Distensio animi, et intensio et plenitudo

The Clock by Christian Marclay (just after 3pm) from bob stein on Vimeo.

Il lavoro The Clock, presentato da Christian Marclay all’appena conclusa Biennale di Venezia, è un concentrato di attualità.
Messa così sembrerebbe una descrizione buona per un documentario su quanto accade di notevole oggi nel mondo o per una rappresentazione artistica capace di cogliere in un battito di ciglia lo Spirito del Tempo, come il noto Napoleone a cavallo osservato da Hegel.
E invece l’attualità, o meglio l’Attualità, di cui The Clock è una concentrazione è proprio l’istante attuale, il minuto-secondo che fugge inesorabile, il qui-e-ora-che-passa.
L’opera, un film della durata di ventiquattrore, è un momumento al tempo, o meglio alla sua misurazione umana, al suo coglimento da parte dello sguardo dell’essere autocosciente.

E qui sta il primo dato notevole: nell’esperienza comune del cinema, il dispiegarsi della storia, della trama, è elemento centrale. Seguiamo le vicende del protagonista o dei personaggi accessori ma necessari per la storia, che il regista presenta impiegando varie logiche temporali, dal flashback, al sogno, al desiderio di un futuro possibile, all’apparire contemporaneo di due o più situazioni. Ci interessa capire e sentire quel che succede.
E, nella tensione alla comprensione, raccogliamo di sfuggita gli indizi strettamente temporali che l’autore indica: l’orologio sulla torre, una sveglia mattutina, la richiesta ad un passante, il segnale orario della radio, l’esclamazione di un personaggio che sottolinea l’ora guardandosi il polso, perché è tardi o presto, o è proprio “l’ora x”.
Ai fini della trama, l’orario è utile, ma non essenziale, tanto quanto al contrario lo è il cosa possa mai accadere in quel momento.

Queste brevissime parentesi di misurazione temporale sono sparse nei milioni di chilometri di celluloide che l’uomo ha prodotto. Marclay ha preso su di sé il peso sisifeo e ha catalogato, con una precisione ossessiva, tutti questi momenti; quindi, con un lavoro di altissima sartoria, ha incollato i metri di pellicola in modo da realizzare una sorta di orologio sullo schermo. Le ore, i minuti e talvolta i secondi di un giorno vengono citati uno ad uno, utilizzando i film più vari. Se è facile ricordare l’orario del fatidico esperimento nel Ritorno dal futuro o memorizzare il segnale della sveglia in Ricomincio da capo, esistono miliardi di altre citazioni temporali che passano inosservate e che l’artista recupera per noi.

L'”immagine mobile dell’eternità”, come chiamava il tempo Platone o l’artistotelica “misura del movimento secondo il prima o il poi”, la distensio animi di Agostino o il nach-ein-ander kantiano: il tempo è una domanda tra quelle che la filosofia si pone con maggior radicalità, da Talete sino a Heidegger e oltre. Che cosa esso sia e perché non possiamo pensarci senza di esso. Noi siamo tempo: uno dei mezzi artistici di comunicazione che meglio ci raccontano – il cinema – rappresenta il tempo con quella sua essenza di istanti immobili avvicinati l’uno all’altro. A pensarci, è paradossale: la pellicola è costituita da tanti fotogrammi, tante micro fotografie che congelano un istante. Eppure noi riconosciamo in essa la vita che si dipana in movimento. Marclay erige un momumento a tutto questo, con un lavoro che andrebbe proiettato di continuo nei corridoi delle scuole o nell’atrio delle stazioni: nell’era che vede la lenta scoparsa degli orologi, sostituiti dal cellulare, il grande schermo ricorda inesorabile la nostra dipendenza dai piccoli schermi, cioè dal racconto aritmetico degli attimi della nostra esistenza.

In particolare
cfr. questa licenza.
(e grazie a Luca per la segnalazione e a Betta per il link youT)

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