Diario dei colloqui della grande quercia

Il corvo presiede, in bilico sul ramo possente del grande albero. La forza non è sua, ma appartiene al centenario vegetale, impassibile, onusto, rassegnato, contro venti e tempeste. Così è. La quercia ignora la vita che brulica ai suoi piedi, ma non la impedisce. Il corvo non sa che la forza non è sua, si identifica con il ramo sul quale è alloggiato.

Il corvo si è preso il compito di osservare e di giudicare. Egli sa di sapere, anche quando ha dubbi. Decide chi va bene e chi vada respinto; fornisce massime di vita: ne ha pronte per chiunque. Ma non sempre parla; quando non lo fa, è perché è annoiato, disgustato forse. Vorrebbe gli venisse riconosciuta l’esperienza, la saggezza, la perspicacia.

Allora lancia la sua breveviva verità e non ammette contraddittorio. Ha servitori, che rimangono in silenzio. Annuiscono senza muovere il capo; confermano nella loro ignavia che la legge della quercia rimane valida sempre. In effetti essa permette loro di permanere ed è da essi sfruttata per poter mangiare. Ad altro, la quercia non parrebbe utile.

Eppur tra le ampie foglie vi è vita. Si muovono forme biologiche per nulla ovvie, ognuna portatrice di un linguaggio unico. Alcune sanno che quel tratto di esistenza non è altro che un gioco di richiami, di versi, e prestano occhi e voce. Altre oppongono resistenza, mal si adattano, balbettano o ruggiscono. Su di loro si affretta il monco giudizio del corvo.

Talora, uno dei pavidi aiutanti par cogliere la luce nello sguardo delle specie adunate. Talora, alla voce nuova prova a rispondere, a far da specchio a quel qualcosa sentito come vivido senso vitale. Ma è troppo breve, e troppo spesso il fogliame. Talora, egli ricorda che la quercia è solo un passaggio.

 

 

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