Omaggio a Tabucchi

Antonio Tabucchi si è spento a Lisbona. Pessoa può ricordarlo così.
Che i suoi occhi possano veder il sorger del sole.

Va’: non hai niente da perdonare.
Sognare è meglio che vivere.

Ma vedrà il sorgere del sole
colui che lascia ogni cosa incompiuta;
il cui pensiero si allontana dal dover pensare
come il sostituirsi di una maschera.

Solo errerà attraverso valli ancora più verdi
di quelle che splendono dalle finestre
delle favole per bambini
colui che pensa che il mondo si rinnova.

Solo per colui che siede e canta
presso gli steccati dimenticando la propria strada
il passero fatato spiega le sue ali
e i fiori magici crescono più rigogliosi.

Non troverà una mano che nutra
le fonti silenziose del suo desiderio.

Nessuno gli indicherà il ruscello dove
possa appagare la sete dell’infanzia.

Ma vallate ancora più vedi dell’Oggi
e pensieri ancora più cari del Lontano
busseranno alla sua finestra e sveglieranno
la sua freschezza altre seti da appagare.

Così come una silenziosa sartina seduta
alla finestra all’ora del tramonto
in un villaggio sconosciuto
egli non apparterrà a nulla di insano,
ma, incorporea come un augurio,
la sua anima attraverserà come un arcobaleno
i pascoli verde-pioggia del suo perdersi
e la terra diventerà parola.

Fernando Pessoa
Va’: non hai niente da perdonare

L’ora grande

Tutto continuava come prima, le sentinelle rimanevano al loro posto. camminando su e giù nello spazio prescritto. Gli scrivani copiavano i rapporti facendo scricchiolare le penne e intingendole nel calamaio con il ritmo consueto, ma dal nord stavano arrivando uomini sconosciuti ch’era lecito presumere nemici. Nelle scuderie gli uomini strigliavano le bestie, il camino delle cucine fumava flemmaticamente, tre soldati spazzavano il cortile, ma già incombeva un sentimento acuto e solenne, un’immensa sospensione di animi, come se l’ora grande fosse giunta e nulla più si potesse fermare.

Dino Buzzati, fumatore di pipa, si spense a Milano oggi, quarantanni fa.
Il brano è tratto dal suo celeberrimo Il deserto dei tartari.

 

 

Dieci (piccoli) inverni

Dieci inverni è il film d’esordio di Valerio Mieli, girato nel 2009.
Ambientato tra Venezia, le colline di Valdobbiadene e Mosca, racconta il lungo incontro di Camilla e Silvestro, un lento avvicinamento che dura appunto dieci anni, il tempo che va dai primi passi universitari all’ingresso nella vita adulta.
Il ritmo narrativo è rallentato e appare simile ad un racconto orale: qualche ora, o giorno, nella vita dei due protagonisti, istantanee raccolte e rubate dallo scorrere del tempo, dal quale sembra che la vita nella sua densa complessità rimanga fuori.
Non che la vicenda non sia complicata, perché complicato è il linguaggio della relazione che i due intrattengono, sempre spinti al passo decisivo, e poi trattenuti da una sorta di analfabetismo emotivo. Parla dell’amore nel tempo contemporaneo? No, se pensiamo che l’immaginario collettivo cinematografico, calcato sulla produzione statunitense, impone prima l’incontro e la fusione fisici, e poi il processo di conoscenza dell’intimità. Il corpo va avanti e decide il ritmo con il suo impulso: ci si prova, ci si sperimenta e se piace, allora si può provare a conoscersi. La storia da questo punto di vista va al contrario e, sebbene prenda avvio in una camera fredda di un’isoletta veneta, dove la precarietà crepuscolare delle pareti non può che spingere le persone a rintanarsi l’uno nell’altra, non concede nulla all’erotismo implicito della convivenza universitaria. Eppure l’immane fatica di dire se stessi – fosse solo una sillaba storta e secca, anche mal detta, su come io sto adesso qui con te – è la cifra dell’amore giovanile (ma non solo) di oggi: Silvestro non sa dire “io ti voglio per me” e Camilla rimane chiusa dietro alla porta dell’attesa. L’esistenza procede a tappe forzate, laurea-lavoro-e-persino-figli, per lei, ma con un altro, amico di Silvestro, dopo un’esperienza di “madre in prestito” con un uomo sposato, in Russia. Che cosa spinge a fare le scelte? Qual è il profondo amor che lega ogni decisione? Metafora del loro rincorrersi, le lumache allevate da Silvestro botanico: lente e inesorabili, dicono come il tempo dell’attesa sembri inumano e infatti, quando Silvestro rinuncia ad aspettare, finiscono in padella, sacrificate ad un’avventura “erasmica” di una notte con un’inglesina.
Venezia rimane malinconia e meravigliosa, espulso il viavai turistico e inquadrata nei suoi mesi più freddi. Persino l’ospedale è bello nella sua decadenza, come i bacari, le calli e le piazzette vuote. Mosca è caotica e lontana e concede una pausa solo nel silenzio dell’immensa biblioteca. Ma i libri non insegnano a vivere.

In particolare
cfr. questa licenza.
(e grazie a saramara per la segnalazione)

 

Mio cucchiaio (da dessert, anyway)

Ti amo, ti amo, è la canzone
e qui comincia la pazzia.

Ti amo, ti amo mio polmone,
ti amo, ti amo mia vite silvestre,
e se l’amore è come il vino:
sei tu la mia predilezione
dalle mani fino ai piedi:
sei la coppa del poi
e la bottiglia del destino.

Ti amo a diritto e a rovescio
e non ho suono né senno
per cantarti la mia canzone,
la mia canzone che non ha fine.

Nel mio violino che stona
te lo dichiara il mio violino
che t’amo, che t’amo mia viola,
mia donnina oscura e chiara,
mio cuore, mia dentatura,
mia chiarità e mio cucchiaio,
mio sale della settimana oscura,
mia luna di finestra chiara.

Pablo Neruda, fumatore di pipa

delle nevi. Se resisto

L’immagine della testata è tratta da questo bel sito.

Approfitto della neve, sperando di vederla solo in questa foto, per suggerire una poesia di Clemente Rebora, adatta per la fine dell’Avvento.

Ma deve venire,

verrà, se resisto

a sbocciare non visto,

verrà d’improvviso,

quando meno l’avverto:

verrà quasi perdono

di quanto fa morire,

verrà a farmi certo

del suo e mio tesoro,

verrà come ristoro

delle mie e sue pene,

verrà forse già viene

il suo bisbiglio”.

 Qui sotto, nell’immagine di Elena, che ne coglie lo spirito.

Che cos’è l’amor

Che cos’è l’amor
chiedilo al vento
che sferza il suo lamento sulla ghiaia
del viale del tramonto
all’ amaca gelata
che ha perso il suo gazebo
guaire alla stagione andata all’ombra
del lampione san soucì

che cos’è l’amor
chiedilo alla porta
alla guardarobiera nera
e al suo romanzo rosa
che sfoglia senza posa
al saluto riverente
del peruviano dondolante
che china il capo al lustro
della settima Polàr

Ahi, permette signorina
sono il re della cantina
volteggio tutto crocco
sotto i lumi
dell’arco di San Rocco
ma s’appoggi pure volentieri
fino all’alba livida di bruma
che ci asciuga e ci consuma

che cos’è l’amor
è un sasso nella scarpa
che punge il passo lento di bolero
con l’amazzone straniera
stringere per finta
un’estranea cavaliera
è il rito di ogni sera
perso al caldo del pois di san soucì

Che cos’è l’amor
è la Ramona che entra in campo
e come una vaiassa a colpo grosso
te la muove e te la squassa
ha i tacchi alti e il culo basso
la panza nuda e si dimena
scuote la testa da invasata
col consesso
dell’amica sua fidata

Ahi, permette signorina
sono il re della cantina
vampiro nella vigna
sottrattor nella cucina
son monarca e son boemio
se questa è la miseria
mi ci tuffo
con dignità da rey

Che cos’è l’amor
è un indirizzo sul comò
di unposto d’oltremare
che è lontano
solo prima d’arrivare
partita sei partita
e mi trovo ricacciato
mio malgrado
nel girone antico
qui dannato
tra gli inferi dei bar

Che cos’è l’amor
è quello che rimane
da spartirsi e litigarsi nel setaccio
della penultima ora
qualche Estèr da Ravarino
mi permetto di salvare
al suo destino
dalla roulotte ghiacciata
degli immigrati accesi
della banda san soucì

Ahi, permette signorina
sono il re della cantina
vampiro nella vigna
sottrattor nella cucina
Son monarca son boemio
se questa è la miseria
mi ci tuffo
con dignità da rey
Ahi, permette signorina
sono il re della cantina
volteggio tutto crocco
sotto i lumi dell’arco di San Rocco
Son monarca son boemio
se questa è la miseria
mi ci tuffo
con dignità da rey

oggi

Novantacinque anni fa nasceva, a Coderno, frazione di Sedegliano, in Friuli,
Davide Maria Turoldo.

 

 

 

 

 

 

 

Canta il sogno del mondo
di Davide Maria Turoldo

Ama
saluta la gente
dona
perdona
ama ancora e saluta
(nessuno saluta
del condominio,
ma neppure per via).

Dai la mano
aiuta
comprendi
dimentica
e ricorda
solo il bene.

E del bene degli altri
godi e fai
godere.

Godi del nulla che hai
del poco che basta
giorno per giorno:
e pure quel poco
– se necessario –
dividi.

E vai,
vai leggero
dietro il vento
e il sole
e canta.

Vai di paese in paese
e saluta
saluta tutti
il nero, l’olivastro
e perfino il bianco.

Canta il sogno del mondo:
che tutti i paesi
si contendano
d’averti generato.

dopo il discorso devastatore

Omaggio ad Andrea Zanzotto arrivatomi dalla ML [R-esisitiamo], scritto da Giuliano Scabia.

Non è vero che Andrea (Zanzotto) è morto.
 Lo so di sicuro.
 Mi ha strizzato l’occhio alcuni mesi fa, a casa sua – e ci siamo messi d’accordo
(nell’occhio – che di là passa tutto) 
e anche Uttino (il gatto) ha strizzato l’occhio – prima ad Andrea, poi a me.
 Per questo so che Andrea (col gatto – come Petrarca) è scappato dalla porta di dietro 
e si è nascosto fra le erbe – a Ligonàs – nell’umido –
e là passeggia e coltiva visioni e paesaggi –
e se la ride. 
Perché in 90 anni non ha imparato niente.
È sicuro che è là:
 e so che ci sono anche Goffredo (Parise), Mario (Rigoni-Stern), Gigi (Meneghello) 
e probabilmente Comisso.
 Sono là a Ligonàs ma hanno progetti di giro vagare:
 a volte su in Altopiano – a casa Rigoni: 
a volte a Malo – e anche a Urmalo –  lungo il Leogra:
 a volte a Salgareda – nella casetta di Parise:
 a volte a Zero Branco – da Comisso mato.
 A fare cosa? 
A dirsi le novità, e qualche requiem, qualche libera nos – e anche stupidade. 
E il gatto dietro.
 Insomma vagano le terre di casa – e le pesteggiano.
Giorno e notte.
 Non muoiono mica, gente così.
 Lo so.
 Prima di partire strizzano l’occhio.
Vero, Andrea Zanzotto?”

Succede questo: è come restaurare il vuoto che c’é nel mondo,
attraverso la trama dei versi, dei ritmi…
però all’inizio c’era il vuoto, c’era il no,
la negazione”

Andrea Zanzotto risponde alla domanda: perché hai iniziato a scrivere poesie? Tratto da Ritratti, a cura di Carlo Mazzacurati e Marco Paolini, ed. Biblioteca dell’Immagine, 2001

(il titolo del post è un verso di Davide Maria Turoldo:
Poesia
è rifare il mondo, dopo
il discorso devastatore
del mercadante
Poesia, in O sensi miei…, intr. di A. Zanzotto e L. Erba, Rizzoli, Milano 1993)

Poesia

Se potessi addentare la terra intera
e scoprirle un sapore,
sarei più felice un momento …
Ma io non sempre voglio essere felice.
Ogni tanto bisogna essere infelici
per poter essere naturali…

Non tutto è giorni di sole,
e la pioggia, quando manca da molto, la si invoca.
Per questo prendo la felicità e l’infelicità
naturalmente, come chi non trova strano
che esistano montagne e pianure,
che esistano rocce ed erba…

Quello che conta è essere naturale e calmo
nella felicità e nella infelicità,
sentire come chi guarda,
pensare come chi cammina,
e quando si sta per morire ricordarsi
che il giorno muore,
che il tramonto è bello e bella è la notte che resta…
Così è e così sia…

Fernando Pessoa (1888-1935), XXI
in Una sola moltitudine, pp. 104-105
Adelphi, Milano 1998