Idola, sequestra completamente quell’altro rapporto con il passsato che ha fatto il Novecento, che è farne Storia. La memoria è preziosissima se sussunta al lavoro faticosissimo dello storico. La memoria è sempre monologica. La Storia invece è un tavolo di negoziazione, per arrivare a un minimo comune di interpretazione accettata. Perché il fine della Storia è capire il passato. Per innalzare il feticcio biblico della Memoria si è costruito un mantra che sembra irrefutabile: se il passato non lo si ricorda, il passato si ripete. Con ciò dando per scontato che il passato sia male (anche qui ci sarebbe da discutere). Ma in ogni caso è falso. Ed è anche talmente chiaro che sia falso, che quando lo si enuncia la gente spesso non se ne stupisce neppure. Ma come, se proprio la memoria è il motore dei nazionalismi che riportano il passato nel presente via sterminio! Il passato non è che si ripete se non lo si ricorda, il passato si ripete se non lo si capisce. Ma la memoria che sequestra la storia, nel gioco retorico che dà carriere, potere, visibilità, palcoscenico, impedisce di capire il passato. Stesso discorso per la Legalità.
Legalità.
La legalità, che io sappia, è un metodo, non un dogma. Le società sono, semplificando, accordi fra diversi. Si raggiunge un accordo, assolutamente formale, che sono le leggi. E la legalità è il metodo col quale quell’accordo viene fatto rispettare. Naturalmente un metodo, in quanto tale, è relativo e non assoluto come un valore, ed è legato alle condizioni storiche, ai rapporti di forza che in quelle condizioni storiche agiscono, e alle ideologie che confortano e alimentano quei rapporti di forza. Quindi non è un valore. Elevarla a valore equivale negare che dietro vi siano le condizioni storiche, i rapporti di forza, e le ideologie. E fare questo è pericolosissimo. Perché la legalità potrebbe essere un valore in una società all’infinito, in una società perfetta, arrivata al massimo rispetto dell’uguaglianza, della libertà, della fraternità. In tutti i casi reali però, ogni avanzamento storico avviene attraverso la rottura della legalità precedente. Se la legalità è un valore, allora bisogna rivalutare la tesi difensiva di Eichmann a Gerusalemme. Perché Eichmann era quello che diceva, difendendosi: “io sono funzionario di uno stato che si è dato una legalità, il mio compito è quello di rendere ‘atto’ quella legalità, ed è la legalità di uno stato che è stato eletto da un popolo, liberamente. Quindi io non sono punibile, perché la circostanza storica mi salva. Io ero la legalità”.

Luglio 2015 – A margine della conclusione del secondo biennio della Scuola del Legame Sociale, abbiamo redatto un testo sul tema monografico, il lavoro. QUI, seguendo i link interni.
Di quanto scritto, mi preme questa parte, che cerca di mettere in evidenza alcune contraddizioni:

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Ora, viviamo in tempi complessi. Prima ancora che sul piano della riflessione (filosofica, sociologica, politica) questo si manifesta nelle esistenze reali: un ottimo falegname non paga le tasse, perché sono eccessive (e lo sono); un progetto relativo alla difesa contadina della biodiversità viene ospitato da Expo, supportato dalle multinazionali; la misurazione delle quote di ingresso di immigrati, e la relativa politica di gestione degli sbarchi, avviene sulla base del bisogno di manodopera; insegnanti appassionati spiegano il diritto al lavoro ad adolescenti che, sottoposti ad un sistema di formazione in continua espansione (in termini di anni di vita), non sanno se potranno trovarne; la potenzialità di un curriculum costruito su multicompetenze acquisite si confonde con l’incertezza dei termini contrattuali (precarietà e flessibilità si mescolano); genitori che non possono che parlare solo il linguaggio del “posto fisso” contribuiscono al mutuo del figlio precario/flessibile; la cooperativa sociale e i suoi dirigenti sono al centro si un sistema di corruzione legato alla distribuzione dei fondi destinati al sociale…

Tutto questo accade, ripensando al motivo fondante di questa Scuola, mentre il Legame Sociale viene vissuto non solo, fisiologicamente, nel suo essere ponte (bridging), ma sempre più nel suo essere chiusura (bonding), nel ribadire identità forti, per lo più create ad hoc. Sono identità religiose – per cui il Testo Sacro si fa legislazione civile; politiche – per cui la difesa del (mio) gruppo si fa bene collettivo (ivi compreso il linguaggio lamentoso delle minoranze resistenziali, che continuamente si rinnovano); sono spesso piccole identità di interesse, che coinvolgono chiunque, compresi coloro che si fanno o dicono attori di cambiamento.
Questa dicotomia ha infatti a che fare con il linguaggio del cambiamento. Ogni prospettiva rivoluzionaria, nel senso ideologico (novecentesco) del termine appare come una chiusura: non è solo impraticabile, ma uccide il dialogo sul cambiamento. Un prospettiva rivoluzionaria implica il disconoscimento del buono che già accade, perché non riconosciuto, o sempre riconducibile alle premesse da abolire. Eppure le premesse rivoluzionarie avevano l’ardire di concepire una soluzione collettiva.
Alla rivoluzione va affiancata e sovrapposta la RIVOLTA, intesa (alla Camus) come atto singolo che metta in luce (rifletta) una disuguaglianza, o pratichi un’azione di abbattimento di una disuguaglianza sostanziale.
Partendo dalla Scuola del Legame Sociale, non possiamo evitare di affermare che, chi come noi abbia il tempo di parlare di cambiamento, può godere di una, per quanto per molti precaria, soddisfazione dei bisogni primari. In altri termini, il cambiamento che desideriamo vedere e agire riguarda sì noi, ma ancor più dovrebbe riguardare chi non ha la forza di poterlo pensare. Qui andrebbe ripresa la categoria biblica dei “poveri”.
La Rivolta per eccellenza – la Rivolta che può riguardarci al termine del biennio – è quella che sta alla base del lavoro: la consapevolezza dei propri bisogni. L’azione di cambiamento appare praticabile quindi in primo luogo sul piano dell’educazione individuale, del confronto tra persona e persona, nei termini essenziali di una ecologia del bisogno.

Agosto 2015 – PS. Esercizio interessante mi par proprio quello di cogliere le contraddizioni. Ancora, per es., sul lavoro, dopo le infinite polemiche relative alla possibilità di licenziare più facilmente: dipendenti stranieri, la cui comunità vede inspessirsi, per la parte maschile, il problema dell’etilismo, si fanno passaparola e nel caso di incidenti del sabato sera (alcolico) fanno risultare l’infortunio come avvenuto andando al lavoro il lunedì mattina. Ottengono le conseguenti coperture sanitarie e trascorrono i seguenti tre mesi nel paese natale, con certificati compiacenti e affittando casa. Questo diviene prassi. O ancora: il lavoratore che lamenta determinati dolori, invoca una qualche malattia professionale, mentre si scopre che essi sono dovuti all’attività sportiva (e remunerata) dei weekend. Come lavoro, in effetti, deve unicamente usare le dita su di una tastiera che programma macchine.

Aprile 2016 – PILLOLE – prove di cambiamento di linguaggio? Da verificare: http://www.guerrillaspam.blogspot.it

Settembre 2016 – ANCORA PILLOLE – Sofri A e De Mauro G
http://www.internazionale.it/opinione/giovanni-de-mauro/2016/09/15/formazione-politica-ribellione

Una pratica di cambiamento di cui potremmo sentir ancora parlare.

(continua)

 

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